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La scrittura: dal segno al testo

Simona Marchesini



Della scrittura e di come l’uomo l’abbia inventata, sappiamo oggi quasi tutto. La storia si dipana nel corso di un millennio, il IV avanti Cristo. La consueta trafila, ben indagata per il Vicino Oriente, la culla della Scrittura, vede il passaggio tutto simbolico da un sistema di segni tridimensionali (contrassegni di argilla a forma di sferetta, di piramidetta, di cilindretto) a quello bidimensionale delle tavolette di argilla. Dal simbolo al segno, dal segno al simbolo.


Gettoni di calcolo im argilla da Tello (Iraq), IV millennio a.C.; Archeo Dossier 1985
Cos’è infatti la scrittura se non una forma simbolica di comunicazione, quel luogo in cui un aliquid pro quo è scelto a dare forma ad un messaggio, a diventare testo? Il dove, dicevamo, è ben noto. Il come anche. Il perché in parte.
Grazie alla letteratura sulla literacy, sviluppatasi a partire dagli anni ’60 grazie soprattutto all’opera di Jack Goody, di Eric Havelock e poi di Jan Assmann, siamo informati sul perché alcune società avvertano la necessità di introdurre questo sistema di comunicazione rivoluzionario, destinato a cambiare per sempre la loro fisionomia. Stabilito che non tutte le società decidono di adottare la scrittura, e che il processo di adozione non viene mai imposto dai donatari verso i riceventi, ma è sempre un processo biunivoco di trasmissione di sapere, l’identificazione dei motivi che spingono a tale introduzione si deve ricercare proprio nella tipologia testuale dei documenti più antichi. Dal loro contenuto e dalla loro destinazione si capisce in genere quale fosse la necessità e lo scopo originario dell’introduzione della scrittura, sia che fosse creata ex novo sia che venisse trasmessa da un popolo a un’altro.
Così ad esempio veniamo a sapere che nel Vicino Oriente la scrittura fu inventata per scopi amministrativi, di computo e registrazione di prodotti e beni. Dai simboli tridimensionali di argilla si trasferì la loro simbologia in forma bidimensionale su tavolette di argilla da apporre al di fuori dei sacchi di beni materiali, ad indicarne il contenuto. Dal simbolo alla scrittura dunque.


Tavoletta in argilla con impronte pittografiche e segni numerici, da Gabel Aruda (Siria).
Seconda metà IV mill. a.C.; Archeo Dossier 1985
In Egitto, nel passaggio dal IV al III millennio a.C., la scrittura fu introdotta per motivi legati alla riorganizzazione del culto, ma al contempo per scopi amministrativi e giuridici; nell’Italia Antica, nel corso dell’VIII secolo a.C., per motivi di prestigio, oltre che per sancire diritti e prerogative di una classe di aristocratici in cerca di autoaffermazione. Ogni società ha un punto di “maturazione” proprio e proprie necessità per apprendere la scrittura.
Non vogliamo qui parlare poi delle conseguenze che tale strumento, una volta introdotto, determina nelle culture che lo adottano. Il sapere, sia tecnico che teoretico, prima destinato ad una trasmissione orale, riservata agli specialisti, diventa sempre più accessibile, fino a raggiungere talvolta un’ampia distribuzione e democraticizzazione, come avviene nelle società moderne. La scrittura rende il sapere accessibile, consente la trasmissione di competenze, aiuta nella formulazione dei concetti, suggella privilegi e autorità, conforma in modo indelebile le menti di chi la apprende.
Tutto questo, brevemente ripercorso, è ben noto alla letteratura specialistica e anche a quella divulgativa. Ciò che forse fino ad oggi è stato meno indagato, e che probabilmente, grazie alla interdisciplinarità sopraggiunta anche nelle discipline umanistiche si può finalmente meglio indagare, è la natura del percorso cognitivo che conduce dal simbolo al segno e dal segno al testo. Si tratta in sostanza di capire quali sono le caratteristiche fondamentali, che candidano un sistema di segni simbolico a diventare scrittura.
Saper scrivere è una delle capacità che distinguono l’uomo dalle altre specie. Però, mentre tutti gli uomini sanno parlare, e il linguaggio, per richiamare la definizione fortunata di Pinker, è un istinto (come per il ragno tessere una tela), quella della scrittura è un’attitudine che gli individui si trasmettono solo culturalmente, che deve essere attivata all’interno di un gruppo societario e mantenuta viva grazie ad una specifica - o a molte, differenziate - funzionalità. Che scrivere non sia un istinto uguale al linguaggio lo dimostra, oltre al fatto che tutt’oggi molti popoli non hanno una tradizione scritta della loro lingua, anche la tendenza, tra alcuni popoli come gli Esquimesi o gli Indiani d’America (ne ha ampiamente parlato Carlo Severi in Il percorso e la voce, Torino 2004) di raccontare le loro storie servendosi di pittografie, di disegni istoriati anziché di una scrittura vera e propria. Alcuni popoli antichi, come sappiamo da Platone (VIIa lettera) o da Cesare (quando parla dei Druidi nel Bellum Gallicum), attribuivano addirittura una funzione limitante alla scrittura, preferendo affidare gli aspetti più reconditi della loro sapienza piuttosto alla tradizione orale del maestro esperto (Gabriele Costa, Le origini della lingua poetica indoeuropea, Firenze 1998).
La storia della scrittura del nostro mondo occidentale coincide con la storia dell’alfabeto di 21 segni (con uno scarto di più o meno qualche segno) che abbiamo ricevuto in dono dai Fenici per trasmissione dei Greci e grazie all’opera “promulgatrice” degli Etruschi, che a loro volta, popolo anindeuropeo tra i popoli indoeuroei, lo hanno redistribuito agli altri popoli d’Italia e ad alcuni oltre le Alpi. Se in molte civiltà troviamo segni che esprimono concetti (oltre alle già citate pittografie, si pensi alle scritture ideografiche e sillabografiche), il nostro alfabeto offre il vantaggio, rispetto a questi sistemi, di consentire molto economicamente il maggior numero di espressioni con un limitato numero di segni. Ma la storia della scrittura presenta anche l’altra faccia della medaglia, quella di sistemi di segni che non assurgono mai allo status di scrittura, che rimangono segni per sempre, codici che assolvono diverse funzionalità, ma non si fanno mai testo.
Da un punto di vista teorico il discrimine tra il testo e il segno è offerto dall’icona. Un cerchio bianco profilato da una linea rossa indica chiaramente un segnale di divieto, comprensibile a tutti coloro che sono istruiti sul codice stradale. Ma che cosa fa sì che una testa di bove, chiamato aleph, diventi, se rovesciato e associato poi ad altri segni, la lettera alpha? In casi limite una lettera alfabetica può avere, come succede ad esempio in ambienti semialfabetizzati o ancora analfabeti, un valore di icona e non di testo. Con una lettera alpha posso ad esempio indicare, se mi trovo nell’Etruria padana o nella Veii del VIII secolo a.C., un numero, o posso contrassegnare una pila di vasi appena prodotti o importati, da destinare a committenti specifici. Segno come calcolo o computo dunque, come contrassegno legato ad attività produttive.


Rocchetti di impasto con segni alfabetici da una tomba di Casale del Fosso (Veio),
fine dell’VIII sec. a.C.; Archeo Dossier 1985
Un segno a forma di clessidra o di alberello possono parimenti, senza che chi li realizza sappia scrivere testi veri e propri, contrassegnare alcuni livelli di produzione o dare un valore commerciale a ciò che prima non lo aveva, così come possono andare a far parte di un sistema alfabetico, come avviene nelle iscrizioni della Valcamonica. Simboli che dotano di significato altri oggetti.
Lo studio del delicato passaggio da segno/codice al testo è il nucleo dell’interesse scientifico linguistico all’interno del progetto internazionale sulle cosiddette “Tavolette Enigmatiche” (www.tavoletteenigmatiche.it). Si tratta di manufatti ovoidi in terracotta (o più raramente in pietra) che circolavano nell’Europa dell’età del Bronzo (dal 2100 al 1500 a.C. circa) in un territorio esteso dal lago di Garda fino ai Carpazi. I segni, impressi con uno stampino su superfici preparate nella maggior parte dei casi con una sorta di sintassi a solchi paralleli e sottili, sono riconducibili tutti ad una tipologia limitata di figure e delle loro combinazioni: cerchietti, quadratini, triangoli, spirali, più o meno campiti o attorniati da altri elementi decorativi. Il riferimento di questi segni ad originarie icone è per il linguista un dato molto probabile, e che avvicina questo codice agli altri sistemi di scrittura del Bacino del Mediterraneo, ma che deve essere indagato nello specifico per valutare l’effettivo sviluppo dei simboli nel corso del tempo.


Tavoletta Enigmatica (recto/verso) da Bande di Cavriana (Mantova),
prima metà del II millennio a.C.; Museo Archeologico dell'Alto Mantovano.
Eventuali “dialetti” di sintassi comunicativa vengono poi indagati nella diffusione areale, laddove si possano verificare raggruppamenti di segni in senso geografico. Per valutare però i limiti di un tale codice, evidentemente ben comprensibile per un’area molto vasta e quindi da popoli parlanti lingue diverse, dobbiamo operare in modo contrastivo con altre culture. Verificare le differenze formali, combinatorie ma anche contestuali e storiche tra questo ambito e quelli scrittori noti. Verificare quindi cosa impedisce ai segni impressi sulle tavolette enigmatiche di diventare lingua scritta, come avviene invece in Egitto o nelle civiltà della Mesopotamia e dell’Egeo. Una volta analizzata la tipologia sincronica di tipo geografico e l’evoluzione diacronica, dai tipi più antichi a quelli più recenti, si passerà, con l’aiuto dell’analisi combinata di tipo comunicativo, etnologico e archeologico, a verificare se i limiti debbano essere ricercati, come ritengo assai probabile, proprio nelle caratteristiche della società stessa che ha prodotto tale codice comunicativo oppure nelle capacità stesse del codice.
Ma un altro, più insidioso limite, si presenta anche alla nostra capacità di indagine. Siamo in grado di capire ogni sistema comunicativo che non si avvicini al nostro e che presenti dei confronti stringenti con ciò che già conosciamo. Ci ricordiamo però di altri casi illustri, di codici che gli studiosi hanno cercato di decifrare senza successo, o con la presunzione di aver capito tutto, fino ad essere smentiti dallo studioso successivo, che sistematicamente smontava la teoria prima esposta. Ci auguriamo che le Tavolette Enigmatiche non diventino un altro disco di Phaistos  e che con lo studio critico di diverse discipline si riesca a capire il loro ambito d’uso e il loro intento comunicativo.

La prima immagine rappresenta il disco di Phaistos. Ritrovato a Creta all'inizio del secolo scorso, datato nella prima metà del II millennio a.C., vanta numerosi tentativi di decifrazione, ma risulta ad oggi di contenuto ancora oscuro.