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Laura Giacomini

L’architettura ‘alla gotica’ secondo l’architetto veronese Luigi Trezza: osservazioni tratte dal taccuino del viaggio in Italia (1795)


Fig. 1 - Luigi Trezza, 1797: portico del palazzo di giustizia, Soave (1375) (Biblioteca Civica di Verona, BCVr, Ms. 969, tav. 32).

Si pubblica il testo della relazione tenuta al convegno “La ricerca dei giovani settecentisti italiani” (Marina di Massa, 28-30 maggio 2012), sessione “Arti e mercato”, coordinatori: Andrea Gatti e Orietta Rossi Pinelli; convegno organizzato dalla Società Italiana di Studi sul secolo XVIII. Il testo della relazione, volta come richiesto a illustrare i caratteri salienti della ricerca in corso, è stato per l’occassione corredato da immagini e da una bibliografia di riferimento.

Obbiettivo dello studio che sto conducendo è da un lato quello di analizzare l’accezione con cui l’architetto veronese Luigi Trezza utilizza la definizione di ‘architettura alla gotica’, approfondendo anche il rapporto tra il suo pensiero al proposito e il più aggiornato dibattito in corso sull’argomento nella seconda metà del Settecento; dall’altro quello di indagare se l’interesse dimostrato nei suoi scritti per l’architettura medievale, nella quale individua alcuni caratteri che possono molto bene convenire, ed essere adattati ad una ben regolata fabbrica de’ nostri tempi, abbia lasciato dei segni anche nelle architetture da lui realizzate.
Le fonti principali su cui si basa l’indagine sono i numerosi manoscritti che l’architetto lasciò in legato alla biblioteca Civica di Verona, e in particolare l’Itineriario, cioè il taccuino ove egli descrisse il viaggio in Italia che compì nel 1795, all’età di circa 40 anni. Si tratta di un taccuino pensato come uno strumento di lavoro ad uso dell’autore nell’esercizio della sua professione, ed è costituito da 526 pagine comprendenti non solo la descrizione, corredata da commenti critici, delle architetture visitate, ma anche più di 200 schizzi e rilievi di quelle fabbriche antiche e moderne che mi era utile possedere per mio studio. L’interesse di questo manoscritto per la ricerca in corso è dovuto al fatto che Trezza, pur essendo architetto dalla solida formazione classica, acquisita nella Verona intrisa di classicismo di Maffei, Pompei e dal Pozzo, descrive e analizza approfonditamente non solo le architetture antiche e rinascimentali, primario obiettivo del suo interesse, ma anche le architetture di periodi storici meno in sintonia con i principi guida della sua formazione, come appunto quelle di epoca medievale cui dedica ampie analisi e anche alcune memorie grafiche.
La ricerca si pone quindi l’obiettivo di mettere a confronto le osservazioni sull’‘architettura alla gotica’, tratte dai manoscritti di Luigi Trezza, con quelle espresse nelle loro memorie di viaggio da altri viaggiatori, architetti e non, quali Montesquieu, De Brosses, Schinkel, Pollak, il canonico De Conti, e con quelle di teorici e storici dell’arte, quali Milizia e Seroux D’Agincourt, al fine di inquadrare il pensiero e la produzione di Trezza nella più ampia cultura artistica di fine Settecento e di verificare il suo aggiornamento teorico.
In primo luogo l’analisi sta mettendo in luce come Trezza non usi la qualifica di gotico in un senso aprioristicamente negativo o come sinonimo di cattivo gusto, alla stregua di Bellori che aveva stigmatizzato Francesco Borromini come un architetto gotico ignorantissimo e corruttore dell’architettura o di altri viaggiatori settecenteschi quali De Brosses che conclude la descrizione della facciata della Certosa di Pavia affermando: Non so se sbaglio, ma chi dice gotico, dice quasi infallibilmente una cosa brutta. Trezza sembra, invece, usare il lemma gotico semplicemente per identificare quegli edifici che, databili tra IV-V secolo e XIV-XV secolo, si allontanano dal modello e dai dettami dell’architettura antica romana, prescindendo dall’epoca in cui sono stati costruiti: così egli definisce gotico il San Vitale a Ravenna, ma non il mausoleo di Teodorico, descritto invece come una amirabile fabbrica antica, sebbene risalgano ambedue al VI secolo (fig. 2); e ancora a Firenze il duomo iniziato nel 1296 è costrutto alla gotica, come anche il campanile, mentre il battistero di San Giovanni completamente ristrutturato tra la fine dell’XI e la fine del XIII secolo, quindi già in piena epoca medievale, viene da Trezza paragonato al Pantheon e considerato tempio degli antichi (fig. 3).


Fig. 2 - Luigi Trezza, 1795: basilica di San Vitale, Ravenna (c. 530-47 d.C.), pianta, a sinistra, e Mausoleo di Teodorico, Ravenna (iniziato nel 520 d.C.), prospetto e pianta, a destra (BCVr, Ms. 856, cc. 447 e 451).


Fig. 3 - Santa Maria del Fiore, Firenze (iniziata nel 1296), vista dell’interno, a sinistra (da www.novarchitectura.com) e Luigi Trezza, 1795: battistero, Firenze (IV-V sec., ristrutturato XI-XIII sec.), pianta, a destra (BCVr, Ms. 856, c. 91).

L’attenta lettura del taccuino ha messo in evidenza la conoscenza approfondita da parte di Trezza degli scritti di Milizia e in particolare del suo Roma delle Belle Arti del Disegno, tanto che nei commenti ad alcuni edifici richiama i giudizi del teorico usando pressoché le stesse parole; non stupisce allora che egli non definisca mai alla gotica le basiliche di Roma, anche se rammodernate ampiamente o ricostruite in epoca propriamente medievale. Egli rimarca invece il loro essere costantiniane o costruite nella forma delle antiche basiliche e ne apprezza gli impianti e le sequenze di colonne portanti che suddividono gli spazi interni, secondo la lettura semplificatoria in chiave neoclassica proposta da Milizia, non manca, però, di sottolineare l’assenza di una qualche ragionevole elleganza negl’ornamenti originali solita a mancare in tutti que’ bassi tempi. L’interesse dell’architetto per questi edifici è dimostrato anche dal fatto che in diversi casi il suo scritto sia accompagnato da una restituzione grafica della pianta e in alcuni casi anche dell’alzato, inoltre egli afferma che la loro struttura si possa adattare alla progettazione di edifici moderni, modificandone però la parte ornativa (fig. 4).


Fig. 4 - Luigi Trezza, 1795: basilica di Sant’Agnese, Roma (VII sec.), pianta e sezione, sopra; basilica di Santa Cecilia, Roma (V sec.; IX sec. rifacimento), pianta, sotto a sinistra; basilica di Santa Prassede, Roma (V sec.: IX sec. rifacimento), pianta, sotto a destra (BCVr, Ms. 856, cc. 334, 335, 250 e 291).

Atteggiamento condiviso all’epoca da non pochi storici e architetti, si pensi agli inglesi Hardwick e Soane e ai loro studi e rilievi di Santa Maria Maggiore e di Sant’Agnese, il cui alzato, però, era stato artificiosamente regolarizzato nella restituzione grafica.
Un altro nodo da approfondire è quello relativo al rapporto tra il concetto di architettura ‘alla gotica’ di Trezza e quello emergente dal dibattito teorico più aggiornato sul tema. Tale dibattito evidenziava un crescente interesse per l’architettura de’ bassi tempi, che si esplicitò negli approfonditi studi sull’arte e sull’architettura, dalla decadenza dell’arte nel IV secolo sino alla sua rinascita nel XVI, condotti dallo storico dell’arte francese Seroux D’Agincourt, pubblicati poi solamente nel 1823 nella sua Storia dell’arte col mezzo dei monumenti, e più in particolare per il gotico, interesse testimoniato, ad esempio, dalla pubblicazione nel 1766 di un trattato specifico sull’argomento, il Saggio sopra l’architettura gotica di Paolo Frisi. Questo dibattito, bene esemplificato nei Principi di architettura civile di Milizia, pubblicati nel 1781, verteva sulla distinzione tra l’architettura gotica antica, in alcuni casi rivalutata, che in realtà, come scriveva Milizia, fu la stessa di quella greco-romana ma estremamente decaduta dato che già al sorgere del Cristianesimo, prima delle invasioni dei Goti che poi la adottarono, il buon gusto si era perduto, e l’architettura gotica moderna, corrispondente all’attuale definizione di architettura medievale: romanica e gotica. Di quest’ultima si cominciavano a cogliere alcune qualità positive, come il suo esser tutta ardire, leggerezza e ricchezza, e nelle sue strutture si riconosceva il grande, il maestoso, il facile, il delicato e l’ardito con nulla di volgare, sebbene ancora una volta si sottolineasse la presenza di un grande difetto riconoscibile nella sua decorazione mancante del semplice e del naturale con la conseguenza di un eccesso di ornamenti grotteschi e insoffribili. Trezza non sembra interessarsi a questi distinguo rispetto ai quali sembra muoversi con grande libertà come dimostra, ad esempio, il suo giudizio sulle principali basiliche di Ravenna e in particolare su San Vitale. Nella seconda metà del Settecento Serafino Barozzi e Seroux D’Agincourt avevano rivalutato il San Vitale proprio sulla base della periodizzazione di cui sopra, inoltre il francese aveva sottolineato una certa analogia che un occhio esercitato può notare con il Tempio di Minerva Medica a Roma e con il battistero di Canosa e aveva istituito un confronto in positivo con l’architettura orientale-bizantina. Trezza invece, proprio per le consonanze con l’architettura bizantina nella declinazione degli ordini e negli elementi decorativi che la allontanavano dal gusto della classicità romana, la definisce di gottica costruzione, e ribadisce come le sue parti ornative fossero di stile barbaro da non esser immitato; ciò nonostante rimase fortemente colpito dal suo impianto e dalla sua struttura che giudicò d’un ritrovato bellissimo e fuori d’ogni costume di quei tempi, tanto che concluse la descrizione affermando: quest’edificio è il più bello, e più ben inteso ch’io abbia veduto formato ne’ tempi gottici, e sarebbe un capo d’opera se avesse le parti ornative corrispondenti e inserì nell’Itinerario due tavole di grande formato raffiguranti la pianta e la sezione dell’edificio (fig. 2 e 5).


Fig. 5 - Luigi Trezza, 1795: basilica di San Vitale, Ravenna (c. 530-47 d.C.), sezione (BCVr, Ms. 856, c. 448).

Lo studio dei manoscritti di Trezza ha consentito infine di verificare come l’architetto esprima giudizi scevri da preconcetti anche in riferimento a quelle architetture medievali da lui definite di gottica costruzione; egli in genere ne apprezza vari aspetti e non solamente, per quanto concerne specificamente il gotico, come i primi teorici settecenteschi quali Lodoli, Algarotti e Memmo, la parte meccanica e le strutture ardite, oppure, come Piacenza e Milizia, il carattere estetico-emotivo derivante dal contrasto esistente tra l’apparente fragilità delle loro strutture e l’effettiva solidità delle stesse; osservazioni che avevano fatto affermare a Giuseppe Battista Piacenza: Un edificio gotico è per l’occhio un enigma, e rende l’anima imbarazzata. Trezza generalmente non esprime giudizi di carattere estetico-emotivo, e solo in una occasione descrivendo complessi medievali fa riferimento alle categorie del pittoresco e del sublime: per lui i monumenti del Campo dei Miracoli a Pisa formano un bel quadro pittoresco degno d’ammirazione. Egli invece, legato alla sua formazione di ingegnere e di architetto votato al classicismo, individua con fare razionale i caratteri compositivi oltre a quelli tecnici degli edifici che descrive; così dei principali complessi monumentali medievali su cui si sofferma, le cattedrali con i loro annessi di Pisa, Firenze e Siena, evidenzia la ratio geometrica degli impianti e vi riconosce una certa armonia: ad esempio, osserva che il duomo di Pisa forma una bella comparsa mediante l’armonica distribuzione di tutte le suddette colonne e presenta un carattere assai dignitoso di sacro monumento, e anche del duomo di Siena, che giudica la più ben intesa chiesa che io abbia sinora veduta di tale gusto, apprezza tra l’altro l’impianto: una croce greca con ampia crociera. Non si deve però dimenticare che in Toscana si era conservata anche in epoca medievale una forte reminescenza classica, che ha fatto parlare gli studiosi moderni di romanitas pisana e di proto rinascimento romanico fiorentino. Comunque ammira anche la pianta a croce greca perfetta della chiesa di San Ciriaco ad Ancona, la quale chiesa gli piacque moltissimo anche per li bei punti di veduta che si osservano vedendola di fianco, tanto che questo fu l’unico edificio medievale da lui definito di gotica costruzione cui dedicò un disegno che ne raffigura appunto la pianta (fig. 6).


Fig. 6 - Luigi Trezza, 1795: San Ciriaco, Ancona (X-XI secolo, riconformato tra XII-XIII sec, concluso nel XIV sec.), pianta, a sinistra (BCVr, Ms. 856, c. 438) e vista di San Ciriaco (da www.britannica.com), a destra.

Dei complessi medievali toscani inoltre ammira i bei rivestimenti in marmo che ricordano l’opus sectile antico: ad esempio la torre campanaria del duomo di Firenze, abbenché di struttura ed ornamenti gottici, merita d’essere esaminata per il suo fino intaglio, e perfetta esecuzione, non che per la impeliciatura diligente delli suoi marmi, e anche le pavimentazioni, come quella del duomo di Siena, a minuto disegno formato di fini marmi di vari colori che merita d’essere molto ammirata.
Trezza condivide questo interesse allargato per alcuni elementi delle architetture medievali con altri viaggiatori tra cui possiamo ricordare: il canonico casalese De Conti che durante il suo viaggio in Italia del 1774-75 aveva visitato e descritto una sessantina di edifici medievali, giudicandoli senza nessuna preconcetta ostilità, e ammirandone in particolare, come Trezza, il sapiente uso, in elegante gusto gottico, di bellissimi marmi; e anche il pittore-architetto tedesco Schinkel, che, durante il suo viaggio in Italia del 1803-1805, aveva focalizzato la sua attenzione proprio sugli edifici medievali, ritenendo che questi, assieme a quelli bizantini e arabo-normanni, non fossero stati mai sufficientemente studiati, sebbene fossero contraddistinti da un carattere che induce al rispetto per l’epoca da cui provengono, segnando così un nuovo corso nella tradizione odeporica dell’epoca.
Preso atto dell’interesse di Trezza per alcuni aspetti dell’architettura medievale l’intento è ora quello di verificare se nella sua pratica progettuale siano riconoscibili elementi derivati da essa, come avveniva, ad esempio, nelle architetture del piemontese Bernardo Vittone, in verità un caso quasi completamente isolato tra gli architetti italiani del secondo Settecento. Suggerirebbero una risposta affermativa alcuni brani dell’Itinerario e una pagina del suo manoscritto dal titolo Esercizio di compasso, redatto nel 1797, in cui ripropone il disegno del portico archiacuto del palazzo di giustizia di Soave commentando di aver frequentemente osservato, che anco fra le fabbriche gottiche, o siano di bassi tempi esservi delle cose che per la loro robustezza e carattere possono molto bene convenire, ed essere addattate ad una ben regolata fabbrica de’ nostri tempi (fig. 1); ma una prima indagine svolta sui suoi progetti antecedenti o successivi al viaggio, ideali o realizzati, mostra opere di chiara fede classica e ispirate alle opere sanmicheliane, con chiari rimandi, specie nei progetti ideali eseguiti dopo il ritorno a Verona, a edifici antichi visti e rilevati durante il viaggio, quali il Pantheon o i Mercati Traianei, o tuttalpiù ad alcuni edifici paleocristiani soprattutto di impianto centrico, come il Santo Stefano rotondo a Roma (fig. 7).


Fig. 7 - Luigi Trezza: Tempio monumentario per uomini illustri, sopra (BCVr, Ms. 1784.III, tav. 72); Pantheon, Roma (118-28 d.C.), foto aerea, sotto a sinistra (da www.forum.intrage.it) e Luigi Trezza, 1795: Santo Stefano Rotondo, Roma (c. 468-83), sezione, sotto a destra (BCVr, Ms. 856, c. 296).

Dunque sembrerebbe di poter affermare, ma come detto questa parte dello studio è ancora in fieri, che l’interesse per le architetture del medioevo non abbia dato per Trezza frutti di carattere progettuale, come osservabile anche in ambito più generale; tali esiti progettuali in Italia si sarebbero concretati solamente nel secolo successivo.

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