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Cinzia Ceriani

"La Lunga Marcia", di Stephen King



Adoro leggere Stephen King. Ho sempre adorato il suo modo di scrivere. Semplice, lineare, come se, raccontare una storia su carta fosse la cosa più naturale del mondo, semplice come parlare. Le sue storie mi catturano, mi ammaliano e a volte mi stordiscono piacevolmente al pensiero di come una persona possa arrivare, per scrittore che sia, a concepire fatti misteriosi, storie e personaggi così originali e pazzeschi.
Eppure qualche tempo fa, dentro di me, è scattato qualcosa, una molla determinata dalla lettura di un libro di King e che mi ha portata, per un certo periodo di tempo, ad allontanarmi dal mio scrittore preferito, a scegliere di “cambiare pagine e ambienti”, di guardarmi attorno. Non che il libro in questione, La Lunga Marcia, non mi piacesse ma mi aveva scosso, mi aveva obbligato a riflettere sui comportamenti umani e provocato in me lo stesso identico effetto di orrore che mi aveva lasciato “Le 120 giornate di Sodoma” di Sade, autore di cui non ho più letto nulla. “La Lunga Marcia” che King scrive sotto il nome del suo celebre pseudonimo Richard Bachman, viene definito, si legge in un trafiletto sulla copertina, “un romanzo raggelante: lo spietato ritratto di un’America cinica, senz’anima né libertà.” Ed è vero.
Un romanzo horror o thriller, per essere un buon libro, deve per forza provocare questo altrimenti sarebbe un libro scadente, ma c’è una lieve differenza tra scrivere un horror e mostrare nuda e cruda la cattiveria insita nell’animo umano. E’ vero anche che basta accendere la televisione per vederla, ma siamo talmente assuefatti alle immagini violente che percepire, o meglio, “assorbire” nella propria mente le stesse situazioni di violenza stampate su un foglio bianco privo di censure colpisce, sradica, atterrisce e devasta. King ha sempre avuto nei suoi romanzi l’elemento soprannaturale, lo spettro incattivito che si impossessava di un cane, di un auto o di una persona e seminava il terrore; il terreno che resuscitava i morti, gli incubi che ogni persona porta nel proprio animo e che si manifestano nei momenti meno opportuni o più pericolosi della vita. In “La Lunga Marcia” tutto questo non c’è. C’è solo l’uomo e la sua cattiveria, l’uomo e la sua crudeltà, l’uomo contro l’uomo, l’istinto primordiale dell’uomo di voler dominare con ogni mezzo i propri simili. Senza remore, senza indugi, senza pensarci troppo, stabilendo delle regole, precise e assolute. Chi sgarra è destinato alla morte e poco importa se si sta partecipando a un gioco televisivo o a una gara. Tutto serve per dare e ottenere potere, tutto serve per umiliare un altro essere umano, per dominarlo e farlo soccombere calpestandolo. Niente sentimenti, niente pietà, nessun motivo in particolare a generare l’onda la violenza che King descrive nelle sue pagine. E’ sufficiente venire meno alle regole della marcia per essere uccisi e abbandonati in mezzo alla strada alla mercé della folla, del pubblico che assiste alla gara e incita alla morte i concorrenti, si esalta alla vista del sangue; nessun briciolo di bontà o compassione a scalfire la dura roccia di cattiveria in cui è scolpito l’animo umano perché chi è buono o compassionevole viene privato del gioco e della vita.
E’ un libro inusuale per lo stile di King e se è vero quello che dicono, che ciò che una persona scrive rispecchia la sua vera personalità…
E’ un libro che più mi ha colpito in negativo di questo scrittore americano ed è un libro che fa paura veramente, fa paura l’uomo e ciò che l’uomo, come la storia insegna, è in grado di fare. E’ l’uomo che spaventa più di qualsiasi fantasma o essere soprannaturale. Di queste “creature”, infatti si conosce la natura e i limiti, per quanto possibile; l’uomo, invece, è imprevedibile, propenso alla violenza e non ci si può fidare.