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Giuseppe Iadarola

Dei codici e delle pietre

Il Palazzo de Simone, sede del Conservatorio Statale di Musica recentemente intitolato a “Nicola Sala”, sorge in pieno centro storico della città di Benevento, prendendo accesso da Piazza Arechi II (già Piazzetta Venanzio Vari) e da Via Mario La Vipera. In esso vi sono, oltre alla sede del Conservatorio Statale di Benevento, che interessa in questa sede, anche alcuni dipartimenti dell’Università del Sannio e il Teatro “de Simone”, quest’ultimo di gestione comunale. Strutturato su due ali unite ad angolo retto, il Palazzo è già visibile dal Corso G. Garibaldi e rappresenta uno dei maggiori esempi di architettura del ‘700 beneventano, opera di Filippo Raguzzini.

Figura 1: vista dall'alto di Palazzo de Simone. (www.conservatorionicolasala.eu)

Oggi, la parte occupata dal Conservatorio Statale “Nicola Sala”, vale a dire quella prospiciente Via Mario La Vipera e la parte iniziale di Piazza Arechi II, versa in mediocri condizioni manutentive e, in particolare, il piano terra presenta un evidente stato di obsolescenza tecnologica e funzionale, tanto che risulta per gran parte inagibile. E pertanto negli ultimi mesi si sono avviati i lavori di restauro, durante i quali è stato possibile effettuare un’accurata analisi dell’epoca delle strutture murarie e degli interventi di ristrutturazione eseguiti negli ultimi cento anni, che lo hanno completamente stravolto rispetto all'originario impianto settecentesco. Dalla relazione di progetto datata 27 febbraio 1981, a firma dell'ufficio tecnico comunale di Benevento, risulta che l'edificio "[...] fu commissionato dal Marchese Giovanni de Simone intorno al 1720-1729 al Raguzzini, ma poi fu realizzato all'incirca verso la metà del secolo [...]. L'edificio non ricopriva tutta l'attuale area ed era prospiciente una grande piazza con un unico corpo di fabbrica a forma di "L", di cui la parte più allungata, di tipo a corte, costituiva l'ingresso alla effettiva residenza, mentre sull'altra ala si inseriva il resto dell'edificio e la cappella di famiglia aperta però al culto cittadino. L'edificio si articolava su due piani con un disegno di facciata di sobrio stile settecentesco [...]".
Per più di un secolo tale edificio fu residenza della famiglia de Simone, finché l'ultimo marchese di questo casato non lo vendette ai Fratelli delle Scuole Cristiane che, intorno al 1930, demolirono il primo piano dell'edificio per innalzarne al suo posto altri tre destinati ad ospitare scuola e collegio. Nel 1954 il complesso edilizio fu ulteriormente stravolto dal progetto dell’ing. Angelo Scala che realizzò i locali da adibirsi a refettori, cucina e dispense, in corrispondenza dei cortili di ricreazione lungo la strada di circonvallazione denominata Via dei Rettori. Poi seguirono i succitati interventi di consolidamento post terremoto a cura del Comune e la sistemazione dei giardini a cura della Soprintendenza bb.cc.

Figura 2: analisi delle strutture murarie: in rosso le murature originali del '700; in giallo scuro gli interventi di ristrutturazione del 1930; in marrone chiaro gli intervento di ristrutturazione del 1930 su impianto longobardo; in giallo gli interventi di consolidamento del 1985

Sulla scorta di tali progetti è stato possibile determinare con una certa precisione l'epoca delle strutture murarie presenti nell'attuale Palazzo de Simone, ala Conservatorio [v. figura 2], da cui risulta che solo la Sala intitolata a Mons. Benedetto Bonazzi, arcivescovo che agli inizi del ‘900 riaccese i riflettori sui codici beneventani (contenenti il repertorio liturgico di epoca longobarda), ha mantenuto l'impianto originario delle strutture.
Ma sono proprio le strutture murarie che ci consentono di fare qualche riflessione.
Le aule che si affacciano su Viale dei Rettori sono notevolmente sottoposte rispetto al livello stradale (circa tre metri e cinquanta) e sono delimitate dalle murature realizzate negli anni trenta sull’impianto originario di epoca longobarda. Ebbene, nella parte più bassa di tale muratura vi è un grosso masso su cui è incisa una struttura geometrica costituita da tre quadrati concentrici raccordati da quattro segmenti perpendicolari.
Alcuni chiamano questa figura “Triplice cinta”, ispirandosi alla “Bibbia - Primo libro dei re – costruzione del palazzo di Salomone”, laddove si dice: “[…] Il gran cortile aveva tutto intorno tre ordini di pietre lavorate […]”. Altri la considerano semplicemente un gioco (il Filetto), ancora oggi presente sul retro di alcune scacchiere. Altri ancora immaginano percorsi esoterici di origine templare, ovvero c'è chi l'associa all'emblematica cristiana, dove la triplice figura concentrica assume la sintesi del macro e microcosmo, in cui il Centro è Cristo.

Figura 3: la struttura muraria di una delle aule prospicienti il Viale dei Rettori su cui è incisa la “Triplice cinta”

Certo è che di questi segni in Italia e in Europa ve ne sono molti, e in provincia di Benevento ne segnaliamo almeno quattro (pare unici in Campania), oltre quello di Palazzo de Simone.
Due si trovano incisi sui gradini del castello di Campolattaro; uno risulta sia stato rinvenuto durante i lavori di restauro dell’Arco del Sacramento a Benevento e poi custodito presso i locali della Soprintendenza archeologica; uno è visibile su un muretto dell’ Hortus conclusus, nel giardino del Convento di San Domenico, sempre a Benevento.
È evidente che non esistono elementi per datare tali incisioni, e l'aspetto "antico" non è garanzia del fatto che antiche lo siano per davvero. Inoltre, non è detto che la datazione delle incisioni coincida con quella degli edifici che le contengono.
Tuttavia rimane il fascino semiotico ed estetico del ritrovamento, e pertanto è intenzione del Conservatorio intitolare l'aula del ritrovamento appunto alla "Triplice cinta".
Ma tale “ritrovamento” (o più precisamente riconoscimento) ci consente di associare Benevento all'Ordine dei Templari?
E si, perché come detto vi è chi associa l’incisione dei “tre quadrati concentrici raccordati da quattro segmenti perpendicolari” a un simbolo templare, utilizzato dai “Fratelli del Tempio” per riconoscersi e per segnalare il proprio passaggio.
Sicuramente nel periodo di vigenza dell’Ordine non c’è motivo di dubitare che Benevento sia stata visitata dai templari e che addirittura sia stata sede di una commenda. Infatti fin da quando nel 1118/1120 Hugues de Payns, signore di Montigny e piccolo vassallo del conte di Champagne, con sette (o forse otto) commilitoni assunse davanti al patriarca di Gerusalemme l’impegno di combattere in difesa dei pellegrini cristiani, i Templari hanno consolidato sempre più la loro condizione e si sono sempre più imposti all’attenzione del mondo. All’inizio i “Poveri commilitoni di Cristo” risiedono presso i “Canonici del Santo Sepolcro”, seguendo con questi la Regola di Sant’Agostino. Qualche anno dopo i nove fratelli si spostano presso il palazzo reale di Gerusalemme, già moschea di Al-Aqsa, nei pressi delle rovine del Tempio di Salomone.

Figura 4: Christian van Adrichom 1584, Disegno del Tempio di re Salomone. (www.wikipedia.org)

Da questo momento in poi i “Nove” sono chiamati “Militia Salomonica Templi” o “Milites Templi” e diventano i custodi delle sacre reliquie della religione cristiana e i difensori dei pellegrini e dei re franchi di Gerusalemme lungo le strade della Siria e della Palestina. Qualche anno dopo, nel 1129, Hugues de Payns con l’aiuto di Bernardo di Chiaravalle, ottiene l’agognata approvazione pontificia dell’Ordine, offrendo il proprio servizio alla domina Maria, per il cui nome i Templari lotteranno e moriranno circa due secoli dopo. Ben presto i Nove diventano centinaia e poi migliaia, e soprattutto il favore popolare e la protezione dei re e dei duchi franchi rendono l’Ordine un’Istituzione potente e indipendente da qualsiasi autorità, assoggettandolo al solo volere pontificio e alla Regola Cistercense. I Templari hanno inoltre il diritto di edificare chiese e si organizzano in tutta Europa in nove province sottoposte al governo di un soprintendente generale: il Visitatore.
Dicevamo “costruiscono chiese”.
Lo fanno in tutta Europa e in maniera unica e rivoluzionaria. Anche nell'Italia meridionale.
Vi è notizia di una chiesa di Santa Maria del Tempio nella parte nord-occidentale della città di Benevento (tra l'attuale Via Posillipo e Corso Dante, nei pressi del fiume Calore) che era "custodita" nel 1190 da tal Berardo e che probabilmente è stata distrutta alla fine del XIII secolo, durante la guerra svevo-angioina. Vi è notizia, inoltre, di una non meglio identificata chiesa di San Nicola, dove vi risiedeva "Johannes preceptor ecclesie Sancti Nicolai militie Templi" (forse coincidente con un'altra chiesa di cui si ha notizia lungo il tratto di strada che dall'Arco di Traiano porta al Ponticello), e di un fra' Martino di formazione Templare, funzionario nominato da Clemente IV. L’arte di costruire chiese in questi anni segna in maniera decisiva la storia dell’architettura europea. I maestri costruttori Templari diffondono le cappelle e i battisteri a pianta ottagonale e circolare, riferendosi al Santo Sepolcro di Gerusalemme e alla resurrezione, e soprattutto onorano, esaltandolo, lo stile gotico. E forse è la sapiente mano dei maestri Cistercensi che realizza il sogno di Federico II di edificare la città de L’Aquila, ispirandosi al modello della planimetria di Gerusalemme e strutturata in novantanove rioni (tre volte trentatre - la Trinità per gli anni di Cristo), secondo il suggerimento di Leonardo Pisani (Fibonacci). In questi anni Villard de Honnecourt, disegnatore e (forse) maestro d’opera della Piccardia, scrive un libro di ornamenti e motivi (Codex, ms. Fr. 19093), da cui è possibile estrapolare i primi segni di una estetica dell’architettura gotica codificata. Nel trattato, pervenutoci incompleto con soli 33 degli originari 46 fogli di pergamena, vi sono diverse categorie di disegni: raffigurazioni animali e umane, piante e alzati di edifici, attrezzi impiegati nelle costruzioni e regole geometriche.

Figura 5: Villard de Honnecourt, rilievo del coro di Meauxl

Tutti i disegni sono di un’eccezionale qualità, realizzati, secondo la tradizione dei libri di ornamenti medioevali, con matita e punta di metallo e poi definiti con penna e inchiostro bruno.

Figura 6: Villard de Honnecourt, figure.

Villard si rifaceva probabilmente agli esempi più conosciuti di disegno tecnico provenienti dal nord dell’ Ile-de-France e risalenti ai primi anni del XIII secolo. In tali esempi il disegno tecnico era eseguito su pergamena, o in bottega e in cantiere su legno o terracotta. È ragionevole immaginare che negli anni precedenti a questi e, ancora di più, nei secoli dell’Alto Medioevo il disegno tecnico fosse eseguito prevalentemente su legno e terracotta, anche perché il costo della pergamena non ne consentiva un uso sfrenato, ed è altrettanto verosimile che i maestri costruttori si cimentassero nella rappresentazione di una pianta di città o di una cattedrale con la stilo, vale a dire con un'astina di metallo con una estremità affilata e l’altra piatta per cancellare. In epoca pre-romana e nella preistoria per ottenere disegni incisi nella roccia (graffiti) si impiegavano pietre dure e appuntite oppure scalpelli in metallo direttamente in cantiere sulla prima pietra sufficientemente grande e adeguatamente levigata disponibile. Del resto ancora oggi molti architetti preferiscono improvvisare schizzi e schemi geometrici sulle pareti degli edifici; schizzi che poi vengono ingloriosamente coperti dall’intonaco e dimenticati. Quindi possiamo sostenere con ragionevole prudenza che un disegno inciso su pietra ispirato al Tempio di Salomone e rappresentativo di un castrum o di un qualsiasi altro sistema edilizio sia diventato nei secoli un simbolo, che oggi ci appare astruso e misterioso. Chissà se a tracciare la “Triplice cinta” rinvenuta in città sia stato un maestro costruttore di epoca romana o medioevale o addirittura di epoca precedente intento a tracciare un castrum o più semplicemente un hortus, oppure sia stato un viandante in fuga (fuori rotta) nel periodo della diaspora templare che aveva necessità di segnalare il suo passaggio, oppure due operai edili che annoiati e stanchi hanno voluto giocare al “Filetto”, anche se il nostro segno insiste sul piano verticale e quindi risulta quanto mai improbabile che su di esso si sia giocato. Del resto la pietra utilizzata nei primi filari seminterrati delle mura longobarde potrebbe essere una pietra di spoglio (usata per un fine e poi riutilizzata), che è stata prima al servizio di un maestro muratore e solo in un secondo tempo reimpiegata per costruire il basamento dell’impianto murario longobardo; e oggi ci consente di divagare senza costrutto sulle sue geometrie.
Per tornare alla domanda originaria (i Templari passarono per Benevento?), possiamo dire che dopo la morte di Jacques de Molay nel 1314, l’ultimo Gran Maestro del Tempio giustiziato da Filippo IV il Bello con l’avallo di Clemente V, non vi sono documenti o segni tangibili del loro passaggio a Benevento, né appare possibile che nell’enclave pontificia sannita potessero albergare regolarmente i Fratelli del Tempio passati ormai alla clandestinità. E poi, verrebbe da dire, a fare cosa? Se è vero che Benevento con la nascita del rettorato nel 1077 ha sempre più perso il ruolo di città guida (caput ditissimum) del mezzogiorno d’Italia per entrare in una fase di dignitoso oblio, che tuttavia le consente di conservare gelosamente l’indipendenza amministrativa e una certa originalità artistica.

Figura 7: P. de l'Orme, Allegoria dell'architetto 1568 - incisione su legno

Infatti si può affermare senza tema di smentita che in Benevento vi sono diverse opere di architettura che presentano qua e là riferimenti moreschi e bizantini squisitamente simbolici e che rimandano a un sapere antico e riservato solo ad una èlite di maestri costruttori, che evidentemente avevano appreso la loro arte in Oriente o da maestri che l’Oriente l’avevano vissuto.
Sarebbe opportuno indagare più a fondo sulla realizzazione degli edifici medioevali beneventani e sulla presenza in città di maestri provenienti da realtà molto più dinamiche, come i tecnici al seguito di Arnaldo de Brusacco, che fu incaricato della costruzione della Rocca dei Rettori (1320-1337), poi completata dai “magister beneventani Meulus et Landolfus”; e sarebbe molto interessante indagare ancora sulla splendida chiesa di Santa Sophia con il suo chiostro. Solo per completezza segnaliamo che nel 2010 si è tenuto un incontro presso il Museo del Sannio del riorganizzato Ordine dei Templari e la consacrazione della Commenda del Sannio con l'investitura di tre nuovi cavalieri. Ma questa è un’altra storia…