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Il nuovo libro di Lucio Russo

a cura di Donato Ferro



Chi ha letto e apprezzato “Segmenti e bastoncini” (Feltrinelli, 2000), “La rivoluzione dimenticata (Feltrinelli, 2001)”, “Flussi e riflussi” (Feltrinelli, 2003), ritroverà in “La cultura componibile. Dalla frammentazione alla disgregazione del sapere” di Lucio Russo (Liguori, 2008) alcuni elementi in comune riproposti e rielaborati, insieme al ricordo di un articolato percorso culturale personale. Ne raccontiamo qui appresso, come in una “Quarta di copertina”, ricorrendo anche a passi da articoli di Lucio Russo pubblicati su “Punti Critici”  fra il 1999 e il 2001 (Edizioni Libri Liberi).



“La cultura componibile” è un saggio che affronta acutamente il problema della disgregazione in atto della cultura tradizionale, così come viene generalmente intesa. Si tratta di un inquietante fenomeno di divisione del sapere in tanti campi, ciascuno dei quali diventa proprietà, gelosamente difesa, di un limitato gruppo di specialisti. L’insieme delle conoscenze viene, in tal modo, estremamente frammentato e ciò che resta in comune a tutti si dissolve sempre di più fino a ridursi alle sole capacità di leggere e di scrivere. Nel sistema dell’istruzione questo progressivo disperdersi dell’esperienza umanistica comporta la sopravvivenza di due soli tipi di scuola: una scuola di massa senza alcuna qualità e le scuole di dottorato riservate alla riproduzione di distinti gruppi di specialisti. E’ la logica conseguenza della distruzione del vecchio liceo, dell’abbandono dei contenuti e dei metodi formativi di base della consolidata ratio studiorum e della trasformazione dell’università in un sistema invertebrato, troppo sensibile ai mutamenti del mercato e incline a inseguirne le dinamiche mediante una continua proliferazione di “lauree specialistiche”.
Qualcosa del genere lo aveva quasi profeticamente intuito J. Swift che, nei Viaggi di Gulliver, aveva descritto l’Accademia di Lagado come un luogo in cui gli uomini di scienza vivevano chiusi ciascuno in una stanza, senza comunicare con gli altri, presi soltanto dalle loro ricerche solitarie e folli. Non è un caso meramente letterario. Per fare un esempio concreto di siffatto processo involutivo basta pensare al campo della matematica. Chi non ne ha mai studiato a fondo una dimostrazione avrà difficoltà ad apprezzare i classici della matematica greca e non comprenderà l’importanza del metodo in scienziati come Euclide e Apollonio. Ignorando questi fondamenti si perde la consapevolezza dei principi astratti e sfuma il significato stesso del metodo dimostrativo. Resta, tuttavia, nella memoria l’applicazione automatica di procedure empiriche, che funzionano in quanto meccanismi collaudati (almeno fin a quel momento), ma si finisce col non sapere più perché funzionano. Così, nel prosieguo, si rischierà di dimenticare il metodo dimostrativo e si ritornerà inconsapevolmente ai metodi empirici dei babilonesi!
Altro esempio si può fare nel campo dell’editoria scientifica, dove ormai si trovano due categorie di prodotti. Da una parte si mettono in circolazione libri commerciali, venduti poi anche nei supermercati e scritti da personaggi mediatici, che trattano ai fini della divulgazione temi di interesse ampio con discutibilissimi risultati, dall’altra si stampano pubblicazioni accademiche, finanziate da enti pubblici, scritte esclusivamente per la carriera universitaria dell’autore e vendute, se va bene, solo a qualche biblioteca.
Un libro, invece, dovrebbe esser fatto per facilitare la lettura e, nello stesso tempo, l’apprendimento e la riflessione. Deve essere utile, pertanto, non a chi lo scrive, almeno non solo, ma anche, e soprattutto, a chi lo legge. Non si giustifica, dunque, la pubblicazione, con i corrispondenti costi per la comunità, di libri che non hanno lettori e nessuna qualsiasi altra ricaduta indiretta sulla cultura in generale.
Non sarebbe più opportuno che gli specialisti si occupassero di qualcosa di effettivamente utile? Perché i temi della ricerca non sono scelti per il loro valore sociale, vale a dire per il requisito di potenziali promotori del progresso scientifico, di quello espressamente mirato alla risoluzione dei problemi della condizione umana?
Prendiamo come ulteriore esempio gli studi codicologici, che oggi tendono a concentrarsi sul margine vuoto dei manoscritti! Sarebbe vano metterne in dubbio l’utilità. Il tentativo verrebbe qualificato come un’opinione esterna al gruppo degli specialisti che producono pubblicazioni sull’argomento e quindi considerato irrilevante.
Si considerino, ancora, le teorie sugli “universi paralleli” e “universi in serie”. Secondo queste visioni prima del Bing Bang altri universi sarebbero nati e morti e altri lo saranno nel futuro. Sono teorie che non attingono ad alcuna verifica sperimentale, eppure, gli specialisti risponderebbero a tale obiezione affermando che questo non è un limite delle teorie ma del metodo sperimentale.
Nel campo della didattica il paradosso appare addirittura più eclatante. Sembra ormai che non sia più indispensabile conoscere la filosofia o la matematica per insegnarle. Basta avere nozioni di didattica della filosofia e di didattica della matematica. Si diventa così a tal punto specialisti in didattica da essere sempre meno padroni delle vere competenze disciplinari. Per fortuna, nel settore medico, sono ancora i neurochirurghi a insegnare ai futuri colleghi la neurochirurgia, e non gli specialisti in didattica. Siamo, comunque, molto vicini alla condizione descritta in una nota battuta anglosassone: “chi sa fa, chi non sa insegna e chi non sa insegnare insegna agli insegnanti!”
Secondo la condivisibile opinione di Lucio Russo, la cultura classica ha dato una base unitaria all’organizzazione del sapere, una struttura unificante che consisteva in una serie di strumenti concettuali elaborati nel periodo ellenistico. Tra questi ci sono il metodo dimostrativo della geometria euclidea, gli elementi di logica, l’analisi del periodo e la geografia matematica elementare. Un antico greco di buona cultura possedeva informazioni e strumenti culturali superiori a quelli che ha un individuo contemporaneo, mentre è evidente che l’umanità in generale ne possiede infinitamente di più rispetto ad allora. Se ne ricava che chiunque può usare un navigatore satellitare sapendo di astronomia molto meno di un cacciatore del paleolitico superiore!
Non c’è da meravigliarsene perché accade di peggio. Alcune indagini demoscopiche hanno dimostrato che due su tre dei nostri quindicenni non hanno alcuna idea del perché il giorno si avvicenda con la notte! Oggi è del tutto ovvio scandalizzarsi di tanta ignoranza, ma quando saranno adulti gli attuali quindicenni ben pochi, probabilmente, se ne scandalizzeranno e, forse, sarà diventato desueto porsi domande del genere. Anche, la cultura generale dei ricercatori si livellerà adeguandosi a quella della massa della popolazione e condizionerà del tutto la qualità della ricerca. Le conoscenze potrebbero trasformarsi in generica informazione e in mera abilitazione all’uso degli strumenti tecnici. Gli approfondimenti teorici diverranno patrimonio elitario, spazio mentale e opportunità di lavoro riservati a una cerchia sempre più ristretta di intellettuali. Si potranno verificare processi di perdita inconsapevole di conoscenze con riflessi profondi nell’assetto della società. Nel Medioevo non servì alla maggioranza degli uomini ripetere che la terra era tonda per evitare di disegnare carte che la rappresentavano piatta e geometricamente approssimativa. Incise nello svuotamento del significato dell’asserzione, la perdita del rapporto con il contesto osservato e misurato sperimentalmente da cui era derivata la formalizzazione conoscitiva.



Quando ciò accade “il livello delle difese culturali si abbassa tanto da non offrire più alcuno sbarramento alla diffusione di credenze e pratiche che il mondo occidentale sembrava aver abbandonato da millenni”.
La scienza autentica diventerebbe per molti “occidentale”, “ufficiale”, accademica”, e tanti potrebbero preferire prodotti culturali alternativi originati da civiltà esotiche. Aumenterebbe la consuetudine di far ricorso agli oroscopi. Lo sta facendo, del resto, la televisione di stato che propone attualmente, non a caso, una trasmissione dedicata ai “misteri” in cui si avanzano ipotesi bizzarre di contatti diretti tra le antiche civiltà egiziana e maya o di influenze extraterrestri sulle civiltà del passato. Alla Sorbona già è stata istituita una cattedra di astrologia e così via.
A conferma della deriva della divulgazione scientifica, Lucio Russo indica alcuni casi strampalati. In “Punti Critici” del febbraio 2001 afferma: “Eratostene è considerato uno scienziato “africano” in un libro sulla storia multiculturale della scienza e la sua didattica, un manuale usato in molte scuole secondarie statunitensi, scritto da un folto gruppo di insegnanti secondari e universitari….le scoperte scientifiche dell’umanità vi sono ripartite equamente tra i continenti, i sessi e le etnie. I Sioux vi sono indicati come i precursori del modello dell’atomo di Bohr, in quanto avrebbero rappresentato la natura in forma di cerchio. Non sono citati Copernico, né Galileo, né Newton, e tra gli scienziati dell’America del Nord non è menzionato nessun maschio bianco (tranne un ispanico). Il libro si dilunga invece ampiamente su Jan Matzeliger, uno statunitense di colore che nel 1883 ottenne un brevetto relativo ad una particolare applicazione della macchina da cucire nei calzaturifici”.


Ma purtroppo due lettere del '32, dove il poeta parla dei suoi disturbi intestinali, sono andate perdute. (da COME PRIMA, IL MEGLIO DI GIUSEPPE NOVELLO, a cura di Guido Vergani, LONGANESI).