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Il Palazzo Paveri Fontana

Anna Còccioli Mastroviti


Al palazzo dei marchesi Paveri Fontana, sito alle porte dell’abitato di Castel San Giovanni (Piacenza) in località Caramello, si accede da un viale di pioppi lungo poco più di 1 Km, importante asse rettilineo di collegamento che si diparte perpendicolarmente alla Statale n.10, la via Emilia Pavese e traguarda sul fronte principale della residenza.
I Paveri Fontana fanno parte, con gli Arcelli Fontana e i Malvicini Fontana, dell’antichissimo consorzio gentilizio dei da Fontana che risale agli inizi del secolo XI e che nel Medioevo fu uno dei più potenti del piacentino.
Nel 1716 il duca Francesco Farnese eresse in marchesato Fontana Pradosa e ne investì Gaetano Paveri Fontana.
La trasformazione settecentesca della dimora di Caramello in sfarzosa “residenza di delizia” è il portato di una calcolata operazione progettuale concertata all’interno di una estesa proprietà che da secoli apparteneva alla famiglia.
Il contesto nel quale si colloca il complesso del palazzo di Caramello con le pertinenze rurali rientra in un preciso ambito ideologico e culturale: quello settecentesco che tuttavia nasce nel Cinquecento e subito si diffonde conciliando la “retorica” della villa con la “pratica” che ne plasma le conformazioni reali e gli usi cui è adibita. Lo spettro sociale investito dal processo di “costruzione” del territorio è, nel piacentino, limitato all’alta aristocrazia, fin dal Rinascimento interessata alla letteratura sulla villa e, soprattutto, ai trattati e ai manuali di agronomia e di cultura agraria. La nobiltà piacentina, antica e recente, aveva salde radici terriere, e non si limitava a ricavare dal terreno una rendita, ma ne controllava attentamente l’amministrazione, talora dedicandosi direttamente a exercitia rusticana.
Ai “casini di delizia” sorti anche nel piacentino fin dal tardo Quattrocento, si affiancheranno, fra Sei e Settecento, nella piena e nella tarda età farnesiana, sfarzose residenze di villa costantemente collegate con la proprietà terriera che le circonda e di cui esse sono fulcro organizzativo nonché sede amministrativa. Nella cartografia del periodo farnesiano e nelle successive testimonianze cartografiche e pittoriche si riflettono gli impianti aulici di residenze e di giardini, di lunghi viali di accesso che agganciano la villa all’intorno. Stradoni alberati e assi viari ombreggiati da filari di pioppi segnano e disegnano, con esibita assialità, la presenza aristocratica. La villa è perno del territorio-campagna tramite il prolungamento degli assi che governano edifici e giardini in lunghi e rettilinei viali. Non si tratta di percorsi viari e di tracciati alberati paragonabili agli stradoni nobiliari presenti nella campagna friulana, né tanto meno dei lunghi tracciati viari che attraversano i giardini delle ville di delizia lombarde testimoniati dalle incisioni del bolognese Marc’Antonio dal Re (1726 e 1743). Nel ducato farnesiano sono infrastrutture percorribili in carrozza, funzionali a collegare la residenza di villa con le pertinenze rurali, con il territorio, con il parco venatorio, con l’oratorio e con la strada pubblica.


L’analisi della ricca documentazione conservata nell’archivio Paveri Fontana, i disegni, ancora in parte inediti, relativi al palazzo che la famiglia possedeva in Piacenza, sull’attuale via Poggiali 24, consentono di ricostruire l’evolvere del cantiere architettonico di Caramello, non di quello decorativo, ma, soprattutto, di ricostruire il disegno complessivo, le strategie edilizie di questa grande casata, le connessioni perdute fra architetti e committenti.
Il vero e proprio progetto di trasformazione dell’antico insediamento di Caramello in residenza “di delizia” decollerà però solo nel 1739. Ciò nonostante, una preziosa documentazione consente di fissare l’avvio dei lavori nel secondo decennio del Settecento. Lo confermano il contratto del 5 settembre 1713, con il mastro Giuseppe Ziani, abitante in Piacenza nella vicinia di S. Sepolcro, quello stilato nel 1714 con il marmorino Francesco Rossi per la realizzazione degli scalini in miarolo (granito) rosso, l’accordo siglato il 28 ottobre 1715 con Francesco Boschetti.
La seconda fase del cantiere è cronologicamente ancorabile ai tardi anni trenta.

La presenza di scalpellini luganesi conferma l’ampia attività esercitata sul territorio e il largo consenso di una committenza colta ed esigente quale era quella delle famiglie nobili dalle quali questi marmorini ricevettero i maggiori incarichi.
Il 17 marzo 1739 il marchese Gaetano Paveri Fontana sottoscrive un nuovo contratto, questa volta con il capomastro di Sarmato Francesco Tomba, figlio di Andrea e padre del più celebre Lotario (Sarmato,1749- Piacenza,1814), architetto del Teatro Municipale di Piacenza (1804), incaricandolo della “fabbrica che esso intende fare in detto luogo di Caramello secondo il dissegno della stessa fatto dal sig. Ferdinando Bibiena Bolognese”. Questo importante documento (1739) non solo conferma l’autografia progettuale di Ferdinando Galli Bibiena, e il ruolo di puro esecutore di Francesco Tomba, ma riflette un tipo di concezione della progettazione architettonica sviluppata in divenire nel corso della vita del cantiere. Lo conferma il coinvolgimento di diverse personalità, compresenti nei momenti salienti, ma coordinate dal committente che interagisce con il celebre architetto. L’interesse dilettantistico del marchese Gaetano per l’architettura era comune ad altri membri dell’alta aristocrazia del tempo.
Gli interventi compiuti dopo il 1739 rielaborano architettonicamente il disegno d’insieme dell’edificio in una composizione che all’impianto bloccato contrappone il dinamismo dello spazio filtrante del portico, ricavato nel corpo a sud, e il ritmico fluire delle rampe dello scalone d’onore.
La presenza di Ferdinando Galli Bibiena (Bologna, 1657-1743) nel cantiere di Caramello, e quella del figlio Antonio (Parma,1700-Milano, 1774), al servizio della medesima famiglia che lo coinvolgerà nel 1773 commissionandogli la trasformazione, poi in parte non realizzata, del palazzo di via Poggiali 24, testimoniano di un’operazione progettuale sapientemente inserita in un programma di “politica dinastica” di cui il palazzo di Caramello costituisce l’epilogo trionfale, sintesi potente di un percorso di ricerca sul tema della residenza. La monumentale residenza, fulcro prospettico cui si giunge al termine di un lungo asse viario che attraversa la campagna e si genera dal portale aperto sulla via Emilia, traduce, ai limiti estremi del territorio dell’attuale provincia di Piacenza, le coordinate del palazzo: un grande blocco rettangolare con al centro il cortile porticato su un solo lato.

Altrimenti caratterizzato è il fronte sud, il cui elemento distintivo è il portico terreno a tre fornici, vero e proprio spazio filtrante fra il giardino e la corte nobile a nord, e la dimensione vasta della campagna e del paesaggio sul retro. Il portico alleggerisce la compatta struttura muraria, diversamente organizzando i percorsi al piano terreno.

Lo schema chiuso del palazzo si riscatta alla dimensione di villa “di delizia” con la loggia terrena, spazio filtrante e scenografico, al cui interno si creano forti contrasti tra i giochi della luce e dell’ombra. Si genera qui uno spazio filtrante, consueto all’agire scenografico dell’architetto, quadraturista e scenografo bolognese, che aveva già sperimentato una soluzione analoga nella reggia dei Farnese a Colorno (Parma), ove aveva rotto il sigillato schema castellano traforandone la sola ala attigua al torrente. All’arioso portico terreno del palazzo Paveri Fontana, e al suo spazio diaframmato in modo così teatrale, si contrappongono il fronte principale e quelli est e ovest sul cortile, connotati dalla ricerca di un’architettura soda e di un’austerità che nulla concedono al decorativismo dei singoli vocaboli, a cominciare dalla presenza iterata del bugnato, alla classicità delle cornici delle finestre, di memoria cinquecentesca e bramantesca nel calcolato alternarsi dei modelli centinati e a timpano. La presenza di serliane e di aperture ad arco, il trattamento a bugnato del portale principale, ma anche i grandi dadi che imprigionano i pilastri del portico terreno, estranei sino a quel momento all’architettura locale, il proseguire del motivo del bugnato nel soprastante corpo di fabbrica verso la campagna, alla ricerca di continuità in altezza, e agli angoli del palazzo, denunciano la compresenza di due calcolate e non antitetiche logiche progettuali generanti esiti innovativi e sorprendenti. Le parti più rappresentative e di maggior qualità architettonica del palazzo sono il portico terreno e lo scalone d’onore che conduce al piano nobile e al salone delle feste.

Particolarmente interessante è la decorazione a quadratura della galleria. Le architetture dipinte che illusionisticamente ampliano la spazialità ristretta del corridoio-galleria al piano nobile, sembrerebbero riconducibili al fare pittorico di Francesco Natali (Casalmaggiore, 1669 - Pontremoli, 1735), quadraturista cremonese, ma di formazione bolognese, riconosciuto autore delle decorazioni a quadratura nel palazzo del conte Orazio Cavazzi della Somaglia su strada Levata (1709-1712) a Piacenza, della galleria e di altri ambienti al piano nobile in palazzo Bertamini Lucca a Fiorenzuola d’Arda (1724), nel palazzo dei conti Douglas Scotti di Vigoleno (attuale Palazzo della Prefettura), e nel palazzo dei conti Porto a Vicenza (1725).
La lunga galleria trasfigurata dai sorprendenti inganni del quadraturista conferma in modo eloquente quanto à la page fosse il suo proprietario. Francesco Natali è, con il figlio Giovan Battista (Pontremoli,1698 - Cremona, 1765), il più importante quadraturista attivo a Piacenza e sul territorio nell’età dei Bibiena.


Il lussuoso e scenografico apparato decorativo potrebbe essere stato messo a punto durante la prima fase dei lavori, ossia nell’arco di tempo compreso fra il 1713 e il 1739. La decorazione a quadratura della galleria trasforma infatti il severo spazio architettonico in uno spazio dilatato, con un illusionismo che espande suggestivamente la visione oltre i limiti delle pareti e della villa. Le pareti e la volta risultano impaginate secondo un rigoroso ritorno agli ordini architettonici di matrice bibienesca. La felicità delle luminose gamme cromatiche studiate per le pareti e per la volta, la raffinata disposizione degli inserti floreali e vegetali dimostrano a quali livelli di eccellenza sapesse giungere il quadraturista. Quadraturista e prospettico di consolidato mestiere, Francesco Natali si dimostra virtuoso nei vasi di fiori.
L’ipotesi della presenza di Francesco Natali nel cantiere della decorazione prima del 1735, anno della sua morte, può essere avvallata sia dal fatto che non si trattava di un intervento di costruzione ex novo, ma di un intervento su preesistenze, il che verosimilmente permise alla famiglia di scandire in diverse fasi l’attuazione, sia dal fatto che i marchesi Paveri Fontana frequentavano i conti Cavazzi della Somaglia. Il marchese Alessandro (1690-1771), fratello di Gaetano (1687-1779) aveva infatti sposato Caterina Cavazzi, figlia di Giovan Antonio conte della Somaglia. Non si esclude quindi che l’intervento decorativo nel palazzo di Caramello si inserisca in una complessa campagna decorativa da collocare probabilmente entro il terzo decennio del Settecento, la quale vide l’apporto di Francesco Natali. Il suo intervento si giustificherebbe considerando i legami di parentela che la famiglia aveva stretto coni conti della Somaglia, committenti di Francesco per consistenti interventi decorativi nel palazzo di città. Nel cantiere della dimora avita il conte Cavazzi della Somaglia aveva infatti voluto Francesco Natali, sicché il quadraturista dovette interrompere il fecondo soggiorno milanese. E’ lui protagonista dell'apparato ornamentale fin dal primo decennio e poco oltre del Settecento. Un'impresa di grande prestigio e soprattutto di esibite ambizioni nel progetto di riqualificazione architettonica e decorativa che il figlio primogenito di Carlo Orazio, conte Annibale Maria, ereditò e portò a conclusione con non comuni capacità organizzative.
L’esperienza maturata consente a Natali di tradurre con effetti visivi di mirabolante enfatizzazione del sotto in su il dettato della coeva trattatistica. Dal trattato di Giulio Troili (Bologna 1672 e 1683) a Varie opere di Prospettica inventate da Ferdinando Galli, stampate a Bologna nel 1701, all’Architettura Civile preparata su la Geometria dello stesso Ferdinando, stampato a Parma, presso la stamperia ducale di Paolo Monti, nel 1711, editi e veicolati in una singolare concomitanza cronologica con gli affreschi nel palazzo dei conti della Somaglia a Piacenza, sono quasi una esplicita conferma della pronta diffusione di “modelli e tipologie” anche in aree periferiche.
Questa particolare coincidenza e le capacità di Francesco Natali di rispondere alle esigenze della committenza che apprezzava le sue complesse composizioni architettoniche e le ardite visioni prospettiche, si concretizzano nelle straordinarie invenzioni pittoriche messe a punto anche in altri ambienti del palazzo del conte Cavazzi della Somaglia, nell’alcova e nella galleria, sulle cui pareti egli costruisce uno spazio geometrizzato, aprendo suggestive “ vedute per angolo” proiettate in uno spazio tridimensionale.
E’ proprio dall’osservazione diretta e dal confronto con le soluzioni prospettiche messe a punto nella galleria di palazzo Cavazzi della Somaglia che si percepiscono una analoga maniera di intendere la costruzione dello spazio pittorico, un affine struttura compositiva. A una attenta analisi si coglie che le quadrature della galleria del palazzo di Caramello presentano singoli dettagli decorativi in comune. Entrambi i cicli sono concepiti con una solida consistenza strutturale, conformata alla lezione bibienesca. E’ probabile quindi che fra il conte Cavazzi della Somaglia e i marchesi Paveri Fontana ci fosse una comunione d’intenti sul piano della committenza artistica.

L’elaborazione del complesso scalone d’onore a vano unico, prima citato, e la creazione di vasti cicli di quadrature per gli spazi di rappresentanza, costituiscono i punti di forza dell’architettura aulica emiliana, e si caricano di ulteriori innovazioni spaziali grazie all’impatto della ricerca bibienesca. L’attività di Ferdinando Bibiena e quella del fratello Francesco, svolta al servizio della corte Farnesiana e della locale nobiltà, incise in modo unificante e decisivo sulla frammentata realtà politica della regione.
Nel contesto dell’elaborazione architettonica entro cui ricade la ristrutturazione e l’invenzione della scala nobile di palazzo Paveri Fontana, preceduta dalle elaborazioni del tardo Seicento di Paolo Canali e di Gian Giacomo Monti per i palazzi Fantuzzi (1680) e Marescotti a Bologna, rientrano alcune altre straordinarie invenzioni progettuali messe a punto nel Piemonte sabaudo, in ambiente napoletano e genovese, a conferma del periodo di straordinaria fertilità inventiva e di intensa attività edificatoria. Al di là delle differenti realtà politiche che caratterizzano la penisola, il cantiere di palazzo Paveri Fontana a Caramello partecipa del sincronico interesse verso l’amplificazione retorica degli spazi, associato a un inedito sperimentalismo compositivo e linguistico.


La lunga storia della residenza di Caramello ha registrato anche un violentissimo atto barbarico, verificatosi nell’estate 1990. Sconosciuti vandali hanno interamente demolito lo scalone d’onore frantumandone i balaustrini. Oggi (estate 2008), dopo un lungo e attento intervento di restauro condotto dai proprietari con la supervisione della Soprintendenza BAP di Parma e Piacenza, lo scalone è stato ripristinato quasi esclusivamente grazie al recupero dei numerosissimi frammenti del materiale originario dei balaustrini. Il sistema del palazzo, viale alberato, parco e pertinenze rurali sono ora sottoposti a disciplina di tutela ai sensi del D. Lgs. 42/2004 e ss.mm.ii.