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Ilenya Goss

Illuminismo e Psichiatria

MASSOTTI Joseph; Vue du passage de l'ancienne église Saint Dominique ; Vue du passage de l'ancienne église Saint Dominique prise de la fonderie des cloches (Titre complet); 1er quart 19e siècle

Ilenya Goss, laureata in Medicina e Chirurgia e in Filosofia, insegna Storia della Medicina ed Etica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia “San Luigi Gonzaga” (Orbassano-TO). Nel 2010 le è stato assegnato il Premio Internazionale “Saladino d’Ascoli” per la Storia della Medicina per il suo lavoro su Joseph Daquin e le origini della Psichiatria.

L’antropologia illuminista è certamente un fattore fondamentale perché potesse nascere una branca della medicina come la “psichiatria”, un aspetto del sapere che tocca la definizione stessa di “uomo” e che tratta della perdita di ciò che fin dall’antichità è stato posto nella definizione stessa di “umano”: la ragione, l’intelletto, le facoltà superiori dell’anima.
La storiografia non è stata tuttavia concorde nel giudicare l’approccio alla malattia mentale attraverso i secoli: Michel Foucault, concentrandosi sull’epoca classica dello sviluppo della medicina, ne ha messo in risalto tutto il fermento e gli spunti che dopo secoli avrebbero permesso la nascita di una “psichiatria” come oggi la intendiamo, Aldo Scapini invece raccoglie sotto un generalissimo giudizio di “oscurantismo” e stasi totale nel trattamento della malattia mentale addirittura sedici secoli.
La situazione europea di fine Settecento e della prima metà dell’Ottocento è caratterizzata da aree di influenza suddivisibili in una matrice francese, una tedesca , e una anglosassone; per quanto riguarda l’Italia non è possibile fare un discorso unitario, poiché l’eterogeneità politica e conseguentemente amministrativa, istituzionale e culturale comportava differenze anche importanti nei riferimenti e nei contatti con gli altri Paesi. Il Regno di Sardegna risulta molto più vicino alla Francia anche da un punto di vista culturale che non altre zone della penisola, così come per quanto riguarda l’area del Granducato di Toscana i contatti con la Germania erano molto più intensi rispetto ad altre regioni.
Si parla spesso di “clinica nascente” per quanto riguarda questo periodo in Francia e di “medicina romantica” per quanto riguarda l’area tedesca;la Gran Bretagna è fortemente caratterizzata dall’opera di medici come Cullen e Brown, le cui teorie avranno tuttavia larga diffusione anche sul continente.
La situazione pratica della medicina che si confronta con la malattia mentale emerge con vivezza di colori nel lavoro di Joseph Daquin, medico a Chambéry, “La philosophie de la folie”, non tanto come tema dall’opera (che è dedicata soprattutto alla descrizione di casi clinici e alle considerazioni che su tali riscontri oggettivi il medico può fare) quanto piuttosto come cenni a domande ed esigenze che la scienza e la pratica medica del momento non prendevano in sufficiente considerazione.
Daquin lamenta l’insufficienza dell’attenzione prestata dai medici ai malati di mente, e pone l’accento su due aspetti di tale situazione: da un lato la mancanza di letteratura scientifica riguardante queste malattie, dall’altro la pratica medica segnata dalla trascuratezza e dallo scoraggiamento.
Scrive Daquin nell’Introduzione del proprio lavoro :“….je tourne et retourne les feuillets de l’histoire de la Médecine, de celle des siécles; je n’y trouve rien de satisfaisant. Je prête une oreille docile et humaine aux cris de ces malheureux; j’interroge l’ordre moral et physique, et nulle part je ne vois qu’on se soit interessé au sort de cette espéce d’infortunés.” (p.XIII). Dunque una vera e propria lamentela riguardo al disinteresse sia di coloro che si occupano del “fisico” , e certamente Daquin pensa alle scuole di fisiologia e agli studi di fisica applicata alla Medicina; sia di coloro che pensano alla malattia psichica come a un problema di ordine “morale”, come gran parte della tradizione medioevale e di prima età moderna aveva considerato.
Daquin cerca una spiegazione alla mancanza d’interesse e di vera cura del problema: “Mais auroit-on donc negligé les hospices destinés particuliérement aux insensés parce-qu’on guérit rarement ces malades; parce qu’il y a suvent du danger à les approcher et presque toujours du dégout à les soigner; parce qu’enfin le préjugé ou l’on est que les fous ne sont plus propres à rien…”(Pag. XIV)
Daquin focalizza l’attenzione su questioni fondamentali:
-incurabilità
-pericolosità
-inutilità
ragioni che parrebbero tristemente sufficienti a spegnere l’interesse della medicina per questo genere di patologie. Il punto più interessante è il primo: l’incurabilità, cioè l’insuccesso a cui nella maggior parte dei casi si va incontro quando si affronta la malattia della mente.
Nel presentare il proprio lavoro pratico di medico occupato nella clinica Daquin afferma anche di essere egli stesso nel numero di coloro che spesso hanno dovuto constatare l’inutilità di qualsiasi terapia, e tuttavia sottolinea come sia già stato un risultato positivo quello di non nuocere al paziente e di alleviarne la sofferenza anche laddove la vera e propria guarigione si sia dimostrata impossibile.
Qual è dunque, tracciata per noi dalla penna di Daquin, la situazione della “psichiatria” (che ancora non è tale) nell’ultimo ventennio del sec. XVIII?
Traspare un sorta di rassegnazione alla impossibilità di curare ciò che oltre al disagio terapeutico si comprende anche poco nella sua eziologia ed eziopatogenesi. I rimedi sono quelli ereditati dalla tradizione: contenzione, isolamento, salasso, bagni con acqua fredda o calda, qualche approccio alla cura farmacologica, primi esperimenti con l’elettricità, purganti o emetici, e la constatazione della loro inutilità in troppi casi, e della loro dannosità in almeno alcuni: “Le médecin sage et prudent qui voit l’inutilité de ses secours, envisagé sous toutes les faces, aime mieux abandonner la guérison de cette maladie aux soins de la nature que de prodiguer cruellement les siens au malade..”(pag. 38).
Daquin si laurea a Torino e successivamente studia a Montpellier e a Parigi, ma il suo quadro di riferimento comprende esperienze più ampie, non ultimo ciò che avviene in Gran Bretagna.
Le idee circolanti a Montpellier, improntate al vitalismo e ad una rinnovata attenzione al pensiero di Ippocrate, si ritrovano negli scritti di Daquin, così come è possibile ricostruire il suo continuo impegno di aggiornamento: egli cita e discute delle teorie di Cullen e Brown, di Meckel, di Howard, di Mauduit.
Il vitalismo, con la nuova prospettiva unitaria sull’uomo, nel tentativo di trovare soluzione alle aporie in cui finiva il dualismo anima-corpo, aveva trovato nella “sensibilità” l’elemento a cui ricondurre la caratteristica fondamentale che distingue la materia bruta (e le sue leggi studiate dalla fisica), dal corpo-vivente, oggetto della Medicina.
Il clima culturale del tardo Settecento si caratterizza per la presenza di idee scientifiche e filosofiche capaci di condizionare ogni ambito dell’attività umana: fisica newtoniana, misurazione, ricerca delle leggi capaci di descrivere e prevedere l’andamento dei fenomeni naturali costituiscono il paradigma di “scientificità” che ormai si impone in tutti gli ambiti culturali.
Alla fine del sec. XVIII l’antropologia di matrice illuminista rende possibile la nascita della psichiatria; la storiografia ha fissato in date e nomi precisi le “rivoluzioni” di pensiero e di pratica che ne sono all’origine; non che si possa già parlare in senso stretto di “psichiatria” o di “psichiatri”, infatti si tratta per lo più di medici che non si occupano soltanto (e spesso neppure principalmente) di malati mentali: Pinel, Chiarugi, e la stesso Daquin non fanno in tal senso eccezione.
Tracciato a grandi linee il quadro generale della concezione e della terapia prevista dalla scienza del tempo per la follia viene in luce la posizione occupata da Daquin in un periodo in cui la storiografia colloca una importante “rivoluzione” terapeutica per la malattia mentale; pensare alla possibilità di riabilitare un malato di mente attraverso trattamenti non solo “fisici” (come quelli citati sopra, salassi, bagni, contenzione e purtroppo a volte percosse…), ma “morali” era reso possibile dalla nuova antropologia affermatasi nell’Illuminismo.
Nei manuali di storia della Medicina Philippe Pinel (1745- 1826) viene considerato iniziatore della “riforma” nel trattamento dei folli e la sua nomina all’ospedale di Bicêtre nel 1793 è in genere considerata l’evento inaugurale del nuovo metodo terapeutico; in realtà, anche senza approfondire la polemica che già nel secolo successivo cominciò a farsi sentire, è facile constatare che in più parti d’Europa, in un periodo sostanzialmente contemporaneo, le stesse idee si affermano con più o meno successo, grazie a molti medici altrettanto attenti alle possibilità di pensare diversamente la tragedia della malattia mentale: Joseph Daquin a Chambéry e Chiarugi a Firenze, Tuke e Conolly in Inghilterra, Reil e Hayner in Germania, Guislain in Belgio, Schroeder van der Kolk in Olanda, solo per citare i nomi più noti.
 
Cenni bibliografici
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COSMACINI G., Storia della medicina e della sanità in Italia, Laterza, Bari, 2005.
FERRO F.M., Psichiatria e storia. Immagini e modelli della follia dal Rinascimento el Positivismo,Samidzat, Pescara, 2000
-L’esperienza medica e psichiatrica di Daquin a Chambéry,(con M. Cagossi, E.Del Greco, M. Di Gianantonio), rel. convegno, Roma 1986, in Passioni della mente e della storia, Vita e pensiero, Milano, 1989.
FOUCAULT M., Histoire de la folie à l’age classique, 1961, Ed. It., Milano, 1963
GALZIGNA M., La malattia morale. Alle origini della psichiatria moderna, Marsilio, Venezia, 1988
SCAPINI A., La pazzia nell’interpretazione di Vincenzo Chiarugi,Giardini, Pisa, 1966
CARPANETTO D., Scienza e arte del guarire. Cultura, formazione universitaria e professioni mediche a Torino tra Sei e Settecento. Deputazione Subalpina di storia patria, Torino, 1998.
Archivio degli ex ospedali psichiatrici di Torino (cit. da documenti trascritti)
Archivio di Stato di Torino, Sezione Corte, Materie ecclesiastiche ,luoghi pii ed opere pie di là dai monti, Chambéry.
Vanni D., Salomone B., Pomini D., Vanni P., Ottaviani R., Joseph Daquin Piedmontese Savoyard Physician. A “not well-known Chiarugi”,Vesalius, V, 1,30-40,1999.
AA.VV., La Storiografia Medica in Italia tra 1800 e 1950: uomini e idee. Atti degli incontri Storico-Medici Marosticensi, Marostica, 1984.