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Giuseppe Bonaccorso

Gli architetti e l’architettura nel cinema: protagonisti, cronaca e storie

Giuseppe Bonaccorso, ricercatore e docente universitario di Storia dell’architettura presso la Facoltà d’Ingegneria dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Studia l’architettura dell’età barocca e del Novecento italiano, temi sui quali ha pubblicato numerosi contributi, tra i quali il volume "I Virtuosi al Pantheon: 1700-58", Roma 1998 (con T. Manfredi). Ha curato inoltre: "Dossier Gaudí: ricerche, proposte, riletture", Pisa 2003; "Studi sui Fontana. Una dinastia di architetti ticinesi a Roma tra Manierismo e barocco", Roma 2008 (con M. Fagiolo); "Le acque e la città (XV-XVI secolo)", Roma Moderna e Contemporanea, XVII, 1-2 (2009), Roma 2010.

Dopo l’uscita nel 2005 del film My Architect di Nathaniel Kahn si è progressivamente ampliata la produzione di documentari, cortometraggi e film che hanno per soggetto prioritario la biografia di un architetto. In realtà il rapporto tra l’architettura e il cinema è duraturo negli anni ed ha radici complesse; per una analisi esaustiva del fenomeno vanno quindi necessariamente differenziate le varie tipologie dei lungometraggi.
Partendo dai film e mettendo in disparte il documentarismo, possiamo notare come in taluni casi le storie narrate hanno per protagonista un architetto e sovente non necessariamente una figura nota. Intorno a questo personaggio si sono dispiegati gli aspetti caratteriali e sociali frequentemente legati alla sua professione e alla interazione problematica con la sua vita privata. Le difficoltà nei rapporti familiari, il mantenimento nel tenere coeso il ménage matrimoniale, la ricerca di se stessi attraverso la realizzazione di un progetto che ambiziosamente indirizzi l’architettura contemporanea, l’utopia di migliorare in piccolo la società e/o la quotidianità dei fruitori, sono aspetti comuni a queste pellicole. Altre sceneggiature puntano invece a enfatizzare la vita avventurosa del progettista (architetto o ingegnere che sia) e la ricerca continua di libertà spesso imbrigliata da una realtà quotidiana che mal si adatta a una tale visione della vita. I protagonisti architetti di questi generi di film sono quindi regolarmente problematici, disillusi e nonostante il tempo che avanza, ancora alla ricerca di una molla che potesse cambiare profondamente la loro vita. Essi infatti conservano orgogliosamente un aspetto sognatore e poco incline alla concretezza. Queste immagini quotidiane vengono narrate talvolta su uno sfondo di inenarrabile bellezza (studi professionali che si affacciano su panorami naturali o urbani pieni di fascino), oppure in situazioni di degrado ambientale notevole dalla quale l’architetto cerca di uscirne attraverso un’immersione totale nel progetto che potesse condurlo a una redenzione personale e familiare, ovviamente con la costante di creare degli ambienti gradevoli per i fruitori che abiteranno i suoi edifici.
Legare degli esempi noti a questo primo tipo di esempi è semplice ma allo stesso tempo arduo per i titoli da escludere o includere in tale lista. In questa sede potremmo iniziare menzionando il macerato architetto Sandro (interpretato da Gabriele Ferzetti) protagonista de L’avventura di Michelangelo Antonioni (1960) che parte per una crociera programmata per disintossicarsi da una fase lavorativa troppo ordinata e sequenziale che gli ha progressivamente tolto creatività e lo ha condotto ad una sempre più disincantata routine professionale. Giunti nelle isole Eolie, Sandro non solo smarrisce senza accorgersene la fidanzata Anna (Lea Massari), figlia inquieta di un costruttore romano, ma ormai disilluso da una vita senza stimoli non riesce a percepire pienamente non solo il nuovo affetto maturato per l’amica Claudia (Monica Vitti), ma anche gli straordinari paesaggi che caratterizzano l’arcipelago e le animate architetture barocche della Sicilia orientale. Alla stessa tipologia di racconto possono essere accostate le vicende di due dei protagonisti del film Parigi (2008) di Cédric Klapisch. Da una parte abbiamo l’affermato Philippe Verneuil (François Cluzet) che ottiene tutte le soddisfazioni private e professionali di un architetto di successo: una bella moglie in attesa di un figlio, la progettazione e la direzione di un cantiere per un nuovo quartiere che sta per realizzare alla periferia parigina. Dall’altra, fa da contraltare la situazione esistenziale del fratello Roland Verneuil (Fabrice Luchini), storico dell’architettura e insegnante universitario, che sembra ricalcare il cliché precedentemente enunciato nella tradizione filmica del protagonista dal carattere difficile, idealista e disincantato. Questo equilibrio precario tra professione, famiglia e società, come pure tra allegria e disillusione, è poi forse espresso in modo mirabile ne Il ventre dell’architetto, di Peter Greenaway, film dove tragicamente, la realizzazione di un progetto non riesce a pareggiare una vita disordinata, per giunta stroncata dalla malattia. Altri film dove viceversa un architetto fa saltare tutto e tutti per riprendersi la sua dignità sono il celebre La fonte meravigliosa (1949) di King Vidor, film ispirato alla figura di Frank Lloyd Wright; come invece, e all’opposto, in Zabriskie Point (1970) ancora di Antonioni, uno studio posto su una montagna viene fatto esplodere insieme all’architetto, agli amici costruttori e a tutti i possibili legami che tali professioni rappresentavano per la società consumistica americana. La casa dell’architetto costruita su una montagna, che evoca una costruzione di Wright, viene fatta esplodere da una giovane studentessa universitaria (che era sentimentalmente legata all’architetto) che decide così di far saltare drammaticamente gli intrecci e le trame dell’imprenditoria edile lucrativa.  Anche nella sfera dei video musicali, la deflagrazione di un edificio simbolo di un architettura rappresentativa del mondo moderno è sovente la figurazione del disagio sociale che esprime una società rimasta senza valori: il miglior esempio in tal senso è l’esplosione del cosiddetto Ginger e Fred di Frank Gehry a Praga messo in atto nel video Incantevole dei Subsonica del 2005 (regia di Maki Gherzi).


Fig. 1: l’esplosione della casa dell’architetto in Zabriskie Point
di Michelangelo Antonioni

Attraverso gli occhi di un architetto si sono poi serviti i registi per descrivere la sociologia delle città e degli ambienti domestici, dove si svolgono le vite ripetitive dei protagonisti. Allora possiamo trovare come Woody Allen utilizzi in To Rome with Love (2012) il pensiero di un architetto americano (Alec Baldwin) in viaggio a Roma per mostrare la quotidianità e la disincantata nostalgia per il quartiere di Trastevere nel centro storico della città, o come una studentessa di architettura (Maria Schneider) nel film Professione: reporter (1975) ancora di Antonioni cerchi di mostrare con occhi diversi la quotidianità di Barcellona e la condizione esistenziale moderna al protagonista Jack Nicholson, un giornalista che come noto cerca di cambiare vita modificando la propria identità.


Fig. 2: l’incontro tra Jack Nicholson e Maria Schneider sulla terrazza
di casa Milá in Professione: reporter di Michelangelo Antonioni

Altro genere di film legato all’architettura è quello descrittivo: nello sfondo della storia i registi mostrano la struttura sociale e architettonica della città. L’architettura è sullo sfondo della storia, ma in taluni casi è talmente intrecciata al soggetto che ne diviene in maniera indissolubilmente legata parte stessa di essa. Quindi architettura e città narrata interagiscono completamente con la trama e il racconto del film. Anche in questo caso gli esempi sono infiniti, citiamo solo alcuni casi esemplari. Si potrebbe partire da Roma e dall’ultimo film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza (2013), dove il protagonista, il giornalista Jep Gambardella (Toni Servillo), attraversa in lungo e largo la città (dal centro alla periferia) dove si consumano gli eventi mondani che lui deve raccontare. Tutto con lo sfondo del fiume Tevere e dell’acqua delle fontane romane che ricordano continuamente allo spettatore il fluire costante del tempo nei riti quotidiani, e dove le case sono le protagoniste della storia così come nel notissimo Caro diario di Nanni Moretti (1994). Roma è così un fondale praticamente inesauribile di situazioni e storie che mostrano la deriva di una parte della nostra società, come lo era stato da Fellini a Pasolini per passare ai film ambientati nelle palazzine costruite nel dopoguerra quali location fredde ed eleganti adatte alle problematiche di una borghesia in crisi di valori: un esempio rappresentativo può essere considerata la scelta di servirsi del quartiere EUR per esempio ne L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni. Le contraddizioni sociali della città capitolina insieme alla sua complessa ricostruzione post bellica sono invece rappresentate da uno dei migliori lungometraggi del neorealismo italiano (l’unico con un finale positivo): Il tetto (1956) di Vittorio De Sica, nel quale si evidenziava come realizzare una baracca permetteva la successiva assegnazione di un alloggio popolare, ma anche da due film interpretati da Alberto Sordi quali Il marito (1957) di Nanni Loy e Gianni Puccini o ancora Il Boom (1963) di De Sica che illustrano le tragiche e allo stesso modo fantasiose peripezie di improvvisati costruttori (o palazzinari) romani. Come pure stimolante è il ritratto di Napoli contenuto ne Le mani sulla città (1963), film-denuncia sugli intrallazzi politici legati all’edilizia firmato da Francesco Rosi.


Fig. 3: particolare della locandina de Il tetto di Vittorio De Sica

Un caso a parte meritano poi le storie ambiente nelle periferie delle grandi metropoli. In un panorama sterminato si vuole citare solo alcuni casi emblematici che partono ancora dalla periferia romana. Il mondo delle borgate è esemplato in diversi film cult quali L’onorevole Angelina (1947) di Luigi Zampa, nel quale Anna Magnani (che interpreta la popolana Angelina) guida la rivolta delle donne della borgata Pietralata spingendole ad occupare, dopo una perniciosa alluvione del vicino fiume Aniene, gli alloggi vuoti di un ampio caseggiato di uno speculatore edilizio; o il noto film Accattone (1961) di Pier Paolo Pasolini nel quale viene dipinto un sottoproletariato emarginato ma vitale che vive tra le borgate comprese tra Pietralata e il Prenestino. Ancora il Prenestino è il teatro della esistenza domestica di Ugo Fantozzi protagonista dell’omonimo film del 1975 di Luciano Salce, il cui soggetto è tratto dai romanzi di Paolo Villaggio che ne è anche il principale interprete. In questo caso è emblematica la celebre scena dell’autobus che Fantozzi scendendo direttamente dalla finestra del suo degradato condominio vuole prendere in corsa sopra la sopraelevata della tangenziale est, e non riuscendoci provoca la rovinosa caduta di tutti i passeggeri posti sia sul bredellino sia all’interno del bus. Alla stessa tipologia appartiene anche il notissimo Il Mostro (1994) di e con Roberto Benigni, in cui un residente di un condominio del popolare quartiere Laurentino 38 ubicato a sud di Roma viene scambiato per un pericoloso maniaco che ha assassinato 19 donne. Nello stesso quartiere è girato il brillante I Fichissimi (1981) di Carlo Vanzina; qui il Laurentino 38 nella fiction cinematografica diviene un quartiere dell’hinterland milanese che ha per protagonista il giovane Felice (Diego Abantuono) che interpreta il fratello maggiore di una famiglia di immigrati pugliesi che gelosissimo della sorella Giulietta (Simona Mariani) tenta in tutti i modi di impedire il matrimonio con Romeo (Jerry Calà), milanese e leader di una banda di improbabili teppisti di locali notturni. Tra inseguimenti e zuffe che hanno per teatro le case, i ballatoi e i ponti del Laurentino 38 (ma che nel film ritraggono un metafisico quartiere dormitorio di Rho) alla fine, come nell’esplicito modello di Giulietta e Romeo, Calà riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con la sorella di Abantuono. Un altra esemplare trama che racconta la periferia, è Ladro lui, ladra lei (1958) di Luigi Zampa. Il film, interpretato da un bravo Alberto Sordi e dalla croata Sylvia Koscina, tratteggia la precaria condizione quotidiana di famiglie che sono allocate in povere case nei pressi della ferrovia alle porte di Roma; alle acrobatiche peripezie per la sopravvivenza, sullo sfondo è comunque presente un bonario sentimento di riscatto sociale. Scendendo di scala si giunge alla descrizione delle baraccopoli, ancora numerose alla metà degli anni settanta del Novecento illustrate in maniera tragicomica nel film Brutti sporchi e cattivi (1976) da Ettore Scola, che aveva per protagonista Nino Manfredi.
Per esempi fuori dall’Italia non si possono ignorare le storie ambientate nelle periferie transalpine, come il triste e intenso Cous Cous (2007) di Abdel Kechiche. Esso descrive il tentativo di avanzamento sociale di una intraprendente famiglia di origine maghrebina, operato attraverso la trasformazione di una vecchia imbarcazione in un ristorante di moda, che naufraga per complesse vicende personali ambientate nei cortili di una banlieue alle porte di Marsiglia. Come chiave di lettura della realtà il cinema francese spesso adopera il contrasto tra la ricchezza dei quartieri bene di Parigi e la difficile e cruda esistenza nella periferia, come per esempio emerge dal confronto delle vite quotidiane dei due diversissimi protagonisti del brillante Quasi amici (2011) di Olivier Nakache e Éric Toledano.
Ma le grandi città come sottofondo alle storie raccontate dagli sceneggiatori e registi sono le protagoniste di una interminabile serie di film nazionali e internazionali, da Manhattan (1979) a Vicky Cristina Barcellona (2008) di Woody Allen, da L’appartamento spagnolo (2002) di Cédric Klapisch sino ai film di Wim Wenders, Lisbon Story (1995), Il cielo sopra Berlino (1987) e Tokyo-Ga (1985), oltre al premiatissimo Paris, Texas (1984).
In questa sede si vuole evitare l’analisi del ruolo che l’architettura ha nel cinema di fantasia (dalla fantascienza all’horror e sino al cinema d’evasione per i più giovani), pur segnalando per chi volesse approfondire il tema almeno i notissimi Der Golem (1920) di Paul Wegener e Carl Boese, L’inhumaine (1923) di Marcel L’Herbier, Die Nibelungen (1924) e Metropolis (1926) di Fritz Lang; sino ai più recenti 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968), Guerre Stellari (1977) di George Lucas, Blade Runner (1982) di Ridley Scott, Gattaca. La porta dell’universo (1997) di Andrew Niccol e The Grinch (2000) di Ron Howard. In tutti questi esempi viene presentata una città immaginaria e futuribile che prefigura una metropoli spesso pericolosamente decadente. Alla stessa tipologia del cinema fantastico e di evasione fanno parte anche alcuni cartoons nei quali si ricostruiscono, con dovizia di particolari, edifici e città che fanno da sfondo a situazioni irreali: qui si cita per tutti il film animato che ha per protagonista Lupin III nel: Un diamante per sempre (2006) di Jun Kawagoe. L’obiettivo del moderno ladro gentiluomo è quello di ritrovare un diamante oscuro attraverso il quale, dopo il ricollocamento su un candelabro, venisse agevolato il ritrovamento di un leggendario quanto sorprendente tesoro nascosto da Antoni Gaudí nella Sagrada Familia di Barcellona. L’aspetto fantasioso della favola costruita intorno a costruzioni irreali (che tuttavia ricordano anche in questo caso la casa Battlò di Gaudí) si ritrova nel film, parzialmente girato a cartone animato, Casper (1995) di Brad Silberling. Ma il discorso meriterebbe approfondimenti molto più ampi di quanto lo spazio qui a disposizione consente.


Fig. 4: una scena ambientata a Barcellona di Un diamante per sempre
di Jun Kawagoe

Partendo da questa ampia casistica, ulteriormente alimentata negli ultimi anni dallo sviluppo di una visione privata attraverso il dvd, è percezione comune di come ormai la produzione cinematografica si sia esponenzialmente rivolta alla ricostruzione delle vicende umane e biografiche dell’architetto. In verità anche in questo caso non mancano i precedenti: l’architetto come genio artista era stato analizzato dalla filmografia americana non solo nel già citato La fonte meravigliosa, ma in maniera assai più esplicita ne Il Tormento e l' Estasi (1965), colosso hollywoodiano su Michelangelo di Carol Reed con Charlton Heaston. Ma il genere del racconto biografico e/o del film documentario già dalla metà degli anni Settanta del Novecento traeva linfa vitale anche da produzioni televisive (sceneggiati o documentari). Dapprima le emittenti di stato e poi la produzione di alcuni canali tematici delle emittenti satellitari (in primis il canale franco-tedesco ARTE), hanno contribuito a diffonderlo nel grande pubblico. In questo genere di film documentari, a parte il preistorico ma ancora interessantissimo The World of Buckminster Fuller (1974) di Robert Snyder, si può annoverare Antonio Gaudí (1983) di Hiroshi Teshigahara (1983) o il Frank Lloyd Wright (1998) di Ken Burns e Lynn Novick.
Ma la svolta spartiacque si ebbe solo nel 2003 con il già menzionato film My Architect di Nathaniel Kahn. Il film racconta un percorso intrapreso dal regista alla scoperta delle costruzioni realizzate da suo padre Louis Kahn (1901-1974). La “storia” in forma di racconto emozionale inizia quando Kahn venne trovato morto nei bagni della stazione di Philadelphia. Solo molti anni dopo, suo figlio Nathaniel (nato da una storia extra coniugale tra l’architetto e una sua assistente di studio), che alla morte del padre aveva solo 11 anni, cerca di ripercorrere la vita di Louis Kahn intervistando colleghi, figli, mogli, committenti e studenti che lo avevano conosciuto. Ne nasce un nuovo genere filmico identificabile in un documentario basato, oltre che sulle fonti scritte, sulle storie orali che opportunamente filtrate permettevano una riflessione critica sulla personalità poliedrica dell’architetto e sul modo di rapportarsi con la città e con il suo intorno professionale e familiare. Il film ebbe un grande successo non solo tra la folta pletora dei progettisti o degli studenti, ma per la sua emozionalità piacque anche al grande pubblico. 


Fig. 5: Louis Kahn in una sequenza del film My Architect
di Nathaniel Kahn

A questo punto le varie majors si accorsero che questo genere di pellicole avevano ormai un mercato di pubblico consistente: si pensi agli albi professionali degli architetti o ingegneri delle grandi città come Roma, dove gli iscritti sono almeno 10.000 persone; oppure al numero degli studenti iscritti ai corsi di Architettura, di Ingegneria ma anche di Storia dell’Arte. E poi agli insegnanti, ai geometri, ai designers, agli arredatori, a quanti hanno iniziato l’università e poi, pur abbandonando gli studi, sono rimasti appassionati di architettura. Quindi è estremamente facile constatare come da allora il film intervista (qualche volta anche accattivante) ha suscitato interesse in un pubblico molto ampio e tra l’altro non solo specializzato. Si è detto “film intervista”, poiché i tempi sono coincidenti con quelli del lungometraggio. Gli esempi più interessanti in ordine cronologico sono il noioso Frank Gehry: creatore di sogni (2005) di Sydney Pollack; l’altrettanto soporifero film intervista su e con Oscar Niemeyer: A vida é un sogno (2007) di Fabiano Maciel; i più brillanti Rem Koolhaas: A Kind of Architect (2008) di Markus Heidingsfelder e Min Tesch; e Quanto pesa il suo edificio, Mr. Foster? (2010) di Carlos Cercas e Norberto López Amado; per finire con il pregevole film sui coniugi Eames: The Architect and the Painter (2011), raccontati da James Franco, per la regia di Jason Cohn e Bill Jersey. Una possibile deviazione al genere è quella rappresentata dalle storie di un solo progetto dal quale si dipana anche una storia del progettista, in questo caso è d’obbligo menzionare Building the Gherkin (2005) di Mirjam Von Arx, film nel quale Norman Foster racconta la travagliata costruzione della torre vetrata Swiss Re realizzata nel distretto finanziario di Londra.
A questo filone va poi collegato la categoria del documentario distribuito prevalentemente in dvd dalla durata al massimo di un’ora. Anche in questo caso, accanto a un filone commerciale molto robusto, consolidatosi dall’inizio del duemila, che ha prodotto numerosi documentari di carattere divulgativo che hanno accompagnato mostre, riviste e trasmissioni televisive prendendo in considerazione artisti e architetti operanti dal periodo rinascimentale sino all’eclettismo ottocentesco; si possono poi menzionare alcuni rari documentari d’autore quali, per esempio, quelli su Francesco Borromini (1995) di Werner Weick, oppure il Domenico Fontana: ingegnere, architetto, urbanista (2007) di Adriano Kestenholz indirizzati a un ristretto pubblico specialista.
Così, solo negli ultimi dieci anni si è andato progressivamente sviluppando un atteggiamento simile per gli architetti dell’ultimo secolo. Per l’Italia, tra tanti titoli si può rammentare almeno l’antesignano Libera 1903 - 2003, memoria di un architetto moderno (2003) di Stefano Canzio, sino all’ultimo Giovanni Michelucci. Elementi di vita e di città (2012) di Cristiano Coppi, ben realizzato e contenente una sottile vena poetica. Dalla produzione internazionale si deve citare forse il miglior documentario attualmente in circolazione, intitolato Reconversão (2012) e diretto da Thom Andersen, che partendo dal metodo di lavorazione del granito mostra diverse opere in pietra dell’architetto portoghese Eduardo Souto de Moura. Questo costante interesse verso il video-documentario di architettura si è consolidato anche grazie al proliferare di sempre più numerose rassegne di cortometraggi d’arte e di architettura. Tra le tante, qui si devono ricordare le prime rassegne tenute nelle università italiane da Francesco Moschini negli anni novanta del Novecento, successivamente esportate nell’archivio multimediale sia della Galleria A.A.M. di Roma sia nel Nuovo Archivio Multimediale (NAM) dell’Accademia di San Luca di Roma. Altre manifestazioni sono state promosse anche da istituzioni pubbliche, quali per esempio il MaXXI e da Giorgio Scianca che è stato anche il curatore dell’iniziativa Architects’ Book, un database contenente foto, locandine, e sequenze significative di oltre novecento films nazionali e internazionali che hanno avuto come protagonista un architetto. Stessa attenzione per la multimedialità è presente nel circuito dei laboratori universitari, come quello sulla Storia dell’architettura curato dal sottoscritto, e da altri corsi all’interno dell’ateneo di Tor Vergata che analizzano l’architettura attraverso il mezzo del video. Un tale ricerca visiva è confluita recentemente in un concorso biennale dal titolo Rassegna Internazionale del Corto (RICo) che ha per soggetto il Grand Tour che gli architetti del passato e presente effettuano a Roma. Il concorso è organizzato simultaneamente dall’Università di Roma Tor Vergata e dall’Accademia Nazionale di San Luca con la cura di Claudia Conforti, Francesco Moschini e da chi scrive.
L’interesse verso l’analisi visiva, costruttiva e tipologica dell’edificio si è poi ulteriormente arricchita anche per la realizzazione di alcuni video che hanno viceversa messo in evidenza l’attività di grandi fotografi che si sono specializzati nella rappresentazione dell’architettura. A tale ambito va accostato l’affascinante film documentario Visual Acoustics – Julius Shulman, l’architetto dello sguardo (2008) di Eric Bricker, che ricostruisce l’attività di Julius Shulman (1910-2009) il maggiore fotografo delle architetture del razionalismo europeo e americano. Egli ha ritratto con straordinaria eleganza nella sua lunga carriera le maggiori opere di Richard Neutra, Frank Lloyd Wright, Rudolf Schindler, Mies van der Rohe e tanti altri ancora. Scendendo di scala e passando al documentario più breve e divulgativo, la stessa attenzione si può ritrovare in Italia, sulla scia di quanto detto, per i documentari “monografici”. E così ritroviamo un analogo modo di raccontare l’architettura attraverso la biografia dei fotografi. Tra esempi numerosi il più riuscito è forse il documentario su Gabriele Basilico. Fotografia Italiana (2009) di Giampiero D’Angeli nel quale si racconta come un fotografo, per giunta architetto, sa leggere e riprendere i paesaggi urbani.
Il film e la multimedialità diventano così anche uno strumento didattico. Infatti la comprensione dell’architettura procede attraverso l’osservazione diretta degli edifici, ma anche la percorrenza degli spazi esterni e interni, seguendo il mutare dell’illuminazione diurna e notturna dei vari ambienti. L’esplorazione delle case e delle città operata con il mezzo della telecamera e la sintesi visiva che ne deriva porta così a una conoscenza maggiore delle costruzioni che è la condizione necessaria di un video-maker professionista o dilettante che sia.