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Laura Tolomei

A proposito dell’idea di casa, di progetto e di arredamento

Premessa

Nella prima metà del XX secolo la questione dell'abitazione fu posta al centro dei problemi dell'architettura. La necessità di dare spazi a tutti era diventato il tema dominante dell'edificare e forse anche per questo non è frequente trovare testi di arredamento che mantengano il carattere rigoroso della disciplina progettuale, principalmente orientata all’attività edilizia. Del resto le riviste di arredamento svolgono da sempre un ruolo insostituibile nel fornire spunti e ispirazioni, tanto da rendere idonee allo scopo persone di diverse estrazioni culturali e senza particolare preparazione. Può sembrare che il progetto di arredamento sia sempre fattibile in quanto si tratta anche di un tocco finale e le attese rispetto al lavoro dell'arredatore sono rivolte a cercare qualcosa di nuovo, con lo scopo di trasformare una situazione pregressa, a volte senza dare sufficiente ascolto alla storia di cui ogni spazio è contenitore.

Nel 2007 Dedalo offriva un interessante studio dal titolo Life-style. Stili di vita modi di abitare. A cura di Abis si legge la definizione di uno scenario abitativo in rapido cambiamento tenuto conto dei trend che influivano -e influiscono- sulla società e dell’utenza che si stava già configurando come interlocutore sofisticato ed esigente, in grado di scegliere gli edifici in cui abitare, di medie dimensioni, appartamenti in piccoli condomini a scapito delle abitazioni mono e bifamiliari, più costose e meno reperibili sul mercato. Tutto era argomentato con la segnalazione di un tema di grande interesse: l’epoca attuale è quella che passa dalla casa fisica alla casa vissuta, dall’house all’home individuando stili abitativi e indicando due possibili polarità. La prima si riferisce alla dimensione della socialità domestica e contrappone una casa vissuta come rifugio e chiusa agli altri, ad una casa aperta e luogo di socialità, familiare o amicale. La seconda contrappone invece la casa vissuta come utilizzo pratico e quotidiano, alla casa capace di rappresentare se stessi e il proprio stile. Da questi stili nascono tipi diversi: casa tana, casa bunker, casa officina, casa teatro, casa focolare, casa forum, ambientazioni in cui facilmente ci si può ritrovare nelle soluzioni applicate oggigiorno.

A questo si associa un’estensione consapevole del concetto di abitare come scrive Citterio sulla stessa rivista  Quello che mi sembra largamente condiviso è che abitare non sia quell’insieme di attività che si svolgono da soli o in gruppo oltre una soglia di privatezza; l’ambiente urbano il luogo la relazione tra i luoghi che compongono la nostra esistenza sono parte integrante della qualità dell’abitare… Da una parte l’idea di poter pensare alla casa come un prodotto mi affascina, dall’altra l’impegno dell’architettura è quello per la durata, quello di saper sopravvivere al cambiamento, proprio perché i materiali del progetto di architettura, il tempo e lo spazio, non sono risorse riciclabili né rinnovabili. E con questo si pone un tema centrale per il progetto di arredamento, definito e visibile dallo stile che assume ciascuna epoca. Continua Citterio L’aspetto forse più interessante del nuovo sistema di valori legato alla casa mi sembra invece essere proprio l’indissolubile relazione tra la casa e il suo territorio; ha senso abitare in un loft se ti viene messo a disposizione più spazio per il soggiorno, se sei al piano terra ma in un grande cortile privato e sicuro, se pur non avendo una vista incredibile hai delle finestre industriali enormi che ti portano luce naturale; ha senso abitare in un grande condominio se ti interessa far parte di una sorta di comunità funzionale, se ti fa comodo avere un supermercato sotto casa e sei più interessato alla facilità di parcheggio che non al giardino… Questo significa che il prodotto casa deve essere pensato ben oltre aspetti tecnico economici tutti interni alla disciplina del costruire, deve cogliere un insieme di elementi, di motivazioni, che sovrapposti restituiscono un’idea di casa che inevitabilmente parla dell’identità di qualcuno.

Citterio Viel - Sondrio - Villa privata

Citterio Viel - Singapore 2012 – residential tower

Alla luce di questi argomenti legati ai termini arredamento e casa propongo in questo articolo un percorso tra testi che radicano l’arredamento al progetto architettonico, in quanto attività capace di dare forma interna all’architettura, in unità tra dentro e fuori. Si tratta del pensiero di autori molto diversi tra loro ed espressi in vari periodi che risulta evocativo di una pratica progettuale a tutto tondo pur riconoscendo la specializzazione di ciascun settore creativo.

Riscoprire significati

Nell'aggiornamento 2006 dell'Enciclopedia Treccani a cura di De Fusco si legge Per l'arredamento proporre una definizione, o una descrizione fenomenologica risulta complesso. Infatti, quell'insieme di progetto, di scelte e disposizioni di oggetti, di sistemazione di mobili, di criteri funzionali e distributivi, di collezionismo, di bricolage, di moda, di ricerca del comfort e della Stimmung e altro ancora, che costituisce la pratica dell'a., sembra irriducibile a ogni formulazione teorica generale, e ciò perché troppo eterogenei sono i fattori chiamati in gioco, mutevoli le esigenze del gusto, personali i modi di conformare e allestire un ambiente. Certo è che l'a. è un'arte che non può stare da sola, ma al tempo stesso è l'unica a tenere insieme le opere di tutte le altre arti, dall'architettura (nell'accezione di spazio interno) alla scultura e alla pittura, dal mobilio alla decorazione, dai vari tipi di porte e finestre al design delle suppellettili. Tuttavia, pur ammettendo che, specie nel settore delle scienze umane, definizioni e teorie non hanno più la pretesa di essere uniche e immutevoli, di valere per ogni luogo ed epoca o di dar vita a un codice di leggi, si pone la necessità di una riflessione teorica e di una delimitazione del campo, che risultano tanto più avvertite in un momento in cui l'a. viene continuamente fuso e confuso con il design, l'architettura, le arti visive, l'arte dei giardini e persino l'urbanistica, tanto è che si parla, con espressione intimamente contraddittoria, di arredo urbano.
Da questo s’intuisce come la questione dell'arredamento non sia solo quella dello stile, anche se per i non addetti ai lavori ai quali ogni progetto è rivolto, si può dire che sia proprio lo stile il risultato da raggiungere. Sicuramente l'arredamento è ciò che del progetto di un'abitazione più si avvicina alla vita di ogni persona, rende lo spazio ambiente, fino a definirlo familiare, domestico, anche quando l'involucro all’esterno non sembra capace di comunicare in modo immediato tali valori. E' pratica frequente quella che prevede il riutilizzo di arredi facendoli passare da una stanza all'altra, con effetti inattesi, e di comporre ambienti con mobilio accantonato spesso rivalutando sia il mobilio che i luoghi. La Storia dell'Architettura in pochi casi entra nello specifico dell'arredamento e spesso più da un punto di vista stilistico non tanto con riguardo al processo progettuale. Forse anche per questo a tutti sono noti gli arredi di Wright, van de Velde e Mackintosh quasi come continuazioni della loro architettura; mentre Le Corbusier, Gropius e Mies van der Rohe si sono impressi nella memoria collettiva per i loro pezzi unici, tuttora prodotti, o per la definizione di alloggi standardizzati, nei quali utilizzare i pezzi prodotti, che richiedevano una progettazione molto accurata sempre più identificata con i pregi della produzione seriale.

Mackintonsh - Biblioteca della Glasgow school of Art

Continua De Fusco addentrandosi nella pratica di un progetto di arredamento che richiede necessità e possibilità di conformare, dare forma all’ambiente interno, e con essa stabilità, adeguatezza in modo proprio, ma interconnesso all’architettura. L’a. è dunque l’insieme di elementi eterogenei, tali tuttavia da costituire per ogni tempo e Paese un linguaggio, conformativo e rappresentativo insieme. Tali connotazioni richiedono un chiarimento utile alla definizione. Nel campo delle arti visive, non c’è immagine, nel senso più ampio del termine, che non comporti, accanto a una valenza conformativa, anche una che sia rappresentativa. Ciò che conta è il prevalere dell’una caratteristica rispetto all’altra. Per fare un esempio, un dipinto, che pure nasce da una composizione conformativa, ha prevalentemente un carattere rappresentativo; una scultura che, di primo acchito, si offre percettivamente come conformazione, successivamente si caratterizza per ciò che rappresenta; un’opera di architettura, invece, che pure rappresenta qualcosa di tipologico, di funzionale, di tecnologico, è prevalentemente una conformazione, un modo di comporre e articolare gli spazi. A sua volta, l’a. è conformativo e rappresentativo insieme, sia perché questa doppia caratteristica è propria degli elementi eterogenei che lo compongono, sia perché l’a. stessodà luogo a una conformazione che a sua volta rappresenta i luoghi, le persone, la cultura di un determinato tempo. Basterebbero tali considerazioni per confermare che l’a. è un linguaggio.
E più oltre, facendo un passaggio tra passato e presente Dopo aver colto alcuni limiti dell’a. razionalista, segnatamente quello di aver privato quest’arte di una “mediazione” tra valori conformativi e rappresentativi, fra costume e tecnica, fra dimensione pubblica e privata, ecc., si elencano alcuni aspetti caratterizzanti l’arredamento di ieri e di oggi. Del concetto di Stimmung, che rappresenta il raggiunto equilibrio fra l’uomo e il suo ambiente domestico, M. Praz parlando del Medioevo, ha scritto: centro della stanza era il camino, mobile universale il cassone; non v’era raggruppamento simmetrico di arredi, non giochi di ombre e di luci, ché scarsa luce filtrava dalle piccole finestre, rese più opache dai vetri colorati o a cul di bottiglie. Eppure è proprio di questi ambienti nordici, in apparenza tetri, che nasce dapprima la Stimmung, il senso dell’intimità.

Interno da Mario Praz “La filosofia dell’arredamento”

Praz con La Filosofia dell’arredamento, da collezionista, non solo utente e nemmeno solo esecutore, come osservarono alcuni commentatori, tenne soprattutto a evidenziare lo “spirito” dell’arredamento, ovvero le qualità insite in arredi e in composizioni spaziali che sopravvivono al tempo e all’uso.

Una pratica per il progetto di arredamento

In ogni storia edilizia l'arredamento è strettamente collegato al progetto dell'architettura: se mentalmente non si arreda definendo così la conformazione degli spazi interni, è difficile che l'arredo possa davvero entrare a far parte di quello spazio, anche se le dimensioni degli oggetti sono rispettate. Quello della definizione previa non può essere considerato un vincolo, per la pratica corrente può essere piuttosto una prerogativa che verifica in qualche modo il progetto stesso e si potrebbe dire che rende anche l'architettura più adatta a quel luogo in particolare.

Come il processo di progettazione dell'architettura sia unito al progetto dell'arredamento va dimostrato caso per caso e a seconda del progettista in quanto spesso viene elaborato dopo la fine del progetto architettonico o spesso non è ideato né tantomeno realizzato dalla stessa figura professionale. Ma se all'inizio del XX secolo l'architettura affronta il problema di dare uno spazio a quanti ne sono alla ricerca, mentre il resto è in aggiunta, l’arredamento è sempre una tra le opzioni possibili per dare forma a quello spazio, che in prima istanza risulta interpretabile in modi svariati.

A questo proposito, l'interessante studio di De Pieri, Bonomi, Caramellino, Zanfi, Storie di case. Abitare l'Italia del boom, evidenzia l’operosità della cultura architettonica dell’inizio Novecento che risolve i problemi abitativi, riflettendo anche su ciò che dà forma a una casa e che proprio per questo si può dire completa, abitabile. Tale compito è giustamente delegato agli affittuari o agli acquirenti e si rinnova di volta in volta, facendo comparire scenari molto diversificati nel tempo. Infatti anche a posteriori il modo di abitare la casa può essere oggetto d’indagine progettuale in quanto l'esperienza dimostra che l'arte di arredare non deriva dalla giustapposizione di oggetti nello spazio, perché quasi sempre produce soluzioni che presto vanno sostituite. Di fatto lo studio, come ulteriore conferma rispetto all’importanza di un progetto di arredamento autonomo ma ben legato all’architettura specifica, spiega come il tema abitativo si sviluppi in primo luogo attorno alla creazione di complessi edilizi che, per il fatto di avere o no giardini privati o altri servizi aggiuntivi, connotano a livello sociale le zone delle città e con esse gli interni delle singole abitazioni, come si legge nell’Introduzione a cura di De Pieri Le storie di case raccolte in questo libro si soffermano su un paesaggio ordinario: il paesaggio degli edifici residenziali costruiti in tre città italiane (Milano, Roma, Torino) negli anni successivi alla seconda guerra mondiale… Sono edifici che hanno incarnato l’aspirazione di molti cittadini a vivere in una casa più moderna e confortevole che nel recente passato, raggiungendo un livello di benessere che si sperava destinato a durare a lungo e a trasmettersi nel tempo tra più generazioni… Queste case furono le protagoniste del processo di espansione che toccò le grandi città italiane portandole a consumare nello sviluppo considerevoli quantità di territorio. Un’espansione che fu in gran parte guidata dall’iniziativa e dai bisogni privati, a scapito della capacità di creare o condividere beni collettivi. Il materiale raccolto nel volume ha il pregio di portare l’attenzione alla storia interna delle abitazioni che si rivela interessante perché richiede sempre una comprensione non superficiale, possibile grazie alla lettura che ne dà il progetto, soprattutto quello degli interni. De Pieri inquadra l’argomento in questi termini Quando si ragiona sul tema del rapporto tra culture dei progettisti e culture degli abitanti il libro di Philippe Boudon, Pessac de Le Corbusier, pubblicato nel 1969, rappresenta per molti versi un riferimento ineludibile. Uscito pochi anni dopo la morte del maestro, il libro, a partire da un caso celebre –il quartiere progettato da Le Corbusier negli anni Venti nei pressi di Bordeaux per l’industriale Henry Frugès reso in seguito quasi irriconoscibile dalle trasformazioni operate dagli abitanti- pone alcune domande sull’interazione tra la concezione architettonica e le reazioni degli utenti. Tra le questioni sollevate vi era quella del modo in cui gli abitanti avevano percepito qualità e difetti di un complesso moderno e del modo in cui evocavano nei loro racconti il ruolo avuto dall’architetto nel progetto e nella costruzione… Studi che hanno molto arricchito le nostre conoscenze sulle possibili pratiche che attraversano lo spazio, ma al cui centro rimane fermamente il progettista, la cui personalità e le cui intenzioni costituiscono lo sfondo e il termine di riferimento principale per l’analisi, secondo uno schema interpretativo in fondo non lontano da quello, tradizionale per la cultura storico-artistica, del rapporto tra artista e committente.

E’ altrettanto significativo -dato il panorama attuale necessariamente legato a una evoluzione sempre più rapida che caratterizza le realtà di molte città italiane- constatare le ragioni delle trasformazioni che gli edifici hanno conosciuto nel corso del tempo. La prima riguarda l’urgenza di una riflessione sul rapporto tra la relativa rigidità degli spazi abitativi ereditati da questa fase della storia urbana italiana e i profondi cambiamenti intervenuti nella struttura della società. Le case del secondo dopoguerra sono state progettate per tipologie legate a un immaginario sociale che ruotava in gran parte intorno alla famiglia nucleare con marito, moglie, uno, due o tre figli e sulla casa come patrimonio e possibile scenario di una parte consistente della vita famigliare, estesa su più generazioni. Oggi che questo modello di vita familiare non appare più dominante e sembra invece crescere la domanda di forme di abitare atipiche o temporanee o di spazi di dimensioni ridotte, è lecito domandarsi cosa sta accadendo nelle case del boom edilizio e cosa vi potrebbe, in prospettiva accadere. La seconda ragione riguarda questioni di obsolescenza e di gestione del cambiamento… Le case esplorate in questo libro sono state progettate in un periodo in cui le culture tecnologiche legate all’architettura e all’ingegneria teorizzavano in modo esplicito per il manufatto edilizio, un ciclo di vita limitato, dell’ordine di pochi decenni.

Sembrano molto interessanti per il tema che si sta trattando, e ampiamente giustificabili, le scelte che caso per caso portano alle trasformazioni più radicali, tenendo presente che secondo gli autori del testo ciò che accade oggi dentro questi edifici non riguarda la sfera del privato ma chiama in causa questioni che sono cruciali per le città italiane, e ogni trasformazione micro che si svolge all’interno di questi luoghi può avere effetti cumulativi potenzialmente molto ampi (pag. XXVIII segg.). Ne elenchiamo alcune.

Edificio I a Roma abbiamo fatto delle modifiche per renderlo un po’ più attuale: la cucina molto piccola, bagni non adeguati, non solo perché erano da rifare. Ma insomma era una struttura di quelle di una volta, con una buona zona di rappresentanza e minore importanza data ai servizi (pag. 166)

Edificio I a Torino Era una casa per noi molto strana perché non si sapeva dove mettere i mobili, convinti, come eravamo una volta, di dover mettere i mobili in giro per la casa. Qui c’erano solo dei vetri e dei posti per gli armadi a muro… La scelta di elevare il soggiorno a spazio principale della casa conduce, anche in appartamenti [così] grandi a economie di spazio nella distribuzione delle altre stanze, in particolar modo nelle camere da letto, rilevabile soprattutto negli appartamenti di metratura minore, dove la sproporzione dimensionale è molto evidente (pag. 451).

Edificio II a Roma La parcellizzazione degli spazi e la conseguente scarsa illuminazione naturale che ne derivava (accentuata anche dalla collocazione al piano terra) dava l’impressione ai visitatori di un’atmosfera labirintica e misteriosa. Non si aveva un’immediata percezione della dimensione dell’appartamento, come avveniva negli altri piani, perché ogni prospettiva era negata nel susseguirsi in enclave (pag. 467)

Nell’edificio I a Milano, del 1951, hanno una grande importanza i materiali costruttivi, anche quelli impiegati per gli arredi la dotazione di tutto il condominio risulta di tutto riguardo per l’epoca, citofono, canne di ricadutea per l’immondizia e presto anche antenna tv… IL progettista disegna in scala fino all’1:1, elementi come le cappe da fornello, i pomoli delle finestre, i serramenti speciali, il casellario della posta nell’atrio. Alcuni richiedono progettazioni particolari, una parete interna curva per creare un effetto bow-window, un piano di ardesia per il caminetto, la porta finestra basculante… Un ruolo speciale occupa l’alluminio, materiale simbolicamente moderno, leggero, fortemente associato all’immagine Montecatini, di fatto monopolista del ramo. Ancora da un sondaggio Doxa, ricaviamo che il metallo è associato a un pubblico evoluto, di livello sociale medio-alto, urbanizzato… nelle sedi del dibattito culturale le architetture [di questo tipo] figurano tra le punte di eccellenza di un panorama medio. Tutto questo sembra derivare dalla capacità di dialogare con una committenza che si mostra esigente e consapevole, rispetto ad aspetti come le dotazioni tecnologiche, le potenzialità estetico-funzionali dei materiali nuovi, la qualità del dettaglio progettuale (pag. 227 e segg.)

…Come avviene tuttora.

Altre volte il concetto di domesticità e intimità che il termine casa richiama è soppiantato dal mero possesso di alcuni beni in quanto simboli di un certo stile di vita. Nella sua definizione su Enciclopedia Treccani, De Fusco chiarisce per i progettisti il modo di intervenire attraverso progetti, soprattutto quando riguardano situazioni preesistenti Di fronte a tali rischi e ai danni prodotti dai molteplici fraintendimenti, s’intende procedere conto l’orientamento critico prevalente e tentare, magari per via di ipotesi e proposte, proprio una definizione dell’a. che discenda da una specifica concezione teorica… In una parola, qual è la struttura di ciò che chiamiamo arredamento. Per rispondere alla domanda è necessario riprendere il tema del rapporto tra teoria e pratica. Si è già accennato all’apparente irriducibilità di quest’arte a una teoria; al fatto che l’a. sembra trarre dal suo stesso farsi regole e criteri che restano comunque operativi. Tuttavia se così fosse non se ne potrebbe dare una definizione, né studiarlo fuori dagli individuati esempi storici, né, senza operare alcune indispensabili astrazioni, addirittura parlarne se non come descrizione dei molteplici esempi. Cosicché, nonostante le difficoltà sopra citate, a meno di non limitarsi a una descrizione antiquaria, è indispensabile, per uno studio dell’a. che valga per i vari momenti della storia, formulare, almeno per via di ipotesi, una teoria. Assunta tale definizione ne discende che l’a. non è architettura degli interni ma un’arte con caratteristiche proprie. Esso si distingue dall’architettura per il fatto che utilizza di quest’ultima soltanto una parte, il sistema degli elementi “immobili”, che integra con un altro sistema, quello degli elementi “mobili”; se ne distacca ancora perché, mentre l’architettura conforma l’intero insieme delle unità spaziali di un edificio fino a comprendere la generale volumetria esterna, esso trova il suo campo d’azione nel mondo del singolo ambiente.

Si può considerare innovativa anche l’ottica esposta da Ábalos nel testo Il buon abitare in cui l’autore si propone di delineare altre forme di pensare e vivere la casa che implicano tecniche progettuali differenti e che producono spazi domestici che si allontanano da ciò a cui oggi gli architetti sembrano essere maggiormente interessati. Il passaggio è tra quelle che si possono definire idee archetipe che si rifanno alla corrente positivista e che in ultima analisi ha sostenuto lo sviluppo della casa in serie con principi industrializzati. Di fatto per comprendere la disciplina di architettura degli interni rimangono ancora chiarificatori i termini con cui Dell’Acqua Bellavitis la spiegava datando agli anni Trenta lo sviluppo come omaggio alla figura professionale di Gio Ponti, al punto di far intendere quel lavoro progettuale come un valore al di sopra delle singole professionalità. L’attività arredativa si concentra infatti sul trattamento della pelle di un certo invaso architettonico, intesa questa come definizione e scelta degli orizzonti materici e delle tessiture di pareti, soffitti e pavimenti, e sulla relazione intercorrente fra gli oggetti e in particolare tra gli arredi, nel loro reciproco gioco e in quello fra questi e lo spazio. In prima istanza si potrebbe affermare che l’architettura di interni opera sull’invaso architettonico, chiamando in causa gli elementi che conformano l’ambiente e lo configurano quale segno, secondo codici linguistici attinti da una pluralità di esperienze artistiche. In questo senso l’architettura d’interni è caratterizzata da un codice linguistico multiplo in cui le diverse scelte di linguaggi espressivi, dei singoli componenti, del tipo di luce, dei colori, degli arredi, dei diversi materiali di pareti, pavimenti e soffitti esprimono sempre più un forte sistema di valori in cui l’utente deve riconoscersi…
Ne nasce che lo specifico disciplinare non è tanto legato alla dimensione del luogo su cui si agisce o sulla sua internità in termini fisici, quanto sull’atteggiamento metodologico e mentale con cui viene affrontato il progetto di interni.

Ottolini, nel breve saggio Architetti degli interni, incalza riguardo ai distinguo che non aiutano alla comprensione del tema Le ragioni per cui un architetto si dedica agli interni, cioè un’area di cerniera tra progetto e design di attrezzature e arredi, non dovrebbero dipendere solo dalle occasioni di lavoro, ma soprattutto da una particolare sensibilità e visione dell’architettura, che non vede frattura tra interni ed esterni…
In questo atteggiamento poetico, la triade vitruviana di utilità costruzione e bellezza, viene integralmente declinata in una singolare capacità di attenzione alle necessità e alle attenzioni di chi abita, cioè alla preziosità della persona umana (De Carli).

Gregotti, fonte non consueta rispetto all'arredamento, nel saggio Sulle orme di Palladio - ragioni e pratica dell'architettura, delinea interessanti tracce di un percorso progettuale preciso e valido anche alla piccola scala, in forma di Esercizi. Non si ritroveranno nei manuali di progettazione espresse in modo così didattico, ma per gli addetti ai lavori fa parte del consueto sforzo sia per la comprensione della realtà sia per affrontare il progetto ex-novo.

Sull'idea di costruzione ...Un primo esercizio è quello che ha lo scopo di interrogarsi sull'idea della costruzione e fabbricazione delle cose... è un esercizio che un architetto deve abituare a fare quasi naturalmente, cosicché il mondo della forma delle cose gli si riveli per le sue ragioni.

Misurare gli oggetti ...Un secondo esercizio riguarda le misure e i rapporti di misura... Si tratta di abituarsi a misurare mentalmente non solo la giusta dimensione degli oggetti per rapporto alle misure umane, ma anche la distanza tra le cose, la loro distribuzione nello spazio, il valore della relazione reciproca e le possibile alternative per la loro collocazione... L'individuazione della dimensione adatta a uno specifico sito e funzione è uno dei momenti più delicati della scelta architettonica.

Dettagli e insieme ...Un esercizio importante è quindi quello della osservazione attorno alla relazione tra dettaglio e insieme, che è un'altra delle questioni decisive per la scala di un'architettura. Si può concepire il dettaglio in modo che sia altamente espressivo di ciò che rappresenta costruttivamente oppure cercare di ridurre, far rientrare tali espressività in modo da mettere in primo piano le relazioni principali che governano il manufatto, da affidare loro il maggiore ruolo espressivo. La schematicità e la povertà sono i limiti di questa seconda attitudine, il decorativismo e il superfluo quelli della prima.

Percepire colori, materie e luci ...Esercitarsi intorno ai valori dei colori-materie per rapporto alla loro estensione, alla relazione che essi hanno con la forma delle cose, con la loro tattilità, rappresenta un'esperienza indispensabile. Non solo la conoscenza delle arti figurative è da questo punto di vista un aiuto assai importante, ma anche l'osservazione intorno al variare del valore dei colori nelle diverse estensioni.

Decifrare il progetto ...Anche l'Architettura richiede una conoscenza specifica dei suoi strumenti propri... che è volta alla comprensione di quel complesso di passaggi dai segni della notazione rappresentativa alla sostanza della cosa architettonica.

Riconoscere e connettere ...Un esercizio che si avvicina al tema della composizione architettonica è quello dell'osservazione della distribuzione degli oggetti nello spazio e della capacità di riconoscere le regole che ne istituiscono la connessione e la riconoscibilità. Vi sono due aspetti che è necessario esercitare: il primo riguarda le sequenze e le forme della ripetizione e della differenza che da essa prendono senso, il secondo la strategia della posizione e quella della distanza fra le cose... Esercitarsi nell'indagare e riconoscere queste connessioni è importante quasi quanto capire i nessi che legano tra loro gli elementi del linguaggio figurativo di un'opera specifica, per constatarne sia le contiguità di contenuti, sia la capacità della pratica artistica dell'architettura di rivelarne criticamente limiti e contraddizioni.

Ribaltare le ipotesi di risoluzione ...Un'attitudine infatti dovrebbe essere quella del ribaltamento delle ipotesi di risoluzione. Riguardanti cioè, luoghi, ambienti, architetture come passibili di alternative, come aperti al cambiamento, alla trasformazione, alla modificazione delle parti, all'introduzione del nuovo adatto e necessario.

Scenari abitativi diversi

Per concludere si accenna alla progettazione in luoghi diversi da quelli della casa, ad esempio uffici e carceri, dove emerge la necessità di non sottrarre il senso dell’abitazione allo spazio interno, troppo importante per non essere personalizzabile.
E’ Nouvel che approfondisce il concetto di abitare prendendo spunto dalla situazione abitativa posta da chi è sempre fuori casa e vive l’ufficio –senza forzature- come un ambiente familiare. Nella rappresentazione al Salone del Mobile 2013-Ufficio da abitare attribuisce alla stessa attività del progettare in quelle situazioni il potenziale necessario per cambiare i comportamenti, al di fuori di un’ottica completamente seriale, anonima. Ho immaginato questa mostra come un piccolo quartiere, una piccola città: l’”ufficio da abitare” come proposta di scenari di lavoro diversi e singolari. Non è un’utopia né uno showroom né una mostra di pezzi d’eccezione: gli uffici esposti sono presentati in situazioni ordinarie, spesso esistenti, e mettono in scena mobili da ufficio, prodotti in maggior parte da aziende che espongono al Salone. Mobili mescolati sia con le icone della nostra storia del design, sia con mobili di recupero. Ho sempre pensato che i mobili da ufficio fossero perfettamente adatti agli appartamenti e, inversamente, che i mobili domestici potessero integrarsi negli uffici. In questo piccolo quartiere, spero di convincere che uno spazio del lavoro deve essere capace, per la sua singolarità, di proporre piacere del vivere e ispirazione per il lavoro.

Nouvel - Progetto: Ufficio da abitare

Non si tratta solamente di avere tanti locali da destinare a funzioni diverse, piuttosto di sfruttare quello che ogni architettura rivela e che emerge nel percorso progettuale seguito dall’autore  E’ un appartamento classico, nel centro città, in cui tutto è rimasto immutato: saloni, camera, cucina, con le modanature sui muri, i camini e i pavimenti originali. Gli abitanti scelgono di svolgervi le proprie attività tenendo conto delle volumetrie e delle tracce del passato. Selezionano mobili che si armonizzano con l’architettura originale. Decidono di creare in questo spazio di lavoro e di rappresentanza un’atmosfera paradossale, calorosa e intima. Hanno scelto i mobili come lo avrebbero fatto per il loro appartamento.

Nouvel – Progetto: ufficio da abitare

Ancora più rivoluzionario il workshop stabile di Cibic, con il focus sul design impegnato, che riscatta oggetti e progetti con analisi accurate del modulo abitativo essenziale e di case sostenibili. Nell’ambito dell’architettura penitenziaria all’interno del progetto FreedomRoom pone altre questioni, ovvero se l’architetto possa essere un operatore di peso nel trattamento del detenuto, se il design possa essere uno strumento di innovazione sociale capace di dare risposte ai nuovi bisogni emergenti. Il progetto di Cibic in collaborazione con il carcere di massima sicurezza di Spoleto e la cooperativa Co.mo.do, che dal 2003 ha iniziato a realizzare attività educative nel carcere. L’idea di base è stata quella di considerare la cella come un modulo spaziale multifunzione e flessibile. FreedomRoom  è divenuto uno spazio più vivibile concepito per essere compatto e funzionale pur mantenendo la dimensione originale della cella di 4x2,7 m. Oltre a essere una cella può essere anche un ostello, un alloggio minimo o a basso costo, sostenibile. Dello stesso Cibic il progetto di Re-Made con Equilibrium, la casa di canapa, come modo per andare incontro ai problemi nelle zone terremotate dell’Emilia Romagna nel 2012; la casa -donata a una famiglia- è ora cantiere. E’ una casa non uniformabile anche se riproducibile. Fa apparire più di altre situazioni lo stato di necessità in cui nasce e i motivi per sostenerla, anche in questo modo parla dell’individualità di quello che contiene.

Cibic - FreedomRoom

Cibic Workshop – FreedomRoom

Cibic Workshop – FreedomRoom

Cibic Workshop – La casa di canapa e calce

Bibliografia essenziale

K Frampton, Storia dell'architettura moderna, Zanichelli, 1980.
Life style. Stili di vita modi di abitare, in “Dedalo”, aprile 2007.
M. Praz, La filosofia dell’arredamento, Guanda, 2012.
De Pieri, Bonomi, Caramellino, Zanfi, Storie di case. Abitare l'Italia del boom, Donzelli Editore, 2013
V. Gregotti Sulle orme di Palladio - ragioni e pratica dell'architettura, Laterza, 2000
I. Ábalos, Il buon abitare. Pensare le case della modernità, Christian Marinotti Edizioni, 2009.
A. Dell’Acqua Bellavitis, La riscoperta della cultura dell’abitare, in “AL”, Architettura degli interni, aprile 2004
G. Ottolini, Architetti degli interni, in “AL”, Architettura degli interni, aprile 2004
J. Nouvel, L’ufficio da abitare, COSMIT, 2013
A. Cibic, FreedomRoom, Salone del Mobile, Milano, aprile 2013