Hevelius mette a disposizione dei propri lettori una selezione di titoli da
leggere online su Issuu.com.
L'iscrizione alla nostra newsletter consente di ricevere informazioni periodiche
sulle iniziative della casa editrice, sulle nuove uscite e sulle promozioni speciali.

Dal modello teorico all'impianto urbano

Elisa Panero


È stato spesso osservato, affrontando lo studio della storia materiale antica, come traspaia dalle fonti scritte che il cittadino romano poteva muoversi, “sentirsi a casa”, in città poste a migliaia di chilometri di distanza, a Nord e a Sud del Mediterraneo. La somiglianza degli spazi della vita civile, dello stesso segno monumentale, ma anche del microcosmo della cultura materiale creava un comune mondo d’immagini, allo stesso tempo causa ed effetto di un sentire comune. Anche un’area come il Piemonte, apparentemente marginale agli occhi dei più nel suo ruolo di “testimone dell’antichità”, presenta in epoca romana alcune peculiari caratteristiche in parte ancora leggibili nella distribuzione topografica degli insediamenti moderni, nelle “impronte”, più o meno dirette, del passato preromano e romano lasciate sul territorio, nella presenza di testimonianze archeologiche di grande rilievo. Alla vigilia della romanizzazione, peraltro avvenuta con un certo ritardo rispetto ad altri settori dell’Italia Settentrionale per la resistenza delle popolazioni locali ai Romani, l’area in esame si contraddistingue per un popolamento diffuso, a piccoli nuclei insediativi, tanto che già il Mansuelli osservava come la storia della Cisalpina fosse “storia di genti” più che di città.
Su questa maglia insediativa a macchia di leopardo, l’intervento di Roma a partire dal II sec. a.C. imprime tuttavia delle caratteristiche tipiche della propria politica di conquista, riconoscibili in ogni angolo di quello che sarà l’impero romano, ma nel contempo elemento distintivo e connotante anche il territorio in esame.
Innanzitutto la creazione di un articolato sistema viario, costituito da una serie di arterie stradali a lunga e a media scala che collegava i territori di recente conquista con il centro del potere e, per l’area in esame, con gli ambienti d’Oltralpe (in particolare con la Gallia Narbonense), attraverso quell’insieme di percorsi pedemontani e montani definiti, appunto, Via delle Gallie (una, ben ricostruibile, tra Bene Vagienna e il comprensorio cuneese delle valli Gesso, Stura e Vermenagna), riscontrabili in più punti della catena alpina nord-occidentale. Tra i numerosi tratti ricostruiti dalle indagini archeologiche, particolarmente ricca di collegamenti risulta l’area dell’attuale Cuneese. Nel territorio pollentino, ad esempio, i collegamenti con Augusta Taurinorum sono attestati dalla Tabula Peutingeriana, che riporta un asse passante per Bra, Cavallermaggiore, Racconigi, Carmagnola, Carignano, La Loggia e Moncalieri.


Il percorso è documentato anche da una serie di toponimi retaggio di una antica presenza: esempio significativo il toponimo Quinto Bianco, a W di Bra (derivazione dall’indicazione ad quintum lapidem, ossia del miliario posto al quinto miglio di distanza dal centro urbano principale, in questo caso Pollentia). Molteplici erano inoltre le numerose diramazioni della c.d. Via Fulvia, tracciata nel II sec. a.C. per volere consolare e che dall’Alessandrino doveva percorrere, attraverso una serie di diverticoli, parte del Tortonese, dell’Astigiano e la porzione centro-settentrionale del territorio tra Langhe e Roero. Altri due diverticoli della medesima arteria viaria dovevano unire Pollenzo ad Aquae Statiellae-Acqui Terme, uno mantenendo per un tratto la sponda orografica sinistra del Tanaro, forse attraversandolo in prossimità di Alba, e toccando Barbaresco, Castiglione Tinella e Santo Stefano; l’altro correndo sulla riva destra passava per Alba Pompeia, Trezzo Tinella, Rocchetta Belbo e Castino e da lì seguiva il corso della Bormida di Millesimo. Il medesimo percorso “transfluviale” proseguiva di contro verso S, toccando i territori di Verduno, La Morra, Monchiero, Dogliani, Murazzano, Mombarcaro, Monesiglio e proseguendo quindi verso la Liguria. Un ulteriore asse viario doveva unire Pollentia e Augusta Bagiennorum: esso è documentato dalla necropoli e da un tratto dell’acquedotto pollentino rinvenuti in contrada Pedaggera, poche centinaia di metri a SW di Pollenzo, ma incerto risulta il tratto una volta superato il Tanaro – o meno probabilmente la Stura di Demonte –, anche se è probabile che da lì la strada risalisse l’altipiano di Cherasco, passando per Narzole: i rinvenimenti epigrafici e tombali ne confermano il passaggio in direzione di Bene Vagienna e, da lì, presumibilmente verso Bastia, Ceva e Cairo Montenotte, quale diramazione secondaria verso Vada Sabatia-Vado Ligure della Via Iulia Augusta (ampliamento imperiale della Via Aemilia Scauri, che, attraversando la Provenza arrivava fino alla Hispania). Un altro diverticolo doveva dirigersi, percorrendo larga parte del territorio bagienno, verso i valichi alpini controllati dalle stationes preposte al pagamento della Quadragesima Galliarum – vere e proprie stazioni doganali a controllo dei traffici verso la Gallia – , di Forum Germa presso San Lorenzo di Caraglio e di Pedona-Borgo San Dalmazzo, rappresentando così un completamento di quella articolata maglia di strade che organizzava il territorio.
In secondo luogo, la presa di possesso del territorio conquistato si attiva con l’organizzazione agraria del medesimo attraverso la suddivisione in lotti regolari di terreno, talora assegnati ai veterani di guerra che negli stessi territori si erano impegnati per la conquista: la centuriazione. Grazie alla fotografia aerea, tracce anche cospicue di organizzazione agraria sono visibili nei territori di Pollenzo presso Bra (l’antica Pollentia), di Torino-Augusta Taurinorum, di Tortona-Dertona, di Ivrea-Eporedia e di Novara-Novaria. Si viene a delineare sotto gli occhi dello studioso una organizzazione agraria (centuriatio) che suddivideva il terreno agricolo disponibile in lotti regolari di 20x20 actus, pari a quadrati regolari di circa m 710 di lato. Il territorio in questione, connotato da una morfologia collinare-pianeggiante favorevole all’insediamento agricolo, risulta così contraddistinto in epoca romana da un fitto popolamento rurale, organizzato in fattorie, villae rusticae e forse anche in vici, dove il latifondo di medie dimensioni continua ad essere in parte attivo anche con la diffusione del Cristianesimo. L’analisi delle immagini telerilevate (satellitari e da bassa quota), la sopravvivenza di rogge e sentieri interpoderali, unitamente alla precisa distribuzione topografica dei resti archeologici, permette di delineare un quadro articolato, ma comunque di popolamento ben distribuito, almeno laddove la morfologia ambientale lo favoriva.
La manifestazione più evidente e grandiosa della conquista romana è però rappresentata dalla fondazione di città che, se da un punto di vista essenzialmente pragmatico si possono leggere come centri di controllo, politico, giuridico, economico e sociale, come già annotava Aulo Gellio nel II sec. d.C. sono in realtà delle effigies parvae simulacraque di Roma, riproduzioni in miniatura della Città Eterna.
Tali capisaldi di controllo, articolati intorno a due assi stradali principali, il Decumanus e il Cardo Maximi, trasposizione regolare all’interno del perimetro urbico e su assi fra loro ortogonali, di quello che era il sistema stradale extraurbano, erano infatti dotati di tutti i servizi, le infrastrutture e anche i monumenti pubblici in grado di far sentire “romano” pure il cittadino della “frontiera” o il cittadino dell’Urbe lontano da casa. Innanzitutto le mura, o comunque un vallum di delimitazione, che, allo stato attuale della ricerca storica non sembrano avere avuto una esclusiva valenza difensiva, quanto piuttosto un valore simbolico di demarcazione di un’area, quella urbana, volutamente definita e ordinata all’interno di uno spazio visivamente circoscritto rispetto a un paesaggio esterno più vario e, concettualmente, “selvaggio” e “non civilizzato”. Emblematici risultano gli esempi relativi ad Asti-Hasta (del cui circuito murario, dall’evidente valore simbolico e propagandistico, resta ancora la c.d. Torre Rossa), le porte di Torino e i tratti di circuiti murari di Alba-Alba Pompeia, Novara e Tortona.


In secondo luogo, tendenzialmente all’incrocio degli assi viari principali, si sviluppava il forum, la piazza pubblica, che racchiudeva tutte le principali funzioni amministrative-giuridiche (tendenzialmente rappresentate dall’edificio della basilica), religiose (con il tempio-capitolium) ed economiche (con la piazza aperta adibita a mercato e circondata da botteghe) della città: esempi variamente conservati sono attestati in ogni città del Piemonte antico (e moderno, in quanto si leggono ancora a Torino, Asti, Novara, Vercelli, Alba, Ivrea) e soprattutto nel bellissimo esempio di Augusta Bagiennorum, città fondata per volere dell’imperatore Augusto (situata presso la frazione Roncaglia di Bene Vagienna) e non sopravvissuta al declino tardo antico. Qui l’area pubblica, di m 36x116, si sviluppa infatti a cavallo del Decumanus Maximus, che la divide in due settori diseguali, uno rappresentato dall’area sacra, costituita da un tempio su podio, di cui restano le sostruzioni di fondazione, posto al centro di un triportico; l’altro, costituito dalla porzione della platea forense deputata alle funzioni politico-amministrative ed economiche, con la basilica civile che chiudeva il lato breve della piazza, quest’ultima circondata da portici e tabernae, secondo un modello attestato sia in Cisalpina (Brixia-Brescia), sia in area transalpina.


Infine, sono rappresentativi di una città “romana” tutti quegli edifici di svago (terme, teatro, anfiteatro) e funzionali (acquedotti, fontane, ninfei), che costituivano veri e propri quartieri funzionali e organizzati e che sono ampiamente documentati in tutti i centri menzionati. Teatri, probabilmente coperti per far fronte al clima rigido dell’area, e anfiteatri poderosi sono infatti attestati a Torino, Pollenzo, Augusta Bagiennorum, Acqui Terme-Aquae Statiellae, Libarna (altro centro antico scomparso, situato presso Serravalle Scrivia), Segusium - Susa Ivrea, Vercelli, Novara, Asti e costituiscono un bell’esempio di aree di servizi per il cittadino romano. L’anfiteatro di Pollentia, ad esempio, risulta uno dei maggiori edifici anfiteatrali della Cisalpina occidentale (con una capienza di 13-16000 spettatori), con gli assi di m 132x98 e un’arena ellittica (misure interne: m 82x48 circa): una vera e propria cerniera di passaggio tra il territorio circostante, già organizzato in epoca repubblicana, che conserva una serie di strutture nell’area dell’insediamento moderno, sorto sulle sue fondamenta ricalcandone il profilo e tuttora chiamato, significativamente, borgo Colosseo o Coliseo.
Strade, centuriazione e città sono tutti elementi che hanno inciso profondamente sulla facies del paesaggio, lasciando tracce visibili nell’assetto viario, nell’organizzazione agraria e nel sistema di popolamento del territorio dando, ieri come oggi, un senso di appartenenza al territorio da parte del viaggiatore che si trova a passare nell’area.