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La fede e la ragione

contributi di D. Bertocchi, F. Bove, G.P. Giani



La ricerca infinita

Daniela Bertocchi

Daniela Bertocchi è formatrice e ricercatrice nel campo dell'insegnamento dell'italiano e dell'educazione linguistica, campo in cui collabora con diversi Enti pubblici e Associazioni professionali. E' autrice di numerosi articoli di glottodidattica, di manuali scolastici e di saggi, tra cui "Insegnare italiano: un curricolo di educazione linguistica" (RCS Libri - La Nuova Italia, 2000)

"La maturità di giudizio si riconosce dalla difficoltà di credere. Credere è cosa molto comune." (da Baltasar Graciàn y Morales, trattatista spagnolo del XVII secolo)

In una rivista di questa settimana mi ha molto colpito la descrizione di uno scrittore poco noto, Carlo Coccioli: in particolare le parole di Giulio Mozzi: “Coccioli era un uomo vanitoso, logorroico, un tipo strano. Uno che alla domanda ‘che cosa stai facendo’ poteva rispondere ‘sto cercando Dio’ ”.
Si è strani se si sta cercando Dio? O non è piuttosto la storia di molti esseri umani quella di cercare costantemente il significato delle cose, di se stessi, degli altri, del mondo, e, alla fine, cercare inevitabilmente il significato assoluto, potremmo dire il metasignificato, quello che dà o darebbe senso a noi stessi e alla vita?
Cercare non significa trovare, anche perché chi ha già trovato di solito non cerca più: cercare significa dubitare, scavare in sé e negli altri, spesso con fatica e dolore, significa talvolta aridità del cuore e dello spirito, significa sentirsi inadeguati rispetto a problemi che alla fine ci risultano inconoscibili: un atteggiamento che, nei termini della filosofia moderna, è detto spesso agnosticismo. Agnosticismo perché con la ragione non sarebbe possibile conoscere non solo la natura di Dio, ma neppure la sua esistenza.
Eppure, il termine agnosticismo ha un che di compiuto (ho cercato, ci ho provato, non ho trovato, ergo non si può trovare) che forse non corrisponde alla tensione che in molti agnostici (in me per prima) permane verso un ideale assoluto, trascendente, seppur probabilmente utopistico e inattingibile.
Ma non era delle varie sfumature e motivazioni dell’agnosticismo che volevo parlare qui. Volevo invece raccontare la storia di una bambina che a otto anni “cercava”, con scarsi risultati, Dio, di un’adolescente che credeva di averlo trovato, di una giovane donna che poi lo perse del tutto.
Quando io ero piccola, i bambini “andavano” alla Comunione e alla Cresima durante la terza elementare, a otto anni. Così io, a otto anni, bambina minuta che ne dimostrava almeno due di meno, frequentai doverosamente le lezioni di catechismo, imparai a memoria le formule del caso, nonché le preghiere rigorosamente in latino, e anche il discorso da fare al Vescovo prima della Cresima (io, scelta tra le altre, perché ero diligente, attenta, e mi presentavo bene). Mentre il gran giorno si avvicinava, e le mie compagne parlavano del loro vestito bianco, della festa e dei confetti, e si interrogavano a vicenda su come inghiottire l’Ostia consacrata senza scalfirla neppure con la punta di un dente, per rispetto del corpo di Cristo, io ero sempre più terrorizzata dalla prima Confessione. Perché? Perché le lezioni di catechismo mi avevano definitivamente convinto che io non POTEVO credere in Dio: un Dio così grande, misericordioso, onnipotente perché ci avrebbe creato capaci di soffrire, destinati a morire, ragionavo fra me e me (dunque l’argomento morale, anche se allora ovviamente non sapevo che si chiamasse così). Sapevo di dover confessare questo peccato certamente mortale, ma non sapevo se ne ero veramente pentita. Intuivo oscuramente che dovevo “rispettare” il mio modo di ragionare, nonostante volessi con tutto il cuore essere come le altre, vivere in serenità e beata gioia il gran giorno in cui il Signore sarebbe venuto ad abitare nel mio corpo… Per non farla lunga, alla fine mi adattai: mi confessai (il prete non diede gran peso a quello che dicevo, forse pensava che non fossi ben consapevole delle mie parole), mi comunicai ed… entrai nell’Azione cattolica, soddisfatta e sazia della mia adesione alle convenzioni e della mia perfetta integrazione sociale. Allora naturalmente non lo sapevo, ma per anni barattai la mia integrità intellettuale (che mi faceva, eccome, venire dei dubbi, che però un altro prete mi disse di scacciare come “cattivi pensieri”) con il consenso sociale.
Fin verso i sedici anni restai una “brava ragazza credente e praticante” che pregava, leggeva la Bibbia, si dedicava alle “buone opere”: se avevo qualche momento di crisi religiosa, c’era sempre qualcuno, nell’ambito della chiesa che frequentavo, pronto a dirmi che perfino i santi avevano avuto dei momenti di “freddezza”, di “aridità”, che quello che mi succedeva era una prova che Dio mi mandava per rafforzare la mia fede. Del resto, quando mio padre morì quasi improvvisamente (io avevo allora tredici anni) credere in Dio divenne una questione, letteralmente, di vita o di morte: solo Dio poteva dare un senso alla morte che per la prima volta mi colpiva così da vicino, solo l’idea di un paradiso di eterno e assoluto amore poteva in qualche modo compensarmi dell’amore paterno che avevo perduto. E, tra parentesi, è per questo stesso motivo, credo, che si hanno tante conversioni in punto di morte: non per semplice paura, ma per l’angoscia del “non significato”: l’essere umano non è solo un animale sociale, è anche un animale “semantico”, portato, direi quasi biologicamente, a cercare e attribuire significati.
Passavano gli anni: la ragione e le conoscenze di una ragazza sedicenne erano ovviamente ben superiori a quelle della bambina che ero stata. L’insegnante di filosofia ci spiegava San Tommaso, Sant’Anselmo e le loro “dimostrazioni” dell’esistenza di Dio non mi sembravano per niente convincenti. Mi trovavo quasi istintivamente d’accordo con il Leopardi della natura matrigna, generatrice di illusioni e con il materialismo di un Foscolo che affidava alla poesia il compito di rendere “eterno” l’uomo e la sua memoria, senza ammettere alcuna trascendenza. E perfino Pascal, se mi attraeva per la sua descrizione della condizione precaria e contraddittoria dell’uomo, bisognoso di un amore infinito, e per la grande dignità che riconosceva al pensiero umano, non mi convinceva con la sua famosa “scommessa”: vivere come se Dio ci fosse, scommettere sull’esistenza di Dio, perché in questo modo non si perde nulla e si vince tutto, sembrava a me, sostanzialmente kantiana, un po’ immorale.
Anche qui, per non farla lunga, la ragione ebbe la meglio: Dio probabilmente non esisteva, se esisteva era una forza immensa e indifferente, lontanissima da noi. E noi, comunque, non eravamo in alcun modo in grado di conoscerlo con la nostra ragione.
E’ quello che penso tuttora, magari con argomentazioni un po’ più raffinate: dunque, che cosa sono, se proprio vogliamo mettere un’etichetta? Un’ agnostica? Un’atea “debole”, secondo la definizione che di ateismo debole si dà in filosofia? Le etichette non importano molto: certo sono una persona agitata, “commossa” dal dubbio, una persona che di tanto in tanto prova nostalgia per quella bambina che credeva in un Dio di amore assoluto, che tutto comprende e tutto perdona. 



Ragionare sulla professione religiosa

Franco Bove

Francesco Bove, architetto beneventano, si occupa da oltre trenta anni di restauro, di pianificazione urbanistica e di studi di storia dell’architettura e del territorio. Seguace della scuola di Saverio Muratori, ha intrattenuto una lunga collaborazione con l’Istituto G.M. Galanti, diretto dal teologo Enrico Narciso, partecipando a varie ricerche riguardanti la vicenda di lungo periodo delle comunità stanziali dell’Appennino meridionale dall’età antica ai nostri giorni.

Una sera di molti anni fa ero ospite di un mio amico teologo e me ne stavo a conversare con lui di argomenti di storia. Accanto a me c’era mio padre, allora già in età avanzata ma ancora vispo. Aveva voluto accompagnarmi anche se non provava particolare interesse per le questioni da approfondire in quella circostanza e, dopo un po’, per non lasciarsi escludere dal dialogo, vi si intromise bruscamente dichiarando al mio interlocutore di non essere credente, senza che ciò avesse alcuna relazione con il tema della discussione in corso. Era una palese provocazione, ma il teologo non la raccolse. Si informò sullo stato di salute del mio spavaldo genitore e poi, avendo ricevuto una rassicurante risposta, gli chiese se fosse soddisfatto della sua vita. Lui accennò prontamente e orgogliosamente di si e allora il teologo gli disse con garbo che non aveva motivo di porsi il problema. Mio padre restò senza parole e forse capì che la fede nel Dio cristiano non poteva ridursi a un motivo di disputa accademica, salottiera, occasionale, ma doveva scaturire da un’esigenza profonda, inevitabilmente intrisa di autentica sofferenza. Non a caso il cristianesimo è nato come religione dei poveri.
In una società ricca come la nostra questa esigenza di fede si avverte sempre meno e spesso si ritrova in casi di estrema emarginazione o quando la malattia ci aggredisce. Questo rivela, tra l’altro, l’insufficienza della nostra visione materialistica della vita di fronte al dolore e alla morte. Ma se ciò è vero, se l’uomo ha bisogno nei momenti difficili della sua esistenza di credere in una dimensione altra rispetto a quella materiale, perché la professione di fede nella religione cattolica dovrebbe entrare in contrasto con la ratio studiorum della scienza?
Intanto la sacralità del corpo umano resta l’elemento fondante del concetto di libertà occidentale. Si basa sull’origine trascendentale del diritto naturale e sul messaggio implicito nella resurrezione di Cristo. E’ la condivisione di tale valore a impedire l’estremo asservimento della persona al potere, di qualsiasi genere esso sia. Oggi il diritto naturale è strenuamente combattuto dal diritto soggettivo, ma quando si toccano le basi istitutive della società contemporanea, come nel dibattito sull’eutanasia, si scopre in entrambe le posizioni una comune radice irrazionale.
Anche il tentativo di storicizzare la religione rivela un movente irrazionale, perché il legame con Dio non può essere basato solo su eventi storici.
Del resto l’esperienza tragica del Novecento sembra aver fatto emergere il lato oscuro della ragione illuministica e del positivismo. Ogni teoria libertaria si è trasformata in ideologia con effetti distruttivi, sebbene scaturisse dalla riflessione sull’interminabile sequenza delle guerre di religione e sulla negazione della diversità culturale. Anche la scienza si va trasformando in scientismo e, pur potendo spiegare solo la meccanica dei fenomeni, tende a farlo come se si trattasse di un’ontologia o peggio di un oracolo, dopo avere mostrato un’inquietante indifferenza verso i valori umanistici col contributo fornito agli armamenti e ai metodi di sterminio di massa.
Ma la cultura scientifica è davvero un insieme coerente? L’evoluzionismo, ad esempio, è divenuto un dogma, un’esaltazione della logica negativa che non prevede l’evoluzione positiva verso un ordine relazionale complesso, come sembrano attestare, invece, alcuni recenti risultati raggiunti da biologi quali Kauffman e Miller. Non si concilia, tra l’altro, con la teoria del processo di entropia utilizzato dagli ecologi. La scienza, del resto, non segue mai un percorso del tutto lineare, una sequenza logico-deduttiva completa. Sviluppa un proprio linguaggio, una concatenazione di termini specialistici il cui scopo non è più la rappresentazione del mondo, bensì la costruzione di un sistema teorico funzionale agli obiettivi della ricerca, dove si annulla ogni possibilità di verifica etico-filosofica. Ma attenzione ad ogni forma di semplificazione e di appiattimento di significato della nostra vita che ne può derivare!
La scienza, così come la religione possono produrre idee sbagliate e compiere errori ugualmente gravi. In merito c’è un’ampia letteratura. Conoscere, dunque, la precisa denominazione di un’entità fisica e il suo formarsi e riprodursi è indispensabile al progredire della civiltà, ma non basta. Dobbiamo non smettere di porci domande sul significato teologico della nostra vita, chiederci perché la materia pensa se stessa e a quale fine risponde la persistenza nell’uomo moderno di un doppio piano di pensiero logico-scientifico e logico-metafisico. Perché pensiamo il mondo come disegno astratto e tendiamo a interpretarlo secondo una visione dinamica? Qual è la nostra missione? In fondo, perché anche la fede dei cattolici non dovrebbe essere soggetta a interrogativi e a mutamenti continui? Non è proprio la profonda interiorizzazione della realtà da loro percepita ad aver stimolato nella società occidentale sia la libertà di pensiero, sia la ricerca incessante di verità, sia la produzione di nuove idee?



L’inquietudine della logica 

Gian Paolo Giani

Gian Paolo Giani è un ingegnere torinese, professore ordinario di Geotecnica. Ha insegnato al Politecnico di Torino, all’Università di Parma e in questi due ultimi anni all’Università statale di Milano. Nella sua esperienza all’Ateneo di Parma è stato direttore della biblioteca politecnica, coordinatore di due scuole di dottorato di ricerca, presidente del corso di laurea in Ingegneria civile e direttore di Dipartimento. Tra le sue pubblicazioni scientifiche si trova anche una monografia di meccanica delle rocce, scritta per Hevelius

La mitologia indiana racconta che un gigantesco elefante si stava dirigendo verso Madurai per radere al suolo la città e uccidere i suoi abitanti. Fu allora che Shiva, il distruttore della trinità indù, affrontò il feroce pachiderma e lo trasformò nella montagna di roccia che si trova ai margini della città.
Un geologo che dovesse fare un sopralluogo su quella montagna potrebbe facilmente spiegarcene l’origine, descrivendoci le varie fasi della storia geologica che hanno subito nel tempo le varie formazioni rocciose. Esistono i mezzi tecnici per analizzare le rocce, datarle e dare all’origine di quella montagna una spiegazione diversa da quella della trasformazione di un elefante.
Questo racconto mitologico attribuisce a cause occulte o soprannaturali un evento che può essere invece spiegato scientificamente: si tratta quindi di una superstizione.
Di qui il passo a dire che le Religioni sono superstizioni è molto più duro.
Secondo il dizionario Garzanti, religione è il complesso di credenze e di atti di culto che collega la vita di un uomo a un ordine superiore e soprattutto alla divinità, intesa come fine ultimo di tutte le cose. In definitiva le nostre tre religioni più importanti professano l’esistenza di un Dio creatore.
Alla conoscenza di Dio l’uomo può arrivare con la ragione o con il fideismo.
Generazioni di liceali cresciute con il “cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”di Kant, si dovrebbero ricordare la risposta del filosofo tedesco alle prove dell’esistenza di Dio di San Tommaso.
Pur affrontando e dimostrando in qualche modo la non dimostrabilità degli argomenti di queste prove, qualcosa Kant a San Tommaso riconosce: a proposito della prova ontologica, dice che le argomentazioni di Tommaso provano tutt’al più l’esistenza di un essere superiore, ma non necessariamente un Dio che ha le caratteristiche del Dio Cristiano.
Mi sembra comunque chiaro che il filosofo più grande della Storia prenda posizione sull’esistenza o sulla non esistenza di Dio, contestando che possa essere dimostrata, ma ponendola invece come postulato della ragione nel suo uso pratico.
Nel corso dei secoli, sia nel mondo cristiano, sia in quello musulmano, si sono levate voci a favore di un discorso fideistico. Qualche storico della Filosofia ritrova un modo di cercare Dio in un atteggiamento di tipo fideistico nel “credo quia absurdum” di Tertulliano e in successivi scritti di Pascal, Kierkegaard e De Maistre.
L’esistenza di Dio non può essere dimostrata così come, con un esempio paradossale, non può essere dimostrata l’esistenza di Cesare; i segni che ci danno i testi, i reperti storici e archeologici ci portano a dire che Cesare sia esistito e che abbia combattuto nelle Gallie e che abbia amato Cleopatra.
La scienza non dà oggi la risposta alla domanda se Dio esiste, ma se andiamo a esaminare le teorie scientifiche sull’origine dell’Universo, possiamo renderci conto che anche se fosse vera la teoria del Big Bang, questa non sarebbe in contrasto con l’esistenza di un Dio creatore. Questa sembrerebbe dare paradossalmente la conferma della validità, anche se più rumorosa, del Primo Motore Immobile di Aristotele.
Proseguendo con Aristotele e seguendo l’idea del Professor Alessio Mazzolotti, potremmo immaginare che il sapere sia contenuto in un’unica grande biblioteca dove molti scaffali contengono i libri di Fisica, altri quelli di Metafisica. Ogni nuovo passo della Scienza accresce il numero di volumi di Fisica diminuendo quelli di Metafisica: accade però che alcune scoperte scientifiche, come quelle della meccanica quantistica, cancellano ipotesi e leggi precedenti, aumentando di nuovo le incertezze sulle conoscenze che si credevano acquisite.
La religione non è in contrasto con la scienza, ma, se vogliamo, aspetta da essa conferme.
Se la logica del metodo scientifico richiede dimostrazioni, anche al di fuori dell’ambito scientifico, imponendo un uso della ragione diverso dal mio, tutto ciò può portare all’agnosticismo e non all’ateismo, che in questo senso sembra mosso soltanto da un discorso di tipo fideistico.
Se questa fede atea si fonda su alcuni eventi oscuri della storia cristiana, come le crociate, l’inquisizione, il processo a Galileo, le azioni di alcuni papi o altro, questo è solo sentimento o risentimento e non logica o, se preferiamo rigore del ragionamento.