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Formazione tecnica e ingegneri a Torino
Cultura industriale e formazione tecnica: la nascita degli studi d’Ingegneria.


Margherita Bongiovanni



Margherita Bongiovanni, laureata in architettura al Politecnico di Torino, dal 1998 si occupa del riordino, catalogazione e valorizzazione del patrimonio di interesse storico-scientifico e della diffusione della cultura scientifico-tecnologica presso il Centro Museo e Documentazione Storica del Politecnico di Torino. Nelle attività legate alla gestione della memoria storica si occupa anche dello studio della storia del Politecnico e della presenza femminile al Politecnico di Torino.

Quando nascono a Torino la Scuola di Applicazione per gli Ingegneri nel 1859, e il Regio Museo industriale nel 1862, il Piemonte sta attraversando un periodo di evoluzione verso profonde trasformazioni sociali ed economiche .
I problemi legati all’unità, finalmente raggiunta, hanno particolare effetto in Piemonte, soprattutto su Torino: da un lato, si avvia la trasformazione della città da capitale di un piccolo stato regionale ad importante centro urbano di una grande Nazione; dall’altro, si assiste al passaggio da una economia principalmente “di guerra” - anche se in uno stato relativamente all’avanguardia nel panorama europeo - ad un’altra “di normalità”, ma nell’ambito di una sopravvenuta situazione nazionale, caratterizzata da vaste aree di sottosviluppo e con problemi di integrazione sovraregionale.
L’ingegnere “torinese” nasce, quindi, in un clima di grande evoluzione, anche culturale.
Nella prima metà dell’Ottocento, Torino non si può ancora definire compiutamente una città industriale, ma essa è già un importante polo di innovazione tecnica e tecnologica.
Le attività produttive, a parte i Mulini della città e le officine dell’Arsenale, si svolgono comunque in un quadro sostanzialmente artigianale, anche se i primi segni tangibili di un cambiamento si scorgono nelle Esposizioni Nazionali di Arti e Mestieri che, sin dal 1827, trovano la loro sede istituzionale nel cortile del Castello del Valentino.
Le iniziative tecniche e produttive appena richiamate si inseriscono nello sforzo di internazionalizzazione (rivolto ovviamente in primis verso il resto d’Italia) e di “europeizzazione” ante litteram che il piccolo regno sabaudo ha perseguito come politica nel corso degli anni ‘40 e ’50 del secolo XIX.


In questo contesto storico c'è chi crede fermamente in un rinnovamento sociale e culturale strettamente connesso all'innovazione delle pratiche tecniche.
Il crescente impiego di manodopera nelle attività produttive comporta la richiesta di maestranze specializzate, che si intendano sul terreno comune delle conoscenze matematiche, meccaniche, chimiche, anche se di base e direttamente finalizzate alle applicazioni.
Tra i promotori emerge la figura di Carlo Ignazio Giulio, cui nel 1845, grazie anche al supporto del ministro Des Ambrois e del marchese Cesare Alfieri, si deve la nascita del primo Istituto Tecnico piemontese destinato a formare un corso di studi tecnici per operatori dell'industria e dell'artigianato.
La scuola, pur mantenendo il carattere di istituto di istruzione non universitaria, destinato ad un pubblico di tecnici più direttamente impegnati nel mondo del lavoro, avrà una grande importanza nella futura evoluzione anche delle scuole tecniche universitarie torinesi e darà l'avvio a tutte le scuole di pari finalità pratico - formative del Piemonte.
Anche Don Bosco, con il suo impegno sociale per i giovani meno abbienti non ancora stabilmente inseriti nel mondo del lavoro, imprime un grande rinnovamento alla formazione professionale, ponendo su nuove garanzie l'apprendistato ed il suo riconoscimento formale, organizzando scuole per i nuovi scenari di un mondo non più artigianale, anche se non ancora industriale.
Nelle scuole tecniche si impartiscono cognizioni “concettuali”e “reali” per gli operai, ma al tempo stesso si danno le nozioni di cultura generale.


Nella diversità dei corsi e delle sezioni, sono annesse le officine per gli insegnamenti “pratici”, che nelle scuole serali hanno luogo tutte le sere dei giorni feriali. Esistono anche corsi femminili nei quali si insegnano la calligrafia, il disegno, la pittura, il ricamo, il cucito, il taglio.
In base al corso frequentato sono presenti insegnamenti teorico - pratici per formare maestranze più specializzate in ogni campo merceologico. Gli istituti commerciali preparano i giovani per diventare commercianti ed agenti di commercio. Nelle scuole d’arti e mestieri si fornisce l’istruzione professionale agli operai che intendono dedicarsi alle arti meccaniche, decorative, fabbrili e murarie. Le scuole industriali preparano studenti che vogliono dedicarsi alle arti meccaniche, tessili, chimiche, tintorie, alle costruzioni e all’intaglio. Le lezioni si sviluppano in orari diurni e serali, per dare la possibilità agli operai di seguire i corsi al termine delle ore di lavoro.
Nel volgere di qualche decennio si assiste al passaggio da una situazione pionieristica caratterizzata dalle "Scuole tecniche serali" tenute dal Giulio e dal Sobrero, al complesso "arcipelago" di scuole tecniche e professionali che impegnano un numero sempre maggiore di allievi.
In questa direzione,già nel 1898 sull’”Annale dell’Industria e del Commercio” edito dal Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, in una descrizione riguardante le Scuole Tecniche così è scritto: “Il Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio concorre a mantenere 206 scuole industriali, commerciali e professionali. Le 206 scuole si suddividono in 1 scuola Regia Scuola Navale superiore di Genova, 1 Regio Museo Industriale italiano a Torino, 3 regie scuole superiori di commercio, 12 scuole inferiori di commercio, 12 scuole inferiori di commercio, 65 scuole industriali e d’arti e mestieri, 6 scuole superiori di arte applicata all’industria, 104 scuole inferiori d’arte applicata all’industria e di disegno industriale, 14 scuole professionali e commerciali femminili. Nell’anno 1898 il Ministero sostiene tali scuole con un contributo di 648.160 lire. Ad eccezione del Regio Museo Industriale che è un Istituto governativo, le altre scuole industriali e commerciali hanno carattere consortile, e sono sostenute con il contributo dello Stato, degli Enti locali, delle Provincie, dei Comuni, delle Camere di Commercio, dei Sodalizi operai.


In questo clima fortemente attento alla formazione tecnica e professionale nasce ben presto l’esigenza di formare un ingegnere capace di gestire l’innovazione e primo attore della nuova società industriale.
Il 13 novembre 1859 il Governo del Regno di Sardegna promulga la Legge "Sul riordinamento dell'Istruzione Pubblica", nota con il nome del suo estensore, Gabrio Casati. La Legge Casati crea un ordinamento efficace, il cui indirizzo strutturale rimarrà immutato fino alla Riforma Gentile e pone le premesse ideologiche e le scelte pedagogico-didattiche del nuovo stato italiano.
La Legge Casati dà l’avvio agli studi tecnici, triennali, ponendo le basi alla nuova struttura scolastica italiana, a partire dall’istruzione superiore, sino a quella elementare.
E’ inoltre stabilito il nuovo ordinamento degli studi di ingegneria, che divide in due stadi la carriera scolastica degli ingegneri, lasciando alle università un primo stadio teorico o di preparazione, creando nuove scuole per il secondo stadio di scienze applicate.


L’inserimento di una specializzazione tecnica a livello universitario è fondamentale per il Piemonte, dove sino al 1847, l'insegnamento dell'ingegneria era svolto presso l’Università nell'ambito dei corsi di Matematica. Nel primo Ordinamento della Scuola, nata con intento teorico-pratico, a completamento delle lezioni orali e dei corsi teorici, sono istituite le visite e le escursioni scientifiche e le esperienze pratiche in laboratorio che segnano in maniera inequivocabile la “modernità” dell’ingegneria della Scuola torinese.
Ma di “modernità” si deve parlare anche a proposito del Regio Museo Industriale, che istituito due anni dopo la Scuola di applicazione, promuove gli studi industriali attraverso l’”Esposizione permanente ed operante di ogni mezzo di sviluppo e progresso offerto dall’industria”, e vuole essere mezzo per diffondere la “coscienza tecnica”, fucina di una nuova classe dirigente che proietti la Nazione in una più alta dimensione a livello europeo. Il Regio Museo Industriale nasce con caratteristiche innovative, affiancando i corsi d’insegnamento all’esposizione industriale, come veicolo di istruzione rivolto sia alle classi operaie, che agli addetti alle industrie ed alla futura classe dirigente. La fattiva sinergia tra le due Istituzioni confluirà nel 1906 nella loro unione, dando vita al Regio Politecnico di Torino.

Immagini

Cortile interno del Regio Museo Industriale, 1864.
Laboratorio di Arte Mineraria presso il Regio Museo Industriale di Torino.
“Studio di incavallatura”. Esercitazione del Corso di Scienza delle Costruzioni, Scuola di applicazione per gli Ingegneri di Torino, 1892.
Interno del laboratorio di Meccanica applicata, al Castello del Valentino

“Studio di un solaio”. Esercitazione del Corso di Scienza delle Costruzioni, Scuola di applicazione per gli Ingegneri di Torino, 1892.