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Silvia Chiodera


Il viaggio di Elisabetta Farnese dipinto: Ilario Spolverini, pittore di cerimonie


Queste note sul pittore Ilario Spolverini (Parma 1657-1734) sono state predisposte in occasione della giornata del 12 ottobre svoltasi nell’ambito del Festival della Storia, organizzato dall’Università di Bologna, che mi ha vista coinvolta, con altri relatori, nella tavola rotonda intitolata “La Storia: il faro dell’umanità. 1714-2014 Elisabetta Farnese da Borgotaro”.

Ilario Spolverini si forma a Parma presso Francesco Monti, detto il Brescianino, pittore di battaglie, il quale già dal 1681 era al servizio del duca Ranuccio II Farnese; dal maestro Ilario apprende la conoscenza del disegno e della prospettiva e perfeziona la resa dinamica dei corpi in movimento, rendendo magistralmente le atmosfere notturne connotate da violenti e fumosi contrasti di luci e ombre.

Con molta probabilità, durante gli anni giovanili Spolverini compie un viaggio a Firenze per studiare opere del pittore Jacques Courtois, detto il Borgognone. Da Courtois l’artista parmense media la concezione scenica corale e la narrazione minuta dei particolari, soprattutto per quanto riguarda il tema della battaglia.

Già nel 1690 Spolverini è un pittore affermato: nel 1692 ottiene la patente di familiarità da Ranuccio II e successivamente diviene pittore di corte. Nell’ambiente cortigiano è tenuto in grande considerazione, ricoprendo attività di antiquario e copista di dipinti importanti del Cinquecento e del Seicento; è anche amico di importanti artisti al servizio dei Farnese, come gli architetti e scenografi Ferdinando e Francesco Galli Bibiena.

È documentato, inoltre, un soggiorno a Venezia dopo il 1692, durante il quale collabora all’illustrazione delle imprese del doge Francesco Morosini. Nel corso della permanenza nella città lagunare Spolverini deve aver visto, nel palazzo Ducale, i «Fasti» della città, eseguiti tra la fine del ’500 e l’inizio del ’600 da artisti come Paolo Veronese, Palma il Giovane, Zuccari e altri nomi celebri. È lecito suppore che a Venezia abbia inoltre apprezzato la pittura di Sebastiano Mazzola e di Francesco Maffei: di quest’ultimo si riscontrano echi soprattutto nei dipinti di “cerimonia”, dove, mentre nei primi piani il segno rimane netto e preciso, nei secondi si spezza in un baluginare di luci calde.

Spolverini, infatti, nonostante la formazione come pittore “battaglista”, diviene famoso come pittore di cerimonie.

Il suo grande spirito ecclettico lo porta a collaborare anche con lo scenografo Carlo Virginio Draghi. In occasione delle nozze tra Dorotea Sofia di Neoburgo e Odoardo Farnese (genitori di Elisabetta) viene realizzata la Naumachia (1690): l’opera illustra la rappresentazione teatrale messa in scena nel laghetto del giardino ducale di Parma (fig. 1).


Fig. 1 Spolverini, Naumachia nel giardino ducale di parma, 1710, Parma, Municipio

Infatti, già nel Seicento e in tutta la prima metà del secolo successivo, Parma e Piacenza, i due centri del potere farnesiano, sono luoghi di grande importanza per la festa barocca. Per le molteplici occasioni festive di carattere religioso e profano, popolare e civile, il cerimoniale di Corte deve allestire programmi appropriati, a seconda della circostanza; sull’argomento è conservato materiale documentario molto ricco, costituito da manoscritti, stampe e “libretti” in cui vengono immortalati i molteplici eventi dell’effimero barocco. Soprattutto Casa Farnese si distingue per le celebri rappresentazioni dei fastosi apparati, al fine di comunicare al mondo la magnificenza della Corte.

Durante questi avvenimenti la città è protagonista della festa: cortei, trionfi, mascherate e processioni. Inoltre spazi appositamente “teatralizzati” ospitano giostre e tornei. Sono eventi che determinano una profonda riorganizzazione della trama viaria ed edilizia, ottenuta con aggiunte di scritte e decorazioni. 

Lo spazio cittadino si carica di forte valenza teatrale: nelle due città farnesiane si registra una sinergia ottimale tra potere politico e religioso, fra artisti, eruditi e i diversi strati sociali che concorrono all’ideazione e alla realizzazione del “magnifico apparato”.

Il programma è solitamente svolto da un letterato, mentre all’artista spetta l’interpretazione visiva della dotta composizione allegorico-celebrativa, il compito difficile di “impalcare” il “gran teatro delli stupori”.

Il contesto storico e le tele per le nozze di Elisabetta

Durante i primi anni del Settecento il ducato attraversa un periodo economicamente disastroso, oberato dalle tasse che il duca si era impegnato a pagare purché le truppe imperiali venissero ritirate in seguito alla Guerra di successione spagnola. I confini poi sono continuamente minacciati dai tedeschi, quindi instabili. È il cardinale Giulio Alberoni, piacentino devoto ai Farnese e primo ministro di Filippo V re di Spagna, a suggerire al sovrano di scegliere in seconde nozze Elisabetta Farnese, nipote ventiduenne del duca Francesco. L’Alberoni così restituisce il prestigio e l’ambizione che le vicende storiche sfortunate avevano fatto perdere al ducato. Le nozze vengono celebrate il 16 settembre 1714 nel Duomo di Parma per procura. Sono indetti fastosi festeggiamenti dal duca Francesco, anche perché è presente il legato pontificio Cardinal Ulisse Gozzadini. Giudicato l’avvenimento degno di essere fermato sulla tela da un valente pittore, Francesco Farnese incarica Ilario Spolverini di prendere schizzi durante le celebrazioni per poi poter dipingere con verosimiglianza le tele commemorative.

Ilario si appresta a questo lavoro con grande impegno, realizzando disegni e alcune stampe. Per eseguire le opere si documenta ampiamente e, oltre agli schizzi, si serve di ritratti dei personaggi da rappresentare, si fa inviare le vesti indossate e si reca sui luoghi, restituendo un attento lavoro di reportage documentario dell’epoca. Il principale documento di riferimento per la cronaca della cerimonia è il Ragguaglio delle nozze della Maestà di Filippo Quinto e di Elisabetta Farnese, testo uscito probabilmente dalla cancelleria di corte, reportage precisissimo e dettagliato. Spolverini vi inserisce alcune sue incisioni e acqueforti acquerellate che, insieme alla serie di quadri per le nozze, restituiscono più nitidamente il ricordo di quel grandioso avvenimento (figg. 2-3)


Fig. 2 Spolverini, Facciata del Duomo di Parma parato riccamente in occasione delle nozze di Elisabetta Farnese Regina di Spagna, acquaforte acquerellata del Ragguaglio delle nozze, 1718



Fig. 3 Spolverini, Coro del Duomo di Parma parato riccamente in occasione delle nozze di Elisabetta Farnese Regina di Spagna, acquaforte acquerellata del Ragguaglio delle nozze, 1718

Questa occasione lo porta a mutare l’energia compositiva e le atmosfere mosse e scenografiche che caratterizzavano i dipinti di battaglia, per lasciare spazio a una più solenne analisi descrittiva.

Le nozze di Elisabetta sono celebrate con grandissimo fasto e Spolverini è incaricato di seguire tutte le fasi della cerimonia e il corteo di accompagnamento della sposa nelle valli dell’Appenino, per poi fissare su tela i momenti salienti dell’evento in tre serie di quadri di dimensione grande, media e piccola destinate a ornare i palazzi ducali di Parma, Piacenza e Colorno.

Il ciclo delle nozze può essere diviso in tre momenti:

 

  1. le scene degli esterni del corteo di Parma
  2. le scene degli interni della cerimonia nuziale in duomo e del convito a corte
  3. i momenti del viaggio di Elisabetta verso la Spagna: quando lascia la corte di Parma, quando arriva a Borgotaro e quando prende congedo dal Passo Cento Croci (si possono includere i tale raggruppamento anche le tele degli Episodi delle nozze)


In questa sequenza la luce diurna tende gradualmente a diminuire fino a diventare crepuscolare, forse per rimandare a un significato simbolico per cui il grande avvenimento termina con il tramonto.

Del primo gruppo si ricorda la tela raffigurante L’ingresso a Parma da Porta San Michele dei Cardinali Gozzadini e Acquaviva e del Duca Francesco Farnese (fig. 4). Il gruppo centrale, sotto il baldacchino in broccato bianco e frangia d’oro, è costituito proprio dai “Tre Personaggi”, riconoscibili anche dalla fisionomia. Il corteo prosegue con cavallerizzi, guardie, trombettieri e una serie di carrozze che sembrano perdersi sino all’orizzonte luminoso, suggerendo un’incredibile senso di profondità. L’artista è riuscito a realizzare una quantità innumerevole di figure con pennellate rapide ma caratterizzate da un’alta qualità estetica e realistica. Sulle livree rosse dei personaggi le luci si rompono in mille zampilli, alternati con striature azzurre e bianche, tutto ciò rende assai vivace il tono cromatico dell’insieme. Di grande suggestione sono anche le quinte architettoniche degli edifici, caratterizzati da altezze e forme diverse che sembrano ricordare un fondale scenico.

Questa serie di tele di Spolverini anticipa il genere delle grandi cerimonie che si svilupperà a Roma per opera di G. Paolo Panini pochi anni dopo.

Il Corteo del Cardinale Gozzadini per strada Santa Lucia verso il Duomo (fig. 5) secondo alcuni studiosi sarebbe stato concepito in connessione alla tela appena discussa. La facciata del Duomo appare addobbata di festoni, drappi, arazzi, quattro stemmi; sono ornati a festa anche gli edifici circostanti, con stendardi e drappi bianchi o rosa. Il corteo di carrozze, portantine e cavalieri si snoda davanti alla cattedrale bustrofedicamente su se stesso più volte, aumentando il senso di profondità tra la folla. I monumenti e gli edifici testimoniano tutto il gusto settecentesco delle facciate dipinte con affreschi e stucchi; essi sono rappresentati deformati prospetticamente, slanciati verso l’alto, come in una visione dal sotto in su. Inspiegabili sono le due torri altissime, una davanti al Duomo, l’altra dietro davanti a S. Giovanni Evangelista; Secondo Raffaella Arisi potrebbero rimandare alle due torri di Bologna, città di provenienza del Cardinale. Il rosso e il blu sono i toni che spiccano più vivacemente.


Fig. 4 Spolverini, Il Cardinale Gozzadini entra a Parma da Porta San Michele, 1717-1720, Piacenza, Museo Civico



Fig. 5 Spolverini, Corteo del Cardinale Gozzadini per strada S. Lucia, 1720, Parma, Municipio


La narrazione dipinta prosegue con la rappresentazione dell’accoglienza della regina alle porte del Duomo da parte del clero e del vescovo, con la scena delle celebrazioni delle nozze nella cattedrale, seguita da quella del sontuoso banchetto nuziale (fig. 6). Questo dipinto regala una dettagliatissima fotografia dell’allestimento effimero di un ambiente aristocratico: il grande baldacchino al centro e gli addobbi che circondano le pareti del salone esaltano il gusto fastoso e spagnolesco della corte di Parma, così come il grande accorrere di dame adorne di pizzi e di eleganti gentiluomini. Al centro vi sono valletti vestiti con livree rosse smaglianti che portano il cibo su piatti d’argento, il loro passo è molleggiato come una danza. Risalta l’estrema minuzia e precisone nella resa dei particolari degli abiti damascati e raffinati delle dame e dei dignitari, così come l’espressione dei loro volti. Caratteristica è la presenza del nano, al quale il pittore dona un po’ della grazia e dell’eleganza che connota le altre figure.

Forse si può riconoscere l’autoritratto del pittore in primo piano all’estrema destra. Un richiamo all’arte scenografica veneta è nel fondale a destra che ricorda gli ordini architettonici “veronesiani”.


Fig.6 Spolverini, Banchetto nuziale di Elisabetta Farnese, 1718-1720, Parma, Municipio

Dopo il sontuoso pranzo, Spolverini immortala la regina durante i più salienti momenti di rappresentanza: quando riceve i cardinali Gozzadini e Acquaviva e quando concede il baciamano alle dame, ai gentiluomini e alla comunità di Parma e Piacenza.

Le ultime tele raffigurano i diversi momenti del viaggio di Elisabetta, dal momento in cui parte da Parma qualche giorno dopo le nozze, attorniata da centinaia di persone che si inchinano e si prostrano per l’ultimo saluto, a quando arriva a Borgotaro (fig. 7) a quando infine congeda parte del corteo al passo Cento Croci. 

 
Elisabetta Farnese si mette in viaggio il 22 settembre 1714 per raggiungere il marito in Spagna, la sera del 23 si ferma a Borgotaro. 

Esiste una lettera inedita di un archivio privato di Piacenza datata 15 agosto 1720 con cui il duca Francesco Farnese annuncia al conte Ottaviano Caraccioli Borghi l’imminente visita di Spolverini in quel luogo “per tornare il disegno di certa prospettiva” (regesto data 1720).

Lo spazio realizzato dall’artista è dilatato fino ad abbracciare catene montuose; in lontananza si aprono vallate boscose, oltre la cittadina di Borgotaro che appare come una macchia grigio azzurra sullo sfondo, in mezzo al verde cupo delle colline. Il corteo che segue Elisabetta si stende a serpentina lungo i tornanti dell’impervia strada; esso è costituito da miriadi di figure, cavalieri, alabardieri, ben definite riguardo ai costumi dai colori sfavillanti e all’acconciatura. Elisabetta è ben visibile dalla portantina nell’atto di conversare con la madre, mentre i paggi camminano con andamento quasi danzante.

È questo uno dei dipinti più vari della serie, particolarmente riuscito nella resa dei contadini al centro in basso.



Fig. 7 Spolverini, Arrivo della Regina Elisabetta a Borgotaro, 1721-1722, Parma, Municipio

Segue una serie di quattro dipinti raffiguranti vari episodi delle nozze di Elisabetta, di cui ricordiamo l’entrata della regina e del suo seguito a Palazzo Boveri di Borgotaro (fig. 8), il torneo con cavalieri e il passaggio sotto un arco di trionfo all’uscita di Borgotaro. 


Fig. 8 Spolverini, Episodio delle nozze di Elisabetta, arrivo a Casa Boveri di Borgotaro, 1721-1722, Caserta, Palazzo Reale


Dopo essersi fermata un giorno intero a Borgotaro per riposarsi, il 25 settembre Elisabetta, salutata da salve di cannone sparate dalla fortezza di Compiano, sale, portata in sedia, al Monte Cento Croci (fig. 9).

La regina prende commiato dal duca, dal cardinale Acquaviva e dalla Corte per continuare il suo viaggio con un seguito più esiguo. I gentiluomini e le dame che l’accompagnano hanno già ripreso il cammino in una lunga processione che si snoda lungo i tornanti della strada, mentre ella indugia ancora a guardare i volti e i luoghi che le sono cari.

È una delle opere più riuscite: l’ingegnosa mossa prospettica e la resa del paesaggio a volo d’uccello che lascia scorgere i monti, le valli, i fiumi, i boschi sono prova di innegabile maestria.


Fig. 9 Spolverini, La Regina Elisabetta prende congedo dalla Corte al monte Cento Croci, 1721-1722, Piacenza, Museo Civico

Nel 1731 muore a Parma il duca Antonio Farnese. Con lui si estingue la dinastia fondata da Paolo III e la successione del Ducato di Parma e Piacenza passa a Carlo di Borbone, primogenito della regina Elisabetta Farnese e di Filippo V di Spagna.

La situazione interazionale e gli avvenimenti politici conseguenti alla Guerra di successione polacca lo portano sul trono di Napoli e delle Due Sicilie. Alla partenza da Parma di Carlo fa seguito l’ordine di trasferire a Napoli gran parte delle suppellettili delle residenze farnesiane, incluse alcune delle tele per le nozze di Elisabetta Farnese. Le collezioni farnesiane giungono a Napoli incomplete e qui non trovano subito una degna sistemazione, ma subiscono continui spostamenti e trasferimenti tra Palazzo Reale e il Palazzo di Capodimonte. È solo quasi due secoli dopo, nel 1928, che alcuni quadri del ciclo di Elisabetta tornano a Parma e a Piacenza, nei luoghi ove erano stati originariamente ideati.

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