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Maria Ajroldi

Borghi rurali di Sicilia e pianificazione territoriale


Borgo Schirò

Dopo decenni di totale dimenticanza e di generale abbandono, negli ultimi anni si è registrato un rinnovato interesse per i borghi rurali costruiti in varie regioni d' Italia durante il periodo fascista. E’ stato rilevato innanzitutto il fatto che si tratta di un patrimonio edilizio di notevole consistenza, e, nonostante la comune matrice ideologica, parzialmente differenziato in relazione alle singole zone in cui sono stati realizzati gli interventi (1).
Possiamo riconoscere perciò alcune specificità che caratterizzano l’edificazione dei borghi in Sicilia, attuata a partire dagli anni 40 in seguito alla costituzione dell’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano. Già nei secoli precedenti lo Stato Borbonico aveva promosso la creazione di nuovi insediamenti all’interno dei feudi nobiliari, concentrando la popolazione rurale in paesi a forte densità abitativa. La Colonizzazione proposta dallo Stato fascista nasce piuttosto con caratteristiche di segno contrario: prevede in primo luogo la suddivisione del latifondo in unità poderali di 10 – 20 ettari, da affidare alle singole famiglie contadine per una conduzione diretta dei lavori agricoli. Di conseguenza la progettazione in campo edilizio riguarda una tipologia di case coloniche da distribuire ordinatamente sul territorio, e la realizzazione di un numero adeguato di borghi destinati a ospitare le relative strutture di servizio. A questi presupposti di ordine sociologico si affianca, in Sicilia, una correlativa teorizzazione in campo urbanistico. Infatti per la progettazione delle strutture previste nella prima fase della colonizzazione vengono incaricati professionisti siciliani, in prevalenza giovani, e alcuni già attivi nella elaborazione di una nuova concezione delle discipline professionali. In particolare uno di loro, Edoardo Caracciolo, che sarà nel dopoguerra un urbanista di rilievo a livello nazionale, già nel 1940 svolge per conto dell’Ente per la Colonizzazione un corso intitolato “La nuova urbanistica nella bonifica del latifondo siciliano”.

Borgo Bonsignore

Il suo pensiero fa riferimento alla teoria della dispersione della città nella campagna di Unwin e a “The diseappearing city” di Wright: propone un insediamento abitativo distribuito sul territorio secondo la maglia formata dalla suddivisione dei poderi, integrato dalle relative strutture di servizio previste con l’edificazione dei borghi. Caracciolo parla di “elementi costruttivi, industriali, commerciali, residenziali opportunamente concatenati alla campagna e formanti con essa un complesso armonico” (2).
Si tratta quindi di una effettiva ipotesi di pianificazione, che utilizza lo schema della colonizzazione fascista come base di partenza per una trasformazione globale del territorio. E qui si evidenziano già le divergenze fra la teoria proposta e le concrete possibilità di una sua realizzazione. Innanzitutto lo stato fascista privilegia, anche in questo caso, la fase edificatoria; e se questo comporta fra l’altro una precisa intenzionalità, in buona parte raggiunta, di qualificare dal punto di vista formale i borghi di nuova edificazione, ha anche come conseguenza finale lo svuotamento pratico dell’intera operazione. Infatti non solo risultano carenti tutte le opere che avrebbero dovuto permettere una effettiva colonizzazione del territorio, come l’approvvigionamento idrico, l’adeguamento della rete stradale, le piantumazioni arboree, l’estensione dei collegamenti elettrici, la creazione di centri di raccolta e lavorazione del prodotto agricolo, l’istituzione di corsi di formazione per la popolazione rurale e l’elaborazione di nuovi patti colonici; ma soprattutto si manifesta nel tempo debole e insufficiente proprio la premessa iniziale, cioè lo smembramento del latifondo a favore della piccola proprietà contadina. A questi elementi, già di per sé fortemente deterrenti, si aggiunge l’entrata in guerra della nazione e la successiva trasformazione dell’assetto politico: tutti fattori che provocano in modo più o meno diretto le condizioni di abbandono che hanno caratterizzato finora le costruzioni rurali realizzate fra il 40 e il 43. Non si interrompe invece il filone di pensiero che abbiamo considerato come premessa iniziale della colonizzazione. Da parte di Edoardo Caracciolo l’attenzione per l’architettura rurale si era manifestata già nel 1936 in occasione della VI Triennale di Milano, a cui aveva collaborato promuovendo la partecipazione di un gruppo di studenti e giovanissimi laureati al padiglione di Architettura rurale organizzato e sostenuto da Giuseppe Pagano. Due anni dopo alcuni protagonisti di questa esperienza presentano a Palermo una mostra di architettura minore a cui farà seguito una pubblicazione sullo stesso tema: “Rilievi di edilizia minore siciliana” di P. Airoldi, E. Caracciolo, V. Lanza.

Borgo Callea

Nel l’immediato dopoguerra Caracciolo interviene sul primo numero della rivista Urbanistica con l’articolo “Premesse al Piano Regionale Siciliano” in cui si ricollega all’esperienza della colonizzazione proponendone nuovamente la matrice urbanistica e il collegamento con la pianificazione territoriale. Nello stesso periodo alcuni professionisti siciliani particolarmente attivi sul piano culturale costituiscono a Palermo il gruppo APAO, collegato all’omonimo movimento promosso a Roma da Bruno Zevi. Capogruppo è ancora Edoardo Caracciolo, e soci sono molti degli architetti che erano stati chiamati a progettare i borghi rurali durante il periodo precedente: ancora Pietro Airoldi che assieme a Ugo Fuxa realizza Borgo Callea, Maria e Roberto Calandra per Borgo Burrainiti, Giuseppe Caronia per Borgo Domenico Borzellino, Giuseppe Spatrisano per Borgo Giusto Ferrara, ecc. Anche per quanto riguarda l’APAO le concrete possibilità di incidere sulle scelte politiche si sono rivelate nei fatti molto limitate: potrebbe essere approfondita però la ricerca su una linea di pensiero che si riaffaccerà in anni successivi nelle posizioni di Danilo Dolci e nel filone della “pianificazione dal basso” a cui fanno riferimento alcune delle più interessanti proposte siciliane del dopoguerra. In particolare di Edoardo Caracciolo scriveva Ludovico Quaroni in occasione della sua scomparsa: “Con Caracciolo è morto il fondatore, in Italia, di una nuova scuola. Il suo modo di individuare, di affrontare e risolvere i problemi partendo dal contatto diretto con la strada e le case, con le persone, con la miseria, con il cielo e con il sole splendente, con la pietra dei monumenti e la storia viva della città –“la storia operante”- era un modo al quale un po’ tutti, dopo la guerra, le sofferenze e le ripetute prove umane alle quali in un modo o in un altro siamo stati sottoposti per molti anni, avevamo pensato, un modo che tutti abbiamo tentato. Lui solo, tuttavia, ne ha fatto una scuola vera, la sua scuola”(3).

Borgo Borzellino

(1) vd. M. Fagiolo M. L. Madonna “Le città nuove del fascismo” in “Studi in onore di G. C. Argan” La nuova Italia 1994
(2) vd E.C.L.S. “La colonizzazione del latifondo siciliano” Ministero dell’Agricoltura e Foreste, Roma 1942 pp. 279-319
(3) vd L. Quaroni “In memoria di Edoardo Caracciolo” in “Urbanistica”s s36-37 Torino 1962 pp. 136-138