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Francesca Rosa

I resti di un miracolo. Monditalia. 14° Biennale di Architettura. Conversazione con Luka Skansi


Nella mostra ‘Monditalia’, la sezione della 14° Biennale di Architettura allestita all’Arsenale con installazioni basate su ricerche relative a diversi aspetti della complessa realtà italiana, il contributo di Luka Skansi invita a riflettere sulla difficile e incerta condizione in cui versa attualmente una parte importante del patrimonio architettonico del secondo Novecento. Attraverso fotografie e video, realizzati appositamente per questa occasione, la ricerca si sofferma su alcuni capolavori di architettura e di ingegneria costruiti tra gli anni Cinquanta e Sessanta grazie al miracolo economico e determinanti per la modernizzazione del Paese, oggi purtroppo “ignorati, deserti e in gran parte dimenticati”. Si tratta di attrezzature, infrastrutture, edifici particolarmente fragili perché scaturiti da un’intensa sperimentazione progettuale, concepiti con originali intenzioni estetiche, segnati da specializzazione tipologica e funzionale, e realizzati con materiali e tecniche costruttive all’avanguardia. Privati a lungo di idonei interventi manutentivi, obsolescenti dal punto di vista funzionale e tecnologico, e non più efficienti dal punto di vista energetico, questi manufatti, tra i quali vi sono pure alcuni monumenti giuridicamente riconosciuti, si trovano ormai in una condizione di grave degrado materiale e di totale abbandono, e rischiano in alcuni casi anche la demolizione.
Dall’efficace installazione emergono in particolare le immagini, intense e desolanti, della Cartiera Burgo a Mantova e del Palazzo del Lavoro a Torino, esempi della sintesi tra ingegneria strutturale e architettura di Pier Luigi Nervi, dell’Istituto Marchiondi Spagliardi a Milano di Vittoriano Viganò, tra le prime espressioni italiane della corrente brutalista, della Colonia Montana ENI nel villaggio turistico Agip a Borca di Cadore, risultato delle mirabile intesa tra Edoardo Gellner ed Enrico Mattei, e del Mercato a Pescia di Leonardo Ricci, Leonardo Savioli, Emilio Brizzi, Giuseppe Gori, Enzo Gori, caratterizzato da un’ampia e sottile volta di ispirazione michelucciana. Accompagnano le immagini essenziali affermazioni che offrono ai visitatori occasioni di riflessione e che centrano incisivamente alcuni dei temi relativi a queste (e purtroppo a tante altre) opere dimenticate come, ad esempio, l’incapacità di gestirle, proteggerle e riutilizzarle, o le responsabilità e i limiti della politica. E che evocando il “potenziale latente che la modernità italiana possiede ancora” sollecitano l’individuazione di possibili percorsi per restituire alla vita questi capolavori italiani del secondo Novecento.
Queste opere, accanto ad altre meno note ma ugualmente significative, costituiscono un patrimonio costruito che, per il suo indiscutibile valore architettonico, può esprimere infinite potenzialità, comprese quelle relative alla sostenibilità energetica, ambientale ed economica dell’’intervento sull’esistente’. Per tramandare al futuro questo straordinario patrimonio del secondo Novecento è urgente predisporre gli strumenti per la sua protezione e per il suo recupero che, come suggeriscono alcune esperienze già compiute, può avvenire attraverso approcci interdisciplinari, meditati interventi di conservazione e di trasformazione, originali ipotesi di gestione e valorizzazione. Inoltre, trattandosi di un patrimonio recente, ancora escluso dal percorso di storicizzazione in grado di cautelarlo, è necessario prima di tutto riconoscerne, comprenderne e apprezzarne il valore culturale, storico e documentale attraverso opportune azioni di sensibilizzazione, come questo progetto di ricerca presentato attraverso l’importante piattaforma di confronto e riflessione sull’architettura della Biennale di Venezia.

Francesca Rosa. Come è nata l’idea del progetto di ricerca ‘I resti di un miracolo’ per la sezione ‘Monditalia’ della 14° Biennale di Architettura?
Luka Skansi. Sono stato invitato dallo staff di OMA, nel novembre dell’anno scorso, a proporre un’idea per un piccolo segmento di ‘Monditalia’. Si trattava di un progetto di mostra, già allora ben chiaro e definito, di un grande affresco dell’Italia, da allestire negli spazi delle Corderie dell’Arsenale. L’ho subito trovata un’idea molto stimolante, con molte possibilità e opportunità. E, a dire il vero, un’occasione per provare a dialogare con un pubblico più numeroso e meno ‘accademico’ di quello che di solito frequento. Unico ostacolo: l’idea andava consegnata in due giorni. Mi sono reso conto che dovevo proporre qualcosa che conoscevo già molto bene, qualcosa che sentivo mio fino in fondo, che rispecchiava il mio modo di vedere l’Italia di oggi e la condizione della nostra disciplina in particolare. E, soprattutto, volevo mostrare architettura, evitando racconti pseudo-antropologici e pseudo-sociologici.
Ho iniziato a sfogliare le moltissime fotografie scattate, in particolare, durante i viaggi svolti con Marco Pogacnik e i suoi studenti, e durante le mie infinite scorribande per le città italiane, per verificare dal vivo gli edifici che emergevano dalla catalogazione per l’Atlante dell’architettura italiana degli anni ’50 e ’60, il database costruito sullo spoglio delle riviste di architettura e ingegneria pubblicate in Italia dal 1945 al 1970.
C’è tanta meravigliosa architettura costruita in Italia. Lo si percepisce soltanto dopo aver visitato i tanti, tantissimi edifici sparsi sul nostro territorio. E nel tempo ho maturato la convinzione di quanto sia in grado di raccontare l’architettura realizzata (quella buona ovviamente), se la si visita e la si studia, molto più di tanta teoria, di tanta letteratura. E nel Paese dei figli degli anni ’70 e ’80, quelli della infinita teoria, ho scoperto di avere una grande passione per l’architettura degli anni ’50 e ’60, quella dei professionisti milanesi, dei raffinati ‘palazzinari’ romani, quella dei grandi ingegneri, delle eroiche realizzazioni, da Ivrea a Terni, da Bologna a Rimini, da Pozzuoli a Borca di Cadore. E questo è quello che in fondo volevo raccontare: lo straordinario patrimonio architettonico del dopoguerra che l’Italia possiede e che - penso di non esagerare - pochissimi italiani sanno di avere.

P. L. Nervi, A. Nervi, G. Covre, Palazzo del lavoro, Torino, 1959-61

FR. In che modo hai poi messo a fuoco il tema del tuo contributo per la Biennale?
LS. Era impossibile pensare di mostrare tutta questa grande stagione dell’architettura italiana nello spazio di 4x1,5 metri a disposizione alle Corderie. Ci avevamo messo due anni per fare un database dell’architettura italiana degli anni ’50 e ’60; in più, volevo e dovevo evitare un clone del database. Rivedendo le foto è emerso il filo conduttore del mio contributo: mi sono reso conto, banalmente, che una buona parte delle architetture che avevo visitato era in stato di totale abbandono. Da lì è partita la definizione della mostra, che riusciva a tenere insieme contemporaneamente il messaggio della grande architettura del passato e la descrizione dello stato del Paese oggi: si riusciva a raccontare la morte di un certo tipo di economia italiana, di un certo tipo di Paese, di un certo tipo di modernità, che in fondo è tutta italiana. Ripensandoci, il tema dei ‘resti del miracolo economico italiano’ è nato in seguito, nel tentativo di restringere il campo, e solo come pretesto per mostrare quella che io considero la vera grande architettura italiana del ’900: l’architettura degli anni ’50 e ’60.

E. Gellner, S. Zorzi, Villaggio Eni - colonia, Borca di Cadore, 1954-63

FR. Con quali premesse e con quali obiettivi é stato concepito l'Atlante dell'architettura italiana degli anni '50 e '60?
LS. L’Atlante nasce all’interno di un progetto di ricerca svolto con Marco Pogacnik presso lo Iuav di Venezia. A sua volta, era parte integrante di una grande ricerca nazionale PRIN dal titolo ‘La concezione strutturale’, nella quale erano coinvolte diverse università italiane (Torino, Milano, Udine e Roma): una ricerca che si è focalizzata proprio sul rapporto tra architettura e ingegneria negli anni ’50 e ’60. L’Atlante in sé nasce da diversi motivi, o necessità, che cerco di sintetizzare. Ma premetto che l’Atlante è uno strumento di ricerca, che si è perfezionato nel tempo, per passi successivi, e che si è alimentato di interrogativi sul senso di quel tipo di lavoro di ricerca. Non è un classico risultato della ricerca, direi piuttosto che è uno strumento - a mio modo di vedere molto utile - per interrogare l’architettura, il dato documentario, il dato storico.
Tornando alle premesse, la prima, semplice e banale premessa che ha portato alla costruzione dell’Atlante è che se si voleva veramente prendere in mano un contesto storico - contesto che è stato storicizzato fino ad ora solo per casi specifici, per alcune figure - era necessario ripartire da zero, tentando di ricostruire quel contesto non dando per scontato nulla. E dunque: mappare, schedare, contare, toccare con mano tutti i diversi esiti architettonici degli anni più produttivi dell’architettura italiana del ’900. L’idea è stata quella di prendere tutte le riviste specializzate del settore di quegli anni (ne erano disponibili tantissime, molte più di oggi), da “Domus” a “Industria italiana del cemento”, da “Stile industriale” a “Strutture” a “Casabella”, e rileggerle tutte, schedando a mano a mano gli edifici, o i progetti, che in esse venivano pubblicati.
‘Spogliare’ le architetture ‘firmate’ di quella superiorità, trattando allo stesso modo una perla di Albini con un edificio residenziale di Milano pubblicato su “Edilizia moderna”, un ponte di Morandi con un capannone industriale in cemento armato precompresso uscito su “IIC”: solo così si riesce a comprendere la vivacità e la produttività di quel contesto, la quantità di ottima architettura media che veniva costruita. E solo così si può capire e contestualizzare la grande realizzazione, la grande architettura. E si capisce anche la fondamentale differenza rispetto alla situazione odierna, in cui l’Italia non è più in grado di costruire grande architettura, proprio perché non c’è più il contesto generale che la permette, contesto che comprende ambiti legislativi, economici, culturali e professionali.
La seconda questione (anche questa molto banale) è quella che riguarda la digitalizzazione. L’unico modo per ordinare l’enorme materiale raccolto, e per renderlo facilmente accessibile e consultabile, era lo strumento del database. Troppe ricerche che vengono svolte nelle università italiane rimangono soltanto a disposizione di ristrette cerchie accademiche. L’Atlante - pur con i suoi limiti (è un lavoro infinito e non è concluso, ed è stato svolto in part-time da sole due persone) - è a disposizione di tutti sia per la consultazione, sia per la sua implementazione nel futuro. Non è uno strumento finito, ma già aiuta moltissimo
.L. Savioli, L. Ricci, G. Gori, E. Gori, Mercato, Pescia, 1948-55

FR. Com’è strutturato il database?
LS. Il lavoro effettivo è stato proprio questo: in che maniera strutturare il database per avere risposte migliori, più efficienti alle nostre domande? Oltre ai classici dati didascalici (autore, opera, datazione, luogo…) abbiamo inserito voci riguardanti tipologie, tecniche costruttive e figure strutturali usate. In sostanza, ogni architettura è stata ‘taggata’ per voci che descrivono il modo con il quale l’edificio è stato costruito. Questa è la parte che personalmente consulto di più: è possibile costruire delle divertentissime e utilissime piccole storie dell’architettura italiana, soltanto giocando sulle genealogie di tipi, di tecniche. Poi ovviamente è la ricerca storica che risponde ai molti interrogativi che emergono dai dati, ma intanto l’Atlante offre una sorprendente quantità di informazioni di base, dalle quali partire. Tanto per fare un esempio, se si vuole capire qualcosa dell’architettura ecclesiastica nel dopoguerra, l’Atlante offre la possibilità di creare con un click un catalogo visuale e bibliografico delle tantissime realizzazioni, tipologie costruttive, soluzioni planimetriche, dalle quali poi partire per costruire le proprie storie.

FR. Quali sviluppi potrà avere il progetto dell'Atlante?
LS. All’Atlante servono soprattutto fondi economici e persone che vogliano continuare a lavorarci. È un progetto complesso e c’è molto ancora da fare. È stato fatto con pochissimi mezzi e con tanta buona volontà. Di idee per arricchirlo e per renderlo ancora più agile ce ne sono tantissime. Ma mancano risorse e persone.

V. Viganò, S. Zorzi, Istituto Marchiondi Spagliardi, Baggio, Milano, 1953-57

J. Lafuente, A. Virago, G. Rebecchini, Tribune dell’Ippodromo di Tor di Valle, Roma, 1958-59

FR. Quali aspetti dell'Atlante sono stati ripresi ed evidenziati nella mostra?
LS. Il lavoro è ovviamente figlio dell’Atlante, le architetture mostrate sono quelle schedate nell’Atlante. Ma, in realtà, osservando nel dettaglio, si tratta di due lavori abbastanza differenti. Il modo con il quale viene mostrata l’architettura è completamente diverso. Il database offre informazioni, racconta la costruzione, crea un contesto di storie, di dati e di architetture molto più vasto. La mostra invece esaspera alcuni temi, che sono esclusivamente architettonici, quelli legati soprattutto alla forma strutturale degli edifici, al rapporto tra strutture e spazi, e al destino di queste architetture. Nella mostra ho voluto evitare deliberatamente il dato originario: volevo che si vedessero i grandi, sublimi, edifici abbandonati che accostati ai termini del titolo ‘resti/miracolo economico’ parlassero da soli. L’immagine della struttura in laterizio armato del Mercato di Pescia di Gori, Savioli e Ricci, inutilizzata e in stato di rovina, è talmente eloquente che non c’era bisogno di aggiungere altro.
Infatti, dietro alla mostra c’è un grande lavoro di riprese fotografiche e video, fatto molto dopo la costruzione dell’Atlante. Le fotografie e i video sono di Federico Padovani e Vera Leanza, e sono stati fondamentali. Restituiscono perfettamente quello che si intendeva mostrare: non tanto la ‘cartolina’ dell’abbandono, da colonna destra del sito di “Repubblica”, quanto piuttosto la grande forma delle strutture di Nervi, di Morandi, di Musmeci, le raffinate giunzioni di elementi prefabbricati di Zanuso e Mangiarotti, i meravigliosi spazi delle colonie di De Carlo e Gellner. Soprattutto architettura, forme strutturali e spazi di grande qualità.

L. Calini, E. Montuori, S. Musmeci, Stabilimento Raffo, Pietrasanta, 1956

FR. In che modo la mostra intende influire sul destino delle opere selezionate e, più in generale, delle tante opere dimenticate del secondo Novecento?
LS. Sarebbe bellissimo se la mostra potesse influire sul destino degli edifici. Sono purtroppo molto pessimista al riguardo e credo al contrario che non sia in grado di influire minimamente. La realtà è molto più forte dell’architettura, degli architetti, degli storici, e della Biennale di Venezia. Questo non vuol dire che fare operazioni di questo genere sia inutile: è una forma di lotta intellettuale, di sensibilizzazione che deve essere combattuta.
Più realisticamente, la mostra potrebbe funzionare piuttosto per aprire delle strade di ricerca, nelle quali la storia potrebbe incontrare la tecnologia dell’architettura e la progettazione. Provare a pensare in sinergia tra diverse discipline come intervenire su questi numerosissimi edifici, come rendere economicamente sostenibile il loro riuso. Penso sia abbastanza chiaro a tutti quanto sia utopico pensare di restaurare questi edifici per riportarli allo stato originario e, in più, a carico dello Stato. I presupposti con i quali sono nati non esistono più e purtroppo non esisteranno mai più. Oltre al fatto che è sparita la loro committenza, sono stati pensati con pessimi standard di isolamento, con ponti termici assurdi, con materiali oggi riconosciuti dannosi per la salute, in un’epoca che non sapeva nulla di ciò che sappiamo noi oggi di tecnologia dell’architettura. Sono tutti edifici che vanno ripensati, drasticamente, sia dal punto di vista architettonico, sia tecnico e spaziale: sono edifici per i quali bisogna inventare nuove funzioni, che abbiano senso.

G. De Carlo, Colonia Enel, Rimini, 1961-63

FR. Come potrebbero essere raggiunti questi obiettivi?
LS. È un tipo di lavoro che bisognerebbe fare con workshop, ricerche interdisciplinari, collezioni di dati sui progetti già fatti, o già realizzati, anche all’estero: una sorta di grande enciclopedia, come quella che Bruno Reichlin sta facendo a Mendrisio. Qualche occasione di collaborazione e di ricerca è avvenuta nello studio per il Palazzo del Lavoro a Torino, qualcosa anche per la Colonia Eni a Borca di Cadore; molto lo sta facendo il gruppo di lavoro romano coordinato da Sergio Poretti.
Se devo pensare a un esito reale dell’Atlante, penso a una ricerca o a un corso di studi focalizzato su questi temi. Poi, solo quando usciremo dalla crisi finanziaria, quando ci sarà un contesto migliore per poter pensare al restauro e al riuso di alcuni di questi edifici, chi si appresterà a farlo avrà la possibilità di disporre di molte informazioni, di molti casi di raffronto, di molte esperienze: e quindi avrà meno ‘occasioni’ di sbagliare.
Infine, penso che parlare un po’ di più degli anni ’50 e ’60, farebbe molto bene a tutti, alle scuole di architettura italiane, agli architetti e agli studenti. Le scuole, in particolare, sono imbalsamate e arrugginite nel profondo anacronismo degli anni ’70 e ’80, nei soliti libri, nelle retoriche del primato della teoria e nelle continue riproposizioni e nei rimescolamenti di concetti e metodologie che non hanno più niente a che fare con la città e i problemi di oggi.
So benissimo che stiamo vivendo, a scala internazionale, un revival degli anni ’50: diciamo che va molto di moda. Ma quello che bisogna evitare è che gli studi su questi anni si trasformino in un fenomeno di apprezzamento di stampo puramente ‘vintage’. Studiare quegli anni per me è studiare un grande ed eterogeneo bagaglio di forme, sorprendenti rapporti tra spazi e strutture, incredibili libertà espressive all’interno di ristrettissime disponibilità tecnologiche e finanziarie, una capacità degli architetti di costruire grande architettura senza ricorrere a inutili simbologie, a ricerche di significati dentro linguaggi personali. Si faceva, insomma, ottima, grande architettura senza il bisogno di costruirci sopra gran castelli intellettualistici. Io trovo che quel periodo insegni - ovviamente a chi vuol vedere - che l’architettura si fa, e non si teorizza (la teoria è una cosa seria, che non si fa con superficialità, come spesso accade oggi). L’architettura italiana degli anni ’50 e ’60 conferma soprattutto quelle semplici, ma illuminanti parole del ‘buon vecchio Mies’, che diceva che “l'architettura inizia quando due mattoni vengono messi assieme accuratamente”.

Per approfondire

La Biennale di Venezia
www.labiennale.org

Portfolio del progetto di ricerca ‘The Remnants of a Miracle/I resti di un miracolo’ www.behance.net/gallery/17407701/The-Remnants-of-a-Miracle

Atlante dell’architettura italiana degli anni ’50 e ’60
http://atlante.iuav.it

P. Bottoni, M. Pucci, Officine ed edifici dei servizi Olivetti Synthesis, Massa, 1949-57

La fotografia dell'installazione di Luka Skansi ‘I resti di un miracolo' è di Francesco Galli (Courtesy La Biennale di Venezia)
Tutte le fotografie dell’intervista a Luka Skansi sono di Federico Padovani e Vera Leanza

Luka Skansi (Pesaro, 1973). Storico dell’architettura, si è laureato in Architettura allo Iuav di Venezia nel 2002. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e della città nel 2006, durante il quale ha svolto una ricerca sul contesto russo prerivoluzionario (1900-17) e sull’influenza delle ricerche estetiche, artistiche e architettoniche tedesche su alcuni esponenti delle avanguardie sovietiche (Moisej Ginzburg, El Lissitskij, Nikolaj Ladovskij). I suoi interessi di ricerca spaziano tra le arti e l’architettura in Russia-Urss 1880-1930, l’architettura e la città in ex Jugoslavia (sua la cura della mostra sull’architettura del ‘900 in Slovenia: Slowenien_Meister & Szene, Pustet Verlag, 2008) e l’architettura del secondo dopoguerra in Italia. Ha lavorato in particolare sull’opera di Gino Valle (con P. A. Croset, Gino Valle, Electa, Milano 2010), Carlo Scarpa, Aldo Rossi, Myron Goldsmith in Italia, Nino Dardi; ha curato, con Marco Pogacnik, il database ‘Atlante dell’architettura italiana degli anni ’50 e ’60’ - atlante.iuav.it. Ha curato recentemente le seguenti mostre: Atlante dell’architettura italiana degli anni ‘50 e ‘60: figure, forme, tecniche costruttive, presso la sala espositiva “Gino Valle” - IUAV, 4.06 > 21.06 2013; La linea analitica. I musei e gli allestimenti di Costantino Dardi, Archivio Progetti - IUAV, Sala espositiva, 11. 11 > 13. 12. 2013; The Remnants of a Miracle, “Monditalia”, Biennale di Architettura 2014, Corderie dell’Arsenale. Dal 2007 ha svolto attività didattica presso le Università Iuav e Ca Foscari di Venezia, ed è stato visiting professor presso la Facoltà di Architettura di Ljubljana (Slovenia). Attualmente è ricercatore in Storia dell’architettura presso l’Università di Fiume (Univerzitet u Rijeci) in Croazia.