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Darwin  geologo 

Guido Chiesura



Il tempo.
La pubblicazione dell’Origine delle specie nel novembre del 1859 ha avuto – tra gli altri – l’effetto di liberare la scienza del mondo organico dall’intoppo di una lettura strettamente letterale della Bibbia: l’evento è assimilabile all’apertura di una chiusa che ha dato finalmente libero corso a un fiume benefico, che da allora scorre con grande utilità per il genere umano lasciando indietro soltanto qualche relitto culturale impigliato ai cespugli lungo le rive. Chi ha fatto saltare la chiusa è Charles Darwin, che teneva nel cassetto l’esplosivo da oltre vent’anni. La nuova prospettiva con la quale, da allora, si guarda e si studia e si comprende il mondo del vivente, inaugurata da Darwin e mai smentita ma integrata e confermata alla luce di nuove scoperte (la genetica soprattutto) trova le premesse nella comprensione del mondo inorganico, in particolare quello terrestre, oggetto della geologia, né poteva essere diversamente per la radicata presenza in esso del vivente, e per il condizionamento che questo ne avverte e vi induce.
Infatti il processo configurato da Darwin, di una discendenza di tutti gli esseri viventi da un antenato comune per trasmissione ereditaria - lenta e graduale – di mutazioni casuali selezionate dalla natura nel corso delle generazioni, doveva ovviamente essere collocato dentro l’arco temporale di esistenza della Terra che, per quanto già discretamente dilatato rispetto ai 6000 anni del Genesi, era pur sempre ristretto. In un tempo ristretto poteva prendere posto una concezione creazionista, che ipotizzava saltuari interventi innovativi da parte dell’Eterno, ma non la lenta e graduale diversificazione delle specie sulla Terra per opera della selezione naturale.
In una stampa dell’800 la scienza viene rappresentata come una giovane e gagliarda signora che, con una torcia nella mano sinistra, dissolve le nebbie (la lettura letterale della Bibbia) che avvolgono il Globo terrestre. E nella mano destra la signora impugna un martello da geologo. In effetti, agli inizi del secolo diciannovesimo, la geologia aveva già consentito ai naturalisti di allungare la vita alla Terra, con l’esame dei processi di sedimentazione e la valutazione dei tempi relativi. Darwin si era reso conto che queste stime potevano costituire un serio ostacolo all’accettazione della sua teoria, e reagì quando comparve “l’odioso spettro” di Lord William Thomson Kelvin il quale, in base a calcoli sulla velocità di raffreddamento della massa del pianeta, all’origine supposto incandescente, concesse a quest’ultimo un tempo di 100 milioni di anni. La durata di un ambiente atto a ricevere e alimentare la vita era ovviamente ancora più ridotto. A partire dalla sesta edizione dell’Origine delle specie (1872) Darwin concesse a Kelvin la possibilità che la Terra fosse andata incontro a una velocità di cambiamento decrescente con il tempo: “E’ tuttavia possibile, come Sir William Thomson insiste, che il mondo in un primissimo periodo fosse sottoposto a più rapidi e violenti cambiamenti nelle sue condizioni fisiche rispetto a quelli che ora si verificano, e tali cambiamenti avrebbero teso a indurre delle modifiche con un ritmo corrispondente anche negli organismi che allora esistevano.” Steve J. Gould così commenta : “Darwin rimase praticamente solo a contrastare la restrizione di Kelvin – e la sua reazione rivela quindi alcune importanti implicazioni della sua logica strettamente selezionistica applicata con vincoli di rigida gradualità..”
Darwin traeva la ferma convinzione della giustezza della sua posizione dalla sua formazione di geologo, battezzato come tale sulla dura palestra dell’isola di Santiago nell’arcipelago di Capoverde, il primo sbarco. Qui nessuna traccia della vegetazione tropicale che aveva sognato durante l’assidua ed entusiastica lettura dei racconti di viaggio di Alexandre von Humboldt, ma solo rocce vulcaniche e le evidenze di forze tettoniche che avevano agito secondo i principi di gradualità postulati da Charles Lyell nel suo Principles of Geology, il cui primo volume Darwin aveva portato sul Beagle.
“Va ricordato che Darwin, nella misura in cui ricevette una qualche istruzione scientifica formale, fu più geologo che botanico, zoologo o paleontologo” , afferma Niles Eldredge.
Cercando di risolvere l’intricato puzzle della geologia di Santiago, (“Che confusione per il geologo!”, scrive nel taccuino di campagna) il giovane geologo alle sue prime martellate si trova imbarazzato a spiegare l’origine delle vallate, chiaramente formatesi per erosione da parte di un agente che non riesce a individuare: quale forza ha potuto incidere così profondamente le dure lave che ricoprono l’intera regione, formando ciottoli che poi deposita al fondovalle: il mare o le piogge, eppure così scarse su quell’isola? E soprattutto, quanto tempo c’è voluto ?
L’erosione dunque, una delle forze primarie cui fa riferimento la scienza geologica per spiegare la conformazione e la formazione delle rocce sedimentarie, è la chiave per comprendere la determinazione e la sicurezza con cui Darwin difende l’ampiezza del contenitore in cui ha collocato il lento processo del suo trasformismo delle specie. Ancora Niles Eldredge è categorico:
Fu Darwin, forse più di tutti i suoi contemporanei, a determinare la vera dimensione del tempo geologico. E pur essendo vero che lo fece soltanto per dare al suo lento e graduale processo di evoluzione il tempo necessario per funzionare, a permettergli di concludere che la terra è molto vecchia fu la sua personale e ricchissima esperienza di studi geologici sul campo.”
Nel Notebook E (1839) Darwin scrive:
Nessuno tranne un geologo esperto può realmente comprendere quanto è antico il mondo, poiché le misure non si riferiscono alle rivoluzioni del sole e alle nostre vite, ma al periodo necessario per formare cumuli di ciottoli eccetera eccetera: la successione degli organismi non dice nulla sulla lunghezza del tempo, ma solo sulla sequenza della successione [medesima].”
Poco prima, nello stesso taccuino, aveva annotato:
E’ curioso come la geologia, offrendo concetti adeguati a questi argomenti, sia assolutamente necessaria per arrivare alla conclusione corretta sulle specie. I cambiamenti di livello eccetera sono facilmente registrati, ma i cambiamenti delle specie non lo sono altrettanto a meno che non siano preservati tutti gli animali.”
Poi insiste, ancora più deciso:
Io nego decisamente il diritto di contestare la mia teoria per il fatto che essa considera il mondo di gran lunga più antico di quanto pensiono i geologi: sarebbe come fare ciò che altri, solo cinquant’anni or sono, hanno fatto ai geologi – e che cosa è più antico? – quale rapporto fra la durata di un pianeta e la nostra vita? – Essendo io stesso un geologo, ho pertanto ragionato per me stesso, così da poter onestamente respingere questo falso ragionamento.”
Il ricordo delle vallate di Santiago perdura fino alla redazione del capitolo X dell’Origine delle specie:
Ognuno dovrebbe esaminare per conto proprio le grandi pile di strati sovrapposti e osservare i rivoletti che portano giù il fango, e le onde che erodono le scogliere marine, al fine di comprendere qualche cosa della durata del tempo trascorso, i cui monumenti vediamo tutti intorno a noi..” 



Il fine.
La biologia ha sempre avuto a che fare con un accompagnatore ingombrante: il finalismo, che consiste nell’assegnare a ogni forma di esistenza un progetto o una intenzione che regola l’adeguamento delle sue caratteristiche a una destinazione prefissata. Non c'è dubbio che questo stato di cose sia imbarazzante dal punto di vista del metodo scientifico, perchè nega il principio di causalità, in base al quale le cause di un fenomeno devono trovarsi prima e non dopo il suo accadimento.
Già Goethe aveva scritto: .”.per diversi secoli e fino ad oggi siamo stati ritardati nelle nostre concezioni filosofiche dei fenomeni naturali dall’idea che gli organismi viventi sono creati e formati per certi fini da una forza vitale teleologica.“
Come dice con umorismo Jacques Monod in Il Caso e la Necessità: "La teleologia è come una donna senza la quale il biologo non può vivere, ma con la quale non gli piace di farsi vedere in pubblico."
Darwin non era stato immune dalla contaminazione finalistica per sua stessa ammissione; durante gli studi a Cambridge, aveva letto con interesse le opere di William Paley (1743 – 1805), ministro delle Chiesa anglicana e autore di opere che furono riferimenti importanti per i naturalisti inglesi al passaggio dei secoli XVIII e XIX :”Per superare l’esame di laurea era necessario anche preparare le Evidences of Christianity e la Moral Philosophy di Paley. Lo feci molto coscienziosamente e sono convinto che avrei potuto riscrivere con esattezza tutte le Evidences, naturalmente senza il linguaggio cristallino di Paley. La logica di questo libro e, posso aggiungere, quella della Natural Theology mi procurò un piacere simile a quello datomi da Euclide. L’attento studio di queste opere, sebbene compiuto senza tentare di impararne delle parti a memoria, fu l’unico aspetto dei corsi accademici, che, come giudicai allora e come credo tuttora, mi riuscisse di qualche utilità nel senso di educare il mio spirito. A quell’epoca non mi preoccupavo delle premesse di Paley, prendendole per buone, ero attratto e convinto dello sviluppo dell’argomentazione.” Più avanti sempre nell’Autobiografia, arrivato agli anni più tardi, scriverà: “Per quanto non abbia riflettuto all’esistenza di un Dio personale fino a un’età molto più tarda nella mia vita, dirò qui le conclusioni vaghe alle quali sono arrivato. Il vecchio argomento di una finalità nella natura, come lo presenta Paley, che una volta mi sembrava così convincente, è caduto dopo la scoperta della selezione naturale. […] Tutto nella natura è il risultato di leggi immutabili.” Nelle scienze naturali in generale, esclusa dunque la geologia, la coordinazione apparentemente perfetta tra i vari esseri e le loro funzioni, la catena dell’essere insomma, induce a pensare “all’esistenza di un ordine generale nell’universo constatabile nei suoi effetti, a un’azione creatrice e regolatrice che è opera di un Dio, principio e fine di una natura la cui apparente finalità e armonia sembrano inconciliabili con la nozione di caso.”
La tentazione al finalismo sorge più facilmente quando si attribuisce a un essere una forza vitale (vitalismo), che ha fatto furori fino a Lamarck e Theillard de Chardin, e che ancora – in certi ambienti – vede la “creazione” intera finalizzata ai bisogni dell’uomo. Non esiste in geologia una tale tentazione: le strutture geologiche non mostrano nessuno schema costruito da una mente superiore e non hanno forze vitali latenti da realizzare.
Ebbene, essere nato geologo ha consentito a Darwin di formarsi su una disciplina che non è esposta al finalismo: è facile dire che le gambe siano fatte per camminare, mentre si dovrebbe dire che servono a camminare (a noi umani, ma ai pesci servono per nuotare, ecc) ma è certo difficile pensare che una montagna sia stata fatta per andarci a sciare. La forma, in geologia, non induce a pensare a uno scopo primitivo. Ricordandosi sempre di essere geologo, Darwin evidenzierà l’assurdità dell’atteggiamento finalistico con questo esempio: chi mai può pensare che gli scisti di arenaria (le ardesie) sono fatti per coprire i tetti delle case degli uomini?
Con Darwin “il posto della sostanza viene preso dalla funzione, quello dello sviluppo dal caso, quello dello scopo finale dal movimento, quello del fondamento dalla relazione che fa da sostegno a se stessa” .
Ed è certamente la prospettiva materialista ed evoluzionista di Darwin che ha permesso a Ernst Haeckel di espellere il finalismo creazionista dal concetto di economia della natura e dall’ecologia che ha fondato . Infine non dimentichiamo che l’eugenismo trova giustificazione nel finalismo: si ritiene che i processi naturali abbiano un fine, e che questo fine sia la comparsa dell' Uomo come prodotto massimo, e quindi degno di perfettibilità. Eliminando i più deboli si affianca la Natura, che ha lo scopo - attraverso la selezione - di migliorare i suoi prodotti.