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Maria Ajroldi

Artisti (e professionisti) nella Palermo del dopoguerra


Gruppo Forma 1

Per molte città italiane l’immediato dopoguerra è stato caratterizzato dalla necessità di ricostruire: edificare abitazioni servizi, strutture pubbliche, strade e ponti distrutti dagli eventi bellici, ma anche ricostruire la vita civile, le attività commerciali, le manifestazioni della cultura. Anche la città di Palermo si è faticosamente risollevata dalle molte rovine (materiali e morali) che l’avevano segnata, e ha cercato nuove risorse attraverso l’impegno dei più attivi fra i suoi cittadini.
Nel campo delle manifestazioni artistiche, risulta particolarmente evidente in questo periodo il divario fra le iniziative legate alla pubblica amministrazione (in genere lente e poco incisive) e il rapido emergere di realtà culturali sorte per iniziativa privata, spesso di durata limitata ma comunque importanti per riattivare i circuiti comunicativi delle arti e in particolare per istituire rapporti fra le esperienze isolane e quelle dei centri di cultura più significativi nell’Italia di quel periodo.
In pratica, riferendoci più direttamente alle sedi di mostre d’arte, fra il 1945 e il 1950 si sono avvicendate a Palermo alcune nuove gallerie promosse da operatori privati, in cui il confronto sull’arte contemporanea, fino a pochi anni prima recintato negli schemi delle sindacali. si è riproposto come un dialogo aperto fra tendenze diverse e spesso innovative. Da questo punto di vista la situazione di Palermo trova un evidente riscontro con centri sicuramente più avanzati, in particolare Roma e Milano. Ma presenta anche caratteristiche peculiari che può essere interessante sottolineare, per individuare possibili costanti del contesto siciliano
In primo luogo i promotori di queste gallerie non sono stati, come sarebbe logico pensare, i mercanti d’arte o comunque gli operatori commerciali del settore. Erano piuttosto personaggi legati al mondo della cultura, di tipo artistico ma anche di più ampia accezione professionale. Delle gallerie funzionanti già prima della guerra aveva ripreso la sua attività Flaccovio, il libraio editore più accreditato nel risveglio culturale, che aveva dato spazio nei suoi locali anche alle mostre d’arte attivando la ripresa delle esposizioni fin dal 1946. Ma già un anno prima si era svolta una mostra significativa, la prima personale di Antonio Sanfilippo, nei locali di quella che viene chiamata Galleria A. I. R. (Architetti Ingegneri Riuniti), con sede in via Rosolino Pilo. In realtà , come nel caso di Flaccovio, non si trattava di una vera e propria galleria, ma di uno studio che si trasformava periodicamente in sede di mostre, nell’intento di facilitare una maggiore diffusione delle tendenze artistiche del periodo. Gli architetti e ingegneri che gestivano questa attività non avevano alcun fine commerciale: dopo alcuni mesi, forse quando le prime mostre, probabilmente occasionali, avevano ceduto il passo a un ordinato susseguirsi di manifestazioni, la Galleria A.I.R. si presentava al pubblico inserendo una scritta programmatica nel pieghevole utilizzato come catalogo: “La galleria A.I.R. è un centro vivo di cultura artistica. Unisce gli spiriti più attenti e più preparati alle cose dell’arte collegandoli con i vari circoli artistici dell’Isola e le più aggiornate gallerie d’Italia”(1). Emerge in questo brevissimo enunciato il secondo aspetto che caratterizzava le gallerie palermitane del periodo: la necessità di istituire un positivo confronto dialettico fra gli artisti operanti nell’isola e quelli attivi in altri centri d’Italia. Una necessità che a Palermo presentava particolari risonanze, perché molti degli artisti attivi fuori dall’isola erano in realtà siciliani trasferiti altrove per inserirsi in un ambiente più stimolante per la loro ricerca. Possiamo pensare a Sanfilippo, che dopo la mostra dell’A.I.R. si era trasferito a Roma e lì insieme a Ugo Attardi, Carla Accardi, Pietro Consagra e altri aveva dato vita al movimento Forma 1. E già a Roma li aveva preceduti Renato Guttuso, con tutta l’ incancellabile sicilianità che avrebbe fatto sempre da contrappunto ad ogni sua successiva esperienza.


Guttuso, Autoritratto

Tornando all’A.I.R., la prima caratteristica delle gallerie palermitane del periodo è particolarmente evidente. Quando le mostre ospitate nello studio (forse, come da Flaccovio, durante i fine settimana) avevano assunto un andamento più regolare, erano state anche contrassegnate da un numero progressivo .In questa nuova serie, la prima ad essere realizzata è stata una collettiva che accoglieva artisti molto diversi fra loro. Presentava opere di De Chirico, pittore già molto apprezzato nella sua singolarità, ma anche un autoritratto di Guttuso, opere di Pippo Rizzo (che nel periodo considerato si adoperava attivamente per il risveglio della cultura artistica), e poi figure locali come Giovanni Rosone, Anna Carnesi o Francesco Ranno.


Rizzo, Autoritratto

Più significativa è la seconda mostra, in cui erano esposte le opere della “Collezione Pasqualino”. In questo caso il legame col mondo dei professionisti, e in particolare degli architetti , era particolarmente evidente. A Lia Pasqualino Noto si deve infatti la creazione e la gestione della più importante galleria privata del periodo precedente alla guerra, la “Galleria Mediterranea”, che aveva avuto un grosso peso culturale nell’ambiente artistico palermitano, dando spazio anche a nuove ricerche nel campo dell’architettura. Una delle mostre più significative ospitate negli anni di funzionamento della Galleria Mediterranea, denominata “Rilievi di edilizia minore mediterranea” era frutto del lavoro di tre giovani architetti, Ajroldi, Caracciolo e Lanza. Questi stessi architetti nel dopoguerra erano fra i principali associati dello studio A.I.R. e proseguivano le ricerche legate all’architettura minore. A sua volta Lia Pasqualino Noto, che è stata anche pittrice di valore,aveva raccolto in collezione opere di vari artisti; primo fra tutti Guttuso con cui aveva collaborato strettamente nel periodo del “Gruppo dei quattro” , ma anche altri come Migneco (che nel frattempo si era trasferito a Milano), e naturalmente Pippo Rizzo con la sua continua carica innovativa.


Noto, Autoritratto




Migneco, Gli sposi


La terza mostra di cui si ha notizia è forse una mostra in tono minore “Tarsie e piccole sculture”. Le tarsie erano opera della coppia Lanza-Sangiuliano, attualmente quasi dimenticata ma sicuramente in grado di realizzare all’epoca lavori di buon livello (2); le sculture, di Giovanni Rosone, riecheggiano a loro volta rapporti precedenti, perché sia Ajroldi che Caracciolo avevano commissionato opere di questo scultore per la decorazione di edifici progettati e costruiti nei borghi rurali di epoca fascista.
L’ultima mostra della serie numerata, Mostra dell’Autoritratto, è stata anch’essa caratterizzata dalla presenza di artisti locali , con una particolarità: fra gli artisti in elenco figura anche uno degli architetti dello studio, Luigi Epifanio, a sua volta studioso di architettura rurale siciliana ma in questo caso presumibilmente presente in qualità di eccellente disegnatore.
Lo studio avrà ospitato probabilmente altre mostre, come ad esempio una personale di Sistina Fatta citata nella biografia della pittrice, ma l’attività specifica dell’A.I.R. si muoveva anche in altre aree culturali. Lo studio ha prodotto infatti scritti di architettura, relazioni a Convegni, e soprattutto è diventato nel 1947 sede della sezione siciliana dell’APAO, il movimento per l’architettura organica promosso a Roma da Bruno Zevi.
Il compito culturale che lo studio A.I.R. aveva indicato è stato riproposto allora attraverso un nuovo spazio espositivo dal nome di rimando futurista, la Galleria 2A+ C”.In questo caso i promotori sono stati un pittore e un ingegnere, che con le iniziali dei loro cognomi, Amorelli e Corselli, davano ragione della sigla identificativa della galleria . La prima mostra, nel gennaio '47, proponeva appunto pitture di Amorelli e sculture di Filippo Sgarlata, ma già la notizia della inaugurazione trovava spazio anche su una rivista a diffusione nazionale (3).
Lo stesso rilievo veniva dato, poco tempo dopo, a una personale di Fausto Pirandello, aperta a febbraio. Altre personali di quel periodo riguardavano Michele Catti, Pippo Rizzo e ancora Filippo Sgarlata. A maggio veniva proposta un'importante collettiva, con molti nomi di artisti operanti fuori dall’isola: Mafai, De Chirico, Severini, Cagli, Guttuso, Savelli, Gentilini, ecc. Nello stesso periodo la galleria istituiva un concorso, anche in questo caso promosso da Pippo Rizzo, sul tema “Monumenti e località tipiche della Sicilia”. Si confermava così una sorta di andamento pendolare delle manifestazioni, oscillante fra l’apertura a esperienze innovative di altri contesti culturali e la presenza di risorse locali comunque riconosciute e valorizzate.


Pirandello, La pioggia d'oro

Una svolta sicuramente più decisa in ambito internazionale venne attuata alcuni anni dopo, con l’apertura di un’altra piccola galleria, la Bottega d’arte L. e A. In questo caso la sigla indicava Libri e Arte, ed effettivamente il locale offriva anche libri d’arte e di cultura letteraria. L’attività era nata per iniziativa di tre professioniste accomunate da studi di arte e architettura, Alba e Maria Gulì e Pina Catania Cotroneo. Anni dopo, sia Alba Gulì che Pina Cotroneo sono state a lungo docenti nella Facoltà di Architettura di Palermo. In quel periodo il loro impegno era tutto rivolto a offrire alla città attraverso la galleria un apporto culturale di forte spessore. Di fatto le mostre offrivano un panorama artistico realmente molto ricco, alternando pittori come Chagall, Scipione, Picasso, Rosai, De Pisis, Roualt. In particolare comunque, nell’ottica di questa cronaca, risulta interessante un evento organizzato in collaborazione con il Movimento di Comunità di Adriano Olivetti, denominato “Mostra delle borgate”. L’obiettivo della manifestazione era evidenziare le condizioni di degrado di alcune borgate palermitane. A questo scopo vennero chiamati a contribuire professionisti di diversi settori, a partire dall’urbanistica nella persona di Caracciolo; gli altri apporti, opportunamente integrati, erano dovuti a architetti, ingegneri, pittori, fotografi, sempre fra i più qualificati del periodo. In questa occasione quindi le espressioni artistiche si collegavano esplicitamente ed efficacemente all’attività dei professionisti nel campo dell’architettura o più genericamente operanti sul tessuto urbano.
Anche la Bottega d’arte L. e A. non era nata con una finalità commerciale, e questa caratteristica ha sicuramente segnato già in partenza le sue possibilità di durata e di sviluppo. Proprio per questo motivo, così come per gli esempi precedenti, può essere interessante sottolineare le matrici culturali che hanno prodotto , come visto in precedenza, un’iniziativa privata molto più ricca e significativa di quella delle strutture pubbliche contemporanee. Da una parte avrà giocato in questo senso la rete di relazioni, sicuramente stimolanti, con gli artisti siciliani trasferiti altrove e quindi attivi in altri contesti culturali. D’altra parte può avere agito come elemento catalizzatore delle energie locali la sintonia fra le aree di competenza, quella artistica e quella professionale, trasmessa almeno fino alla generazione in esame dalla tradizione dell’Accademia di Belle Arti e in particolare dall’eredità dei Basile. Quindi l’ipotesi di chiusura in realtà riapre il discorso, in attesa di ulteriori approfondimenti e di eventuali possibili conferme.

(1) vd Cristina Alaimo “Il sistema dell’arte a Palermo” Palermo 2006
(2) vd “Chiarezza” 5 maggio ‘46
(3) vd “Emporium” febbraio ‘47