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Speed date con Tokyo

Claudio Giunta


Claudio Giunta insegna Letteratura italiana all'università di Trento, ed è attualmente visiting professor all'università di Tokyo. Oltre a occuparsi di storia letteraria e a scrivere non-fiction ha pubblicato per il Mulino, nel 2008, il saggio "L'assedio del presente. Sulla rivoluzione culturale in corso".

Dopotutto, perché chiedere a degli esperti? Se dovete stare in una città per una settimana, perché fidarsi di chi ci ha passato la vita? Non è meglio chiedere a chi c’è stato una settimana e ne sa poco più di voi? La felicità è a un passo, basta ammettere che (1) la prima impressione è quella che conta; (2) le cose non sono più difficili di così, perciò (3) è inutile farla tanto lunga. E poi non si può capire una città se non si capisce la lingua e, a parte il mio nuovo amico Bob, nessun essere umano che non sia giapponese può parlare giapponese. Accontentarsi è da saggi.

Io sono arrivato a Tokyo una settimana fa e ci starò fino all’inizio di giugno. Del Giappone non so niente che non sappiano tutti, in Italia: e prima di partire cogli amici al ristorante ho fatto un lungo meticoloso elenco – Kurosawa, Kitano, sushi, Kawabata, Isozaki, Mishima, Suzuki, Sony... Ho seguito una lezione di giapponese e ho lasciato l'aula prima della fine (una volta ho fatto anche una lezione di cinese, e anche una di tango: sono velleitario persino nelle mie velleità). Non so niente della lingua, niente del Giappone, niente di niente. Ma ho qualche arma segreta, e la migliore è il mio nuovo amico Bob.

Ma ho letto dei libri. A me avevano consigliato Ore giapponesi di Fosco Maraini, che è proprio un libro bellissimo e pieno di notizie pazzesche tipo (p. 159): «Il sistema giapponese – ottimo esempio di talento isolano per le soluzioni pratiche, funzionali – permette ai super-rapidi di sostare, per esempio, a Nagoya, grande centro tra Tokyo e Kyoto, due milioni d’abitanti, esattamente (controllato con l’orologio alla mano più volte) dai 120 ai 180 secondi […] Se i nostri treni funzionassero come quelli giapponesi impiegheremmo 1.41 da Roma a Firenze, ed ore 3.21 da Roma a Milano»: uno si chiede come fosse averlo in casa, Fosco Maraini. Ma come si intuisce anche dalle poche righe che ho citato Ore giapponesi ha il difetto di essere infinito, e di parlare del Giappone degli anni Trenta-Cinquanta, e la società è ovviamente cambiata da allora.
Poi ho letto La società giapponese di Chie Nakane, che è un serio libro di sociologia e fa paura perché descrive l’autoritarismo e il conservatorismo del sistema lavorativo giapponese – ma è uscito nel 1970, e la società sarà ovviamente cambiata da allora. Poi Stupore e tremori di Amélie Nothomb, che è un breve romanzo autobiografico e fa paura perché descrive (dall’interno: Amélie, mezza belga mezza giapponese, ha lavorato per un anno in un’azienda di Tokyo: prima negli uffici, poi a pulire i cessi) l’autoritarismo e il conservatorismo dell’ambiente lavorativo giapponese – ma è uscito nel 2000, e la società sarà ovviamente cambiata da allora (non posso però tacere che mi è giunta notizia di un libro scritto da un iraniano impiegato in una grande azienda di Tokyo che descrive l’autoritarismo e il conservatorismo dell’ambiente lavorativo giapponese, e il libro è uscito l’anno scorso).
Infine, last and least, ho letto il volumetto L’eleganza è frigida, diario di viaggio di Goffredo Parise (1982) da poco ristampato da Adelphi non si capisce perché, dato che è un libro tremendo, che non dice niente di sensato sul Giappone, solo luoghi comuni assurdi («Si trattava di un paese molto lontano da tutti quei paesi occidentali che credono nella materia e non nello spirito». E lo stadio del sumo, questo circo per poveracci obesi, è «un tempio laico dedicato al mistero della natura di cui mai si può dire dove quando e perché scelga per l’uno anziché per l’altro la vita, la morte o la vittoria sportiva»), e che dice invece cose poco simpatiche su Parise, uno snob imbarazzante che non sta nella pelle perché dorme a casa dell’ambasciatore italiano Boris Biancheri, e divide equamente le sue tre settimane in Giappone tra visite a vedove di scrittori che non ha praticamente letto e gite nei bordelli sempre preterintenzionali, sempre fatte al traino di qualcun altro che ce lo porta («… Marco [che è lui, Marco Polo!] sempre rimandava una visita ai ‘quartieri del vizio’, stupidissima espressione che non si sa cosa significhi [eh?]. Eppure i quartieri c’erano e Marco ricorse ad un accompagnatore che la sapeva più lunga di lui disinteressato [eh!?!] a queste cose più turistiche che sessuali, tanto meno sensuali»), oppure orchestrate dal Caso ( «Era giunto lì non sapeva nemmeno lui come [eh!?!?], certo si trattava di una giornata umida e nebulosa che copriva l’estrema periferia di Tokyo […]; e quasi automaticamente decise di entrare in quella specie di albergo che si presentava deserto a giudicare dalle vetrine sulla strada»: e invece, sorpresa!, è uno strip club).


Io sto nel campus universitario: verde, silenzioso e, come dicono i fessi, molto esclusivo (nel senso che l’università di Tokyo è la più ambìta del Giappone, e vanta – è la parola: vanta – un altissimo tasso di suicidi tra gli studenti che non hanno passato il test d’ingresso: ecco l’esclusione finalmente presa sul serio). Il campus sta sopra il quartiere di Uedo, che si segnala per essere uno dei pochi quartieri di Tokyo dotato di un nome articolabile da un occidentale. Gli altri – Shin-okachimachi, Shimura-sanchome, Nakana-shimbashi, Shirokane-takanawa, Kiyosumi-shirakawa (tutti veri) – sembrano tutti anagrammi della stessa parola senza senso, e io mi ritrovo nelle strade di Ginza e a Roppongi più spesso di quanto vorrei solo perché sono gli unici nomi memorizzabili. Uedo si segnala anche per essere un quartiere molto popolare, con al centro un laghetto, e attorno al laghetto i ciliegi (vedi più avanti), e sotto i ciliegi la gran parte dei barboni di Tokyo (circa trentamila, dice la Lonely Planet), barboni dignitosissimi che dormono all’aperto, negli angoli del parco, su dei risciò foderati di cartone, e hanno tutti la pelle scura e la barba lunga dei giapponesi poveri dei film di Kurosawa.

Da quest’angolo di Vera Natura Giapponese si dipartono, in tutte le direzioni, strade, stradine, strade ferrate che costeggiano, attraversano, s’immergono in quella che sembra essere, percorrendolo a piedi, un’unica infinita colata di cemento. «Se non sappiamo ancora vedere i complessi industriali, le nostre città futuriste, la potenza paesaggistica delle nostre autostrade», è colpa nostra: «un’armata di pilastri in campagna può costituire e dar vita a un paesaggio altrettanto forte, se non di più, di quello antico» (Alain Roger, Court traité du paysage, Paris, Gallimard 1997, pp. 113 e 143). Sì, vieni qui a dirlo, Alain.

Non che non ci siano i parchi. Ci sono. Ma sono pochi e sono corpi estranei all’interno della città delle automobili e dei palazzi. Il verde diffuso, quello che si trova nelle grandi città europee e americane, qui non c’è. E non è che il cemento non possa essere bello. Le zone di Roppongi, Ginza, Shibuya sono piene di bei grattacieli, e la vista della baia di Tokyo dalla monorotaia lascia senza fiato, ma di nuovo: l’architettura diffusa, i palazzi d’abitazione medio-borghesi, quelli che rendono delizioso passeggiare a Chicago o a Parigi, qui non ci sono: non c’erano prima dell’incendio che ha bruciato la città nel 1923, non c’erano prima dei bombardamenti americani che l’hanno ri-rasa al suolo nel 1945, e non sono stati costruiti neppure dopo. La città è venuta su un po’ a casaccio dopo la guerra, e a occhio e croce si continua così, tranne che nelle zone più eleganti. La mia amica Barbara mi aveva detto che «anche i nuovi palazzi si armonizzano con molta grazia con quelli vecchi», ma dopo una settimana qui non ho ancora capito di che cosa stava parlando.



Ma per mettere un po’ d’ordine. La città si divide in: luoghi del divertimento e del lusso; luoghi del lavoro; luoghi del relax.

I luoghi del divertimento si dividono a loro volta a seconda dell’età del pubblico. A Shibuya o a Shinjuku l’età media (media) è diciott’anni, e alle nove di sabato sera vi sembrerà di essere finiti in mezzo a un raduno di bambini dell’asilo vestiti per una festa sado-maso. A Shibuya conviene andarci anche se non avete diciott’anni e non siete da movida, meglio se verso il tramonto o nel fine settimana, perché attraversando l’incrocio di fronte alla stazione della metropolitana vi troverete di fronte, proveniente dalla direzione opposta, una marea umana di proporzioni non-occidentali (e, penserete, non-umana), e l’esperienza vale lo choc: i più colti non potranno a fare a meno di rimuginare Eliot: «A crowd flowed over London Bridge, so many / I had not thought death had undone so many». Così: alla lettera.
Se invece siete più grandi e cercate quel divertimento, quello che fa per voi è Roppongi (-ghi: la g è sempre dura), magari dribblando i buttadentro neri – tutti enormi e tutti, mi dicono, «portati qui dalla mafia nigeriana» – che vi verranno incontro urlando «Hey, I know you, man» e vi prenderanno sottobraccio per portarvi allo strip club lì di fronte (in tre giorni, tre persone diverse mi mettono in guardia da Roppongi: pare che l’ambasciata americana abbia sconsigliato i suoi cittadini dall’andarci perché «a Roppongi ti drogano il cocktail e poi ti fregano la carta di credito»: che ha l’aria di una leggenda metropolitana, anche perché una volta che sei nello strip club hai già firmato la tua condanna; comunque è bene essere cauti, e magari leggere prima un romanzetto di Murakami, Tokyo Soup, che racconta di come funziona il mercato del sesso da queste parti).

I luoghi del lusso sono un sottoinsieme dei luoghi del divertimento: Roppongi, Ginza, Omote-sando, soprattutto, e sono un po’ come tutti i luoghi del lusso in tutte le metropoli, solo che qui tutto è molto più grande. Il negozio Armani è una «Armani Tower», lo show-room della BMW è un palazzo di venti piani, ci sono un Cartier e un Tiffany per ogni isolato, e le dimensioni sono da grande magazzino. In giro si vedono più Ferrari e Lamborghini che in qualsiasi altro posto del mondo io abbia visto, e guidate con meno senso di colpa, o meno ironia. Alla terza vasca su Ginza il ricordo della definizione di Parise – un paese «molto lontano da tutti quei paesi occidentali che credono nella materia e non nello spirito» – vi costringerà a fermarvi con un senso di vertigine. «Shinto, Buddha, Confucio… Ma in che cosa credono alla fine i giapponesi?», chiedo a un’amica di amici canadese che vive qui. «In Prada. Credono molto in Prada. Alcuni in Gucci».


I luoghi del lavoro sono i grattacieli, e non c’è molto da dire se non che lo skyline di Tokyo visto dalla monorotaia (prendete assolutamente la Tokyo monorail, che vi porta sul mare: perché anche se non sembra Tokyo è sul mare) è meno bello di quello di Chicago o di New York, però qui i grattacieli sono una foresta, infinita, infinita, e visti di notte dal treno – loro e gli impiegati che ancora ci lavorano alle dieci, alle undici – fanno venire in mente a tutti la stessa cosa: Blade Runner, ovviamente, ma un Blade Runner pulito, disinfettato, di cemento e vetro immacolati, un Blade Runner senza quelle sudicie creature che rendevano il film così triste: gli esseri umani.

Se invece volete riconciliarvi, andate in un parco: un parco riconcilia sempre, perché la domenica mattina in un parco la gente fa sempre le stesse cose: corre, porta a spasso il cane, mangia. Andate a Ueno, col laghetto e il tempietto, o ai giardini imperiali, o a Yoyogi. A me Yoyogi è piaciuto in modo particolare perché, in un ambiente naturale gradevole ma non lezioso, mette insieme vari aspetti della libertà e dell’alienazione giapponese: legioni di ragazzini sdraiati a leggere i manga, recinti per cani suddivisi in base al peso (3-12 kg, 12-20: più grossi non ce ne sono), e all’entrata, dalla parte di Harajuku, i ragazzi della provincia che scendono in città conciati da rockabilly (i maschi) o gothic-lolis (le femmine), con i turisti intorno che ridono e li fotografano e loro, i fotografati, che fanno finta di niente chiacchierando del più e del meno (e uno pagherebbe per sapere quello che si stanno dicendo, sotto un sole quasi estivo, due sosia di Elvis diciottenni – giapponesi).


Com’è noto, i parchi giapponesi sono pieni di ciliegi, e io ho avuto la fortuna di atterrare proprio il giorno in cui la ‘linea della fioritura dei ciliegi’ arrivava a Tokyo. I ciliegi in fiore sono molto belli, ma la bellezza dei ciliegi non è niente in confronto allo spettacolo della gente che li guarda. Per una settimana (i ciliegi sfioriscono in fretta) battaglioni di giapponesi invadono i parchi, i giardini, le aiuole, qualsiasi buco nell’asfalto da dove spunta un ciliegio, e si siedono sotto il ciliegio, su orrendi teloni blu, per fare il picnic, e fotografano i ciliegi, parlano dei ciliegi in fiore, si litigano i posti migliori sotto i ciliegi più fioriti. Cioè, non si litigano, perché qui nessuno litiga: occupano i posti in anticipo, pagano degli ‘occupatori di posti’ che ci dormono sopra a partire da tre, quattro giorni prima. Il tutto è molto simpatico e totalmente incomprensibile per lo straniero.

Se invece della riconciliazione all’aperto, in mezzo ai cani e ai ciliegi, preferite il relax totale, non perdetevi l’onsen, che è il nome delle terme in giapponese, ma è meglio delle terme (più vasche, più idromassaggi, più spazi all’aperto). Di solito, dice la guida, si trovano in campagna. Ma a Tokyo Bay ce n’è uno che va benissimo, e ci si arriva colla monorotaia (fermata impronunciabile). L’ingresso costa circa quindici euro, e vi dà diritto, oltre che a un’ora e mezza di puro godimento acquatico, a un vestaglione colorato (nome giapponese impronunciabile), a una panoplia di creme e saponi, e ad accedere a un padiglione con soffitto stellato, musichina giapponese dagli altoparlanti (sì quella, quella dei film sul Giappone e sulla Cina: plinplin), ristorantini, negozietti, flipper e tiri a segno, e insomma probabilmente la cosa più kitsch che vi possa capitare di vedere, in un paese in cui il kitsch non vi verrà risparmiato.

Per muovervi tra divertimento, lusso, lavoro e relax sono disponibili varie opzioni. Ma bisogna escludere i taxi, perché costano troppo; gli autobus, perché non si capisce dove portano; i piedi, perché la città è troppo grande. Resta la metropolitana, che oltre a essere velocissima, puntuale, pulita come uno specchio e semplice da usare, è in se stessa un’esperienza di vita giapponese, perché se ci salite al mattino nell’ora di punta venite pigiati nei vagoni da inservienti cortesemente fermi, nel loro pigiarvi; e se ci salite la sera tardi, vero le undici o mezzanotte, ci trovate gli ultimi impiegati che tornano dal lavoro verso i quartieri-dormitorio, e la maggior parte dorme già con la testa reclinata sul petto (in generale, sembra che molti dei pendolari usino la metropolitana come una seconda stanza da letto: i tragitti sono lunghi, le ore di lavoro tante, ed è bene ottimizzare. Dormono, o leggono i manga, o armeggiano col cellulare). Nel fine settimana è lo stesso, salvo che aumenta il numero degli ubriachi in giacca e cravatta.

A piedi o in metropolitana o sull’autobus, fate attenzione perché non ci sono cassonetti e non ci sono cestini. Ero stato avvisato anch’io, ma un conto è saperlo e un conto è girare tutta la città con la spazzatura in mano. C’è qualche cassonetto nei parchi, a distanza siderale l’uno dall’altro, il che vuol dire che se ne vedete uno mentre addentate un panino è meglio che rimaniate nelle vicinanze per potervi poi liberare del tovagliolo unto, altrimenti il tovagliolo unto vi perseguiterà per chilometri. Nei parchi, come ovunque, si fa una raccolta differenziata ferrea. Siete stati in Svizzera? Vi ricordate della raccolta differenziata svizzera? Bene, molto più ferrea. Un cesto per l’organico, uno per la plastica eccetto le bottiglie, uno per le bottiglie di plastica, uno per la carta, uno per ferro e alluminio, uno per il residuo combustibile (?), eccetera eccetera. Ogni tanto un poliziotto, o un altro addetto in divisa, verifica che i cesti vengano usati correttamente e i rifiuti non si mescolino.
Durante la fioritura dei ciliegi, quando la gente fa il picnic sotto gli alberi e i rifiuti si accumulano, i poliziotti presidiano i bidoni dell’immondizia. Per il resto, fuori dai parchi, per strada, nella metropolitana, la gente, semplicemente, non produce immondizia, che è quello che succedeva, credo, nell’età pre-industriale, quando ognuno aveva un fazzoletto, un quaderno, un tovagliolo di stoffa, eccetera. E la cosa è strana perché, evidentemente, questa non è l’età pre-industriale, e anche qui ci sono un mucchio di cose prendibili e buttabili – contenitori per il sushi, dépliants della metropolitana, cartine, magazines gratuiti esposti in appositi raccoglitori, biglietti scaduti.
È probabile che i giapponesi prendano un solo dépliant, un solo magazine, una sola cartina, e custodiscano scrupolosamente questi oggetti fino a casa, dove li ripongono sul mobile dell’ingresso, o li buttano negli appositi contenitori (Il tutto suona un po’ folle, in effetti, ma la raccolta differenziata ha poi vantaggi impensati. Recentemente, un tizio ha ucciso i genitori con cui conviveva e ne ha smembrato i corpi buttandoli via un pezzo alla volta. È stato scoperto perché i vicini – è sempre bene tenere d’occhio l’immondizia del vicino – si erano insospettiti per l’improvviso aumento dell’umido).
Così gli occidentali si riconoscono facilmente anche senza guardarli in faccia: sono quelli che portano sottobraccio dei sacchetti pieni di spazzatura e si guardano intorno cercando un modo per disfarsene. Per la strada, l’unico posto semi-sicuro sono i distributori automatici di bibite, che sono ovunque. Accanto a ogni distributore c’ un contenitore per i vuoti, cioè un doppio contenitore per i vuoti, con due buchi, uno per le bottiglie di plastica e uno per le lattine. Si suppone cioè che uno acquisti una bibita, la beva tutta sul posto e butti la bottiglia o la lattina nell’apposito contenitore. Io interpreto il suggerimento con una certa libertà e comprimo nella fessura tutti i rifiuti che ho prodotto nella mezza giornata: giornali, avanzi di cibo, bacchette per il sushi, un bicchiere di plastica, un paio di calzini madidi.

E insomma il mio nuovo amico Bob passa a prendermi martedì sera per portarmi a una festa di architetti inglesi che lavorano qui a Tokyo: lo studio Dytham-Klein compie vent’anni e c’è una cena in piedi con discorsi e brindisi in un albergo di Roppongi. Bob è un caro amico del mio caro amico americano Eli, che lo ha pregato di «prendersi cura di me», e lui si prende cura di me. Vive qui da più di vent’anni, adesso come designer, all’inizio semplicemente come madrelingua inglese: «At that time they gave you 200 dollars for speaking your own fucking language!!!». Parla perfettamente giapponese, il che mi riempie d’invidia. Viene a prendermi in Ferrari, il che accresce e complica la mia invidia, perché conosco la storia. La Ferrari non è sua. Bob non possiede una macchina. Ma è uno dei membri, una dozzina in tutto, della giuria del premio «Auto dell’anno» in Giappone, così le case produttrici gli fanno testare ogni settimana un’auto diversa: a volte sono utilitarie giapponesi inguardabili, ma a volte, stavolta, sono la Ferrari – che Bob guida senza senso di colpa ma con molta ironia. E anch’io sono un passeggero ironico, mentre guardo distrattamente dal finestrino la gente ai semafori, come si dice, in awe.


Al ricevimento, in un osceno albergo a cinque stelle con pareti e soffitti dorati, e sfarzo di trompe-l’oeil tipo Camera degli sposi di Mantegna, ma un po’ più tirati via, mi mantengo a livello-Ferrari venendo presentato, oltre che agli architetti festeggiati, al loro maestro Toyo Ito, quello della Serpentine Gallery di Londra e di molte altre meraviglie, e a varie altre a me ignote celebrità giapponesi e anglosassoni che vivono a Tokyo. E piaccio in particolare a un noto ‘curator’ cino-americano-giapponese che si chiama, senza scherzi, Jack Daniels, e che parla anche un incredibile italiano, un misto di napoletano e milanese, in quanto possessore di varie case di vacanza dalle parti del Piemonte, del Lago di Como, di Capri, eccetera.

Dopo appena tre giorni è un’ascesa folgorante, un ingresso trionfale nel jet-set tokyese, e a questo punto non mi costa neanche troppo abbandonare Bob e la sua Ferrari, dato che Bob domani deve alzarsi presto, seeya Bob!, e aggregarmi al gruppo di Jack, che va a cena. Così vengo caricato su un SUV che si dirige verso il grattacielo X, l’unico edificio progettato da Jean Nouvel a Tokyo (la cosa mi viene comunicata come se sotto ci fosse una verità nota agli iniziati: tipo che Jean Nouvel fa sempre due grattacieli in tutte le città in cui lavora, e qui invece solo uno, per ragioni che tutti gli altri conoscono e io no), e l’ascensore ci deposita in pochi secondi nella hall del ristorante milanese Bice, sede di Tokyo. La vista toglie il fiato, ma questo è l’ultimo ricordo bello che ho della serata.

Perché stiamo ancora contemplando Tokyo dalla vetrata quando viene a prelevarci un atroce maȋtre, milanese anche lui come il ristorante, giacca salmone e incredibile cravatta a fioroni, che ci scorta al nostro tavolo e ci assiste e ci intrattiene (fino alle 22 perché poi, e ce lo dice come se la cosa dovesse interessarci, «deve lasciarci» perché l’indomani mattina presto ha l’allenamento per «una gara di yacht» che si terrà la domenica – i signori vogliono venire? Ed è tutto così evidentemente una presa per il culo, e così chiaro che ci considera degli idioti che al prossimo incrocio di sguardi mi aspetto una risata collettiva, che però non arriva), ci intrattiene e ci assiste, questo bauscia da esportazione, durante uno dei peggiori pasti italiani che mi sia capitato di fare (e io di solito mangio dal frigo), con una delle conversazioni più convenzionali a cui mi sia capitato di partecipare, e alla fine per una scaglia di salmone, una pasta al radicchio, n. 4 straccetti alla rucola e un dolce al mascarpone tipo Antica Gelateria del Corso pago l’equivalente di 110 euro, dopodiché scendiamo e la compagnia si disperde, e io torno a casa con l’ultima metropolitana per risparmiare almeno i soldi del taxi, almeno quelli.

Per le foto: grazie a Inge Molemans e Andrea Gallerani