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Maria Airoldi

La casa, luogo dell’abitare


I Sassi di Matera

Maria Airoldi (Palermo, 1946). Architetto. Si occupa di cultura dell’abitare. Ha pubblicato con l’editrice Rotundo “Poesia e prosa domestica”, con le edizioni Ares “Dimensione casa”.

Un filone delle attuali riflessioni sul tema dell’abitazione prende le mosse dal pensiero di Heidegger, e in particolare dalle considerazioni raccolte nel saggio “Costruire abitare pensare”. In queste pagine il filosofo inverte la progressione abitualmente presente nel nostro modo di interpretare la realtà fra l’atto di costruire e quello di abitare. Individua infatti una caratteristica fondamentale della natura umana proprio nella capacità di abitare, che dovrebbe perciò precedere tutte le realizzazioni di ordine pratico. L’argomentazione di Heidegger fa riferimento al linguaggio, e in particolare alla radice del termine bauen nella lingua tedesca. Ma d’altra parte anche alle origini delle lingue indoeuropee, nell’antico sanscrito, l’essere e l’abitare sono indicati da termini molto simili, come per esprimere la prossimità fra l’esistenza in senso astratto e la sua manifestazione concreta nella forma che risulta più vicina all’esperienza comune. Abitare sarebbe allora imprimere nei luoghi i segni di un’umanità che si organizza, si struttura nello spazio, acquista coscienza di sé rispecchiandosi nell’ambiente in cui ha scelto di stabilirsi, e che dà forma alla sua stessa vita intervenendo sull’inerzia delle cose e modificandole in base al suo progetto esistenziale.

Un’ipotesi affascinante, che suggerisce anche un collegamento fra il luogo scelto come abitazione e i quattro elementi fondamentali della vita stessa: terra acqua aria e fuoco. Una casa ha bisogno di un suolo a cui appoggiarsi, in cui radicare le sue fondamenta, a cui collegarsi visivamente per la presenza di materiali locali o nell’andamento dei piani orizzontali di calpestio. Cerca anche, necessariamente, un legame con l’acqua, meno evidente nelle costruzioni contemporanee ma ancora leggibile, sul territorio, dalle posizioni degli insediamenti lungo il percorso dei fiumi, e celebrato, all’interno delle dimore storiche, dalla presenza delle fontane negli atri e nei cortili.

Alhambra

In alcune situazioni poi terra e acqua formano strutture complesse che suggeriscono particolari forme abitative. È il caso ad esempio dei sassi di Matera, col suo intricato e elaboratissimo sistema di canali, pozzi e cisterne a cui le abitazioni si aggregano quasi per concrezione attorno alle cavità della gravina.

Altre volte invece diventa predominante il quarto elemento, il fuoco. Nel trattato di Vitruvio ad esempio l'origine della casa è supposta appunto in relazione a un fuoco, quasi come presupposto necessario di ogni forma di aggregazione umana. E di fatto conosciamo anche adesso abitazioni rurali che denunciano questa origine: case raccolte attorno a un focolare centrale, e caratterizzate, anche all’esterno, dalla sommità del camino da cui si dispiegano a ventaglio le falde inclinate dei tetti col loro graduale degradare verso il basso. E infine l’aria, che non è solo la valorizzazione delle aperture verso l’esterno o la fruibilità interna degli spazi comunicanti: è soprattutto la relazione con la volta celeste, che la casa sottolinea con l’orientamento legato ai punti cardinali e avverte comunque come totale apertura, in alternativa dialettica al raccoglimento dello spazio privato.

In alcune realizzazioni dell’architettura moderna questi collegamenti sono particolarmente evidenti. Basta pensare alle abitazioni progettate da Frank Lloid Wright, a cominciare dalla più famosa, la Casa sulla Cascata: terra e acqua, piani orizzontali e terrazze che spaziano verso il cielo. Anche il fuoco ha una presenza determinante nelle sue architetture, tanto che Wright scrive: “Mi confortò vedere il fuoco ardere nel recesso della muratura” (vd. “The Natural House”, New York 1970, pag.32).

Soggiorno della casa di Wright a Oak Park

Ma questa vita, attorno a cui l’abitazione prende forma, è anche una vita che deve essere custodita e alimentata giorno dopo giorno: altrimenti la casa torna ad essere un guscio vuoto, uno strumento muto, uno schema materiale che solo pallidamente rievoca il tessuto vitale dei rapporti.

Tornando ad Heidegger, troviamo nello stesso saggio: “Il tratto fondamentale dell’abitare è questo avere cura”. All’avere cura il filosofo riconduce i due diversi significati del termine “bauen”. L’uomo ha cura della terra, perché la custodisce e la coltiva; e ha cura della sua stessa esistenza, perché la protegge e la organizza edificando le abitazioni. Riconosciamo allora in parallelo le due fondamentali innovazioni che storicamente hanno permesso lo sviluppo della civiltà umana: la nascita dell’agricoltura e, come immediata conseguenza, lo stabilizzarsi degli insediamenti. Sorgono quindi le case, e la vita all’interno della casa è ancora caratterizzata da questo “avere cura” Una attenzione che si prolunga nel tempo perché include tutto ciò che è necessario alla vita stessa: la difesa dai pericoli naturali, il riparo dalle intemperie, il nutrimento e il riposo; ma anche il consolidarsi delle relazioni interpersonali, il deposito della memoria, il sedimentarsi delle esperienze che permette di confrontarle e di migliorarle, la sicurezza legata alla consuetudine.

E sarebbe interessante poter stabilire quanto ognuno dei due aspetti influisca sull’altro: quanto cioè le cure materiali intervengano a definire la consapevolezza di sé di cui la casa diventa l’immagine. E quanto reciprocamente i mutamenti e le trasformazioni interiori possano a loro volta modificare i modi di vita anche negli aspetti più materiali, modellando le abitazioni secondo altri parametri di riferimento. In ogni caso rimane la priorità dell’abitare rispetto al costruire: e non soltanto nella successione temporale, ma anzi e in maniera fondamentale proprio nei processi vitali di cui la casa si fa elemento catalizzatore.

Le Corbusier esprimeva questo concetto introducendo la famosissima definizione dell’abitazione come “ macchina per abitare”: un pensiero a cui molto spesso ci si riferisce soprattutto in relazione al primo termine, a cui viene attribuito fondamentalmente un valore di rottura rispetto alle tradizioni accademiche. Forse invece bisognerebbe rileggerlo mettendo in evidenza il secondo termine, a cui del resto il primo è fondamentalmente subordinato. In questo caso la progettazione diventa fondamentalmente orientata alla qualità dell’abitare, e i valori legati alla vita si ricollocano sulla prima linea delle scelte di una società più consapevole delle sue vere risorse.

La Casa sulla Cascata (Wright)