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Conversazione con Andrea Frova
Fare scienza non è acquisire certezze ma scoprire la vastità dei nostri dubbi. Vale anche per l'arte della composizione musicale?

a cura di Lidia Santoro



Andrea Frova, nato a Venezia nel 1936, laureato in Fisica all'Università di Pavia nel 1959, è professore ordinario di Fisica Generale e docente di Acustica Musicale presso l’Università di Roma “La Sapienza”. In passato, è stato per anni ricercatore dei Laboratori AT&T Bell di Murray Hill e professore visitatore nelle università dell’Illinois, di Stoccarda, della California, oltre che presso il Politecnico Federale di Losanna. Ha pubblicato oltre 150 articoli professionali nella Fisica della Materia su riviste scientifiche internazionali e altri di carattere meno tecnico su giornali e riviste (La Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa, Sapere, Le Scienze, Newton, ecc). È autore di due testi universitari, Semiconduttori (Veschi-Masson 1977) e Fisica nella Musica (Zanichelli 1999) ed è stato curatore (editor) di 5 libri monografici di Fisica in inglese. Nel campo della divulgazione scientifica ha scritto i seguenti libri: La rivoluzione elettronica (Editori Riuniti 1981), Perché accade ciò che accade (BUR 1995, diciannove edizioni), Parola di Galileo (BUR 1998, versione inglese Thus Spoke Galileo, Oxford University Press 2006), Luce colore visione (BUR 2000), La fisica sotto il naso (BUR 2001), Ragione per cui (BUR 2004), Armonia celeste e dodecafonia (BUR 2006), Se l'uomo avesse le ali (BUR 2007), vincitore del Premio letterario Galileo 2008 per la divulgazione scientifica. Inoltre il saggio sulle cucine orientali Il milioncino (Mursia 2007). Di narrativa ha pubblicato: Bravo Sebastian (riedizione 2007 Bompiani) e Il test di coscienza (Il filo, 2007). Sui temi dei suoi libri ha dato conferenze in sedi accademiche, centri culturali, e festival scientifici. Ha tenuto inoltre conversazioni/concerto sulla fisica del suono degli strumenti musicali e della voce umana, coadiuvato da noti solisti, cantanti e gruppi musicali. Dettagli sulla sua attività e sulle sue pubblicazioni sono reperibili nel sito
<http://chimera.roma1.infn.it/G29/frova/FrovaHome.html>.

La scienza si propone di individuare le leggi che regolano l'Universo: principi precisi, e quindi equilibrio e armonia o invece piuttosto apparente disordine, motore di un sistema dinamico in evoluzione?

Le due alternative proposte nella domanda non sono in contrasto tra loro, ma anzi si complementano. Ovviamente l'universo, come ogni sua parte, è un sistema dinamico in evoluzione. Esso può apparirci disordinato là dove la scienza non ne ha ancora chiarito i meccanismi operanti. Ma l'evoluzione avviene secondo precise regole della natura, includendo in esse anche eventuali fenomeni di tipo caotico. In tal senso, si può affermare che l'evoluzione avviene in modo armonico ed equilibrato. È la nostra parziale e imperfetta conoscenza delle leggi della natura, soprattutto per quanto concerne le prime fasi di vita del nostro universo - una conoscenza che, pur progredendo, non potrà che restare sempre incompleta - a farci sentire disorientati e a spingere gli animi più semplici e meno documentati a postulare interventi di natura preternaturale.

Il pensiero scientifico e quello filosofico sono stati caratterizzati, negli ultimi tempi dall'inesorabile e progressivo venir meno delle certezze. La scienza cerca di continuare a ricoprire un ruolo rassicurante, ma la crisi esistenziale investe ogni campo, anche l’umanità dell’uomo di scienza e le sue sicurezze?

Non sono del tutto d'accordo con l'affermazione che negli ultimi tempi il pensiero scientifico e quello filosofico siano stati caratterizzati dall'inesorabile e progressivo venir meno delle certezze. Direi invece che è il pubblico ad aver meglio compreso i limiti di queste due basilari attività umane. La scienza non ha mai, fin dai suoi primi passi nell'antichità, preteso di fornire delle certezze. Al contrario, ha sempre avanzato delle ipotesi che erano pronte a farsi correggere o addirittura negare di fronte all'acquisizione di nuovi dati e alla formulazione di teorie più vastamente comprensive. Questa è l'unica certezza che possiamo trarre dalla scienza, quella cioè di operare sempre in regime di dubbio, un dubbio che si va innalzando nel tempo a livelli via via più affinati. Quanto alla filosofia, che non fa parte delle scienze esatte, il suo campo d'indagine si è molto ristretto con l'avvento della scienza moderna. Essa oggi non può che essere accolta alla stregua di un ricettario di opinioni, destinate a incontrare il plauso o la resistenza del pubblico in modo squisitamente soggettivo, così com'è per le ideologie politiche o per i gusti personali in fatto d'arte.

E' più difficile essere scienziati oggi o ai tempi di Galileo, Newton e Darwin? Naturalmente parlo dell'impatto mediatico sulla gente e degli effetti e condizionamenti delle scoperte scientifiche.

Non vedo motivo perché debba essere più o meno difficile fare scienza in un'epoca o in un altra. La scienza è un'azione corale, collettiva, e ogni singolo scienziato opera nell'ambito della cultura che lo avvolge, cercando di apportare ad essa il suo piccolo (o grande) contributo innovativo. Non v'è dubbio tuttavia che l'impatto della scienza odierna sulla società è di ben maggiore portata che non nei secoli scorsi. L'avvento dell'elettronica e dell'informatica, ad esempio, sta producendo una trasformazione del nostro vivere più rapida e più drammatica di ogni precedente rivoluzione delle conoscenze e delle tecnologie. Il ruolo dello scienziato, in questo, ha un peso maggiore di quello di altri cittadini. Di fronte alle possibili applicazioni perverse e immorali delle sue scoperte - consumismo esasperato, bisogni artificialmente indotti, obiettivi bellici, tanto per esemplificare - egli deve sentirsi responsabilizzato oggi più che mai, e garantirsi che i decisori politici siano ben consci dei pericoli che possono nascondersi dietro il progresso tecnologico. Se l'uomo finora ha imparato a controllare la natura, ora dovrebbe imparare a controllare se stesso. E invece, purtroppo, fa esattamente il contrario.


        Galileo di fronte all'Inquisizione, un dipinto di Cristiano Banti (1857)

Il cinema è finzione, ma alcuni film sembrano riprodurre la realtà o la probabile realtà, avvalendosi di leggi fisiche dimostrate. La teoria dello "sliding door" o dell'effetto farfalla..... E' veramente credibile che la variazione di un granello di tempo della nostra esistenza possa completamente variare il corso degli eventi?


È credibile, ma non si tratta di sorprese, anche questo rientra nelle leggi di natura, fa parte dei suoi modi di evolvere. Stiamo parlando di una branca giovane della scienza, ancora poco esplorata, quella del caos deterministico, non certo di effetti miracolosi, né mirabolanti. Col tempo sarà fatta maggiore chiarezza.

I frattali: sono affascinanti! Soprattutto quelli presenti in natura, più numerosi di quanto si possa immaginare. E allora la natura ha seguito programmi da computer o il computer ha copiato la natura?

Direi che si può solo rispondere "la seconda che ha detto". Ossia il computer ha individuato procedure geometriche per riproporre la frattalità della natura.

La musica è frutto della creazione, come animali, piante, fiumi e laghi?  Deriva dalla natura e dalle sue espressioni? E' invenzione dell'uomo?

Anche qui, valgono entrambe le supposizioni. Le radici della musica vanno cercate nei suoni naturali, in primis la voce dell'uomo e degli altri animali, la cadenza del parlato, il canto degli uccelli, il mormorare del vento tra le fronde, il rumore dell'acqua di una cascata o della pioggia sono forme di musica allo stato elementare. Su questi input primordiali, l'uomo ha costruito le sue invenzioni, e ha saputo farle maturare nel corso dei secoli fino alle complessità del Novecento. Il progresso è stato tanto straordinario quanto quello delle conoscenze scientifiche, con una basilare differenza: gli orizzonti della scienza sono più aperti che mai. La musica, invece, sembra avere raggiunto una sorta di livello di saturazione, che, lo temo fortemente, potrebbe segnare la fine della sua stagione. Il grande direttore Temirkanov ha detto: "I compositori odierni non sanno scrivere musica per gli uomini d'oggi. Per fortuna ci hanno pensato i grandi musicisti del passato".


Riportiamo, a conclusione della conversazione con Andrea Frova,  uno stralcio di Bravo Sebastian (Bompiani) il romanzo attorno a Bach. Sul letto di morte, dopo che un chirurgo oculista lo ha definitivamente accecato, Bach ha un colloquio con Wilhelm Friedemann, il più geniale ma anche il più sregolato dei suoi figlioli.

La morte di Johann Sebastian sopravvenne di lì a breve tempo. Qualche giorno prima della fine, Wilhelm Friedemann venne a far visita a suo padre. Aveva una domanda da fargli, una domanda che aveva sempre tenuto dentro.
Sebastian era ridotto in condizioni miserevoli, il corpo pieno di piaghe, la carne appassita, il volto penosamente scavato. Friedemann era rimasto solo con lui. D'improvviso si risolse a parlare:
- Padre, cerco la verità. Ditemi, voi credete veramente in Dio?
- Sì, Friedemann - sussurrò Sebastian. Non si mostrava sorpreso.
- Credete nel Dio dei cristiani?
- Credo in Dio.
- E credete che ci abbia presenti, ciascuno di noi, e che ci giudichi, e che ci destini alla vita o alla dannazione eterna?
- No, Friedemann… questo lo dubito. Dio è soltanto… il nostro sommo ideale… e il nostro conforto.
- Non credete perciò che egli si sia fatto uomo.
- Non mi è facile, Friedemann… dovrei far torto alla mia intelligenza… e non è necessario… no, non credo che sia necessario…
- E allora, padre, per quale recondita scelta avete vissuto nell'ambito della religione? Perché avete consentito che la vostra arte si ponesse al servizio della chiesa luterana?
- Ero certo, Friedemann, che mi avresti mosso questo rimprovero. Ma ciò non mi addolora… giacché io stesso… io stesso ho avuto il dubbio -. Sebastian parlava a voce bassissima, prendendo fiato tra le parole. - L'ho avuto da quando… da quando da ragazzo… incontrai un vecchio italiano che diede vita alla mia immaginazione…
- E allora?
- Per chi sa vedere, Friedemann, nulla è come sulla tastiera, soltanto bianco o soltanto nero… Ogni cosa è grigia, varia la tonalità.
- Che intendete con questo?
- Che non è necessario aver fede… appunto… basta fare delle scelte… Importante è viverle.
- Ebbene?
- Lutero è grande… Friedemann. Il più grande tra gli uomini… dopo… dopo Cristo. La sua parola serve ad ammaestrare gli umili… dà forza agli infelici. Ed è motivo di edificazione degli animi… Di tutti gli animi, Friedemann, anche dei nostri.
- Cristo e Lutero, padre, sono disponibili a tutti. Non occorrono intermediari che prosperano sull'eredità del loro messaggio. E lo è anche il vostro Dio.
- No, Friedemann! Anche la musica è a disposizione di tutti, ma pochi sanno come attingervi. Gli uomini… gli uomini hanno bisogno di essere condotti per mano…
- Non è forse anche dell'altro che vi ha spinto, signor padre? Il debito di riconoscenza verso Lutero e la sua Chiesa per aver fatto della musica un cardine della spiritualità?
- Può essere, Friedemann. La musica è il miglior godimento, diceva Lutero. Con essa il cuore si sente sollevato e ritrova la sua pace… Per un musicista, queste parole contano sopra ogni altra cosa…
- E la storia? Pensate che la vostra immagine non verrà mistificata? La Chiesa non può convivere con tanta chiarezza di pensiero!
- Era l'idea di Frohne… Ma io ho fiducia. Prima o poi… prima o poi la storia sa rendere giustizia.
Wilhem Friedemann era profondamente toccato. Sentì con forza di avere di fronte a sé un uomo che aveva vissuto senza mistificazioni e operato le sue scelte nel pieno dominio della realtà, in nome di valori che trascendevano l'arco della sua esistenza.
- Padre mio - mormorò - vi ho dato tante amarezze! Sono venuto affinché non ve ne andiate senza sapere quanto vi ho amato. Siete l'essere umano che sopra ogni altro ho sentito di dover emulare…
- Figlio a me più caro… Benvenuta, io dirò, quando morte per me verrà… Ricordi, Friedemann, le parole di quella mia cantata? Le raccolsi per me stesso e oggi le recito con il cuore rasserenato… Ti sono grato… Benvenuta, io dirò, quando morte per me verrà. Vieni, alzo la mano per salutarti...