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Maria Airoldi

L’architettura rurale e la Triennale di Milano del ‘36



Nella storia della Triennale di Milano l’edizione del 1936 viene considerata, dalla cultura architettonica del dopoguerra, la Triennale di Pagano. Infatti a Giuseppe Pagano, figura centrale del razionalismo italiano e direttore di Casabella, va attribuito il più importante contributo per il rinnovamento del linguaggio architettonico, preparato dalle pagine della sua rivista e proposto in sede espositiva dai progetti e dalle opere realizzate. Sono gli anni in cui si tenta una mediazione fra il Movimento Moderno e gli orientamenti derivati dall’ideologia del fascismo; e in questo confronto, in cui già si delineano le principali divergenze, gioca un ruolo importante la presenza di un padiglione di portata apparentemente modesta: Giuseppe Pagano, in collaborazione con l’architetto Guarniero Daniel, si fa promotore di una “Mostra dell’architettura rurale nel bacino del Mediterraneo”. (1)
E’ la prima volta che il tema dell’architettura minore viene portato all’attenzione degli architetti e all’interesse del pubblico a cui la mostra è destinata; ha buon gioco, in questo senso, una convergenza di interessi con l’ideologia del regime, che ripropone i valori legati all’agricoltura, realizza le bonifiche e inizia a sostituire il latifondo con la piccola proprietà contadina. Ma Pagano sa scoprire, proprio nelle architetture spontanee fotografate lungo la penisola, i valori di un costruire che raggiunge valori estetici per la sua stessa essenzialità, legata alla corrispondenza fra le soluzioni architettoniche e l’utilizzo a cui ogni parte dell’edificio è destinata. E’, in pratica, la concezione del Movimento Moderno: e infatti osserverà anni dopo Giorgio Muratore: “L’architettura rurale, nelle sue diverse e contrastanti implicazioni e al di là dell’interesse intrinseco per i problemi specifici ad essa connessi, diviene così un autentico cavallo di Troia dell’architettura moderna, pretesto efficace, certo non occasionale, profondamente legato alla specificità della cultura italiana, attraverso il quale, al di là di certa, pur evidente, autarchicità, venivano contrabbandati ipotesi e principi del più aggiornato dibattito.” (2)
Pagano ha preparato il materiale della mostra con un coinvolgimento diretto, che lo ha portato a percorrere cittadine, paesi e campagne di tutta Italia in compagnia della sua preziosa macchina fotografica. Però non ha fatto tutto da solo: oltre a Guarniero Daniel, coautore della maggior parte del materiale, sono stati invitati a collaborare altri professionisti che forniscono contributi legati alla specificità dei luoghi presi in esame. Il risultato è una documentazione ricchissima, allora praticamente inedita, e che diventa oggi anche una preziosa testimonianza storica, dato che molti di quegli edifici sono stati successivamente distrutti.
Di fatto, la mostra dell’architettura rurale e il testo relativo pubblicato di seguito nei “Quaderni della Triennale” sempre a cura di Pagano , suscitano un effettivo interesse che si riflette nei vari articoli pubblicati sull’argomento, e nel proseguimento del dibattito dalle pagine di Casabella. (3)
D’altra parte forse lo stesso Pagano non è consapevole del fatto che la mostra è anche e contemporaneamente un grande contenitore di questioni che rimangono comunque aperte e tutte da scandagliare. Molte verranno riprese nel dopoguerra, in particolare nel ‘51, in occasione della nona Triennale in cui viene riproposta una rassegna di “Architettura spontanea” a cura di E. Cerutti, G. De Carlo e G. Samonà. (4)
Di fatto nelle tematiche sottese alla mostra, possiamo individuare alcuni filoni di argomenti. Innanzitutto, come osserva Zevi, gli esempi presentati riguardano sempre edifici singoli. (5)
Eppure nell’edilizia spontanea risulta spesso preponderante l’aspetto aggregativo: basterebbe per tutti l’esempio paradigmatico delle costruzioni di Matera, ma ci sono anche i trulli, le case a terrazza sistematicamente sovrapposte, le grandi masserie, gli edifici addossati sui rilievi collinari e quelli strutturati attorno alle corti. Il rapporto fra l’urbanistica e l’edilizia minore diventa infatti nel dopoguerra oggetto di approfondimento da parte di un importante settore della cultura architettonica. (6)

C’è poi il collegamento con la tradizione architettonica nazionale, che in alcuni casi porta gli studiosi ad allontanarsi dalle posizioni del razionalismo di stampo europeo per privilegiare la genesi delle forme in relazione alle culture locali: è il caso di Roberto Pane, che partecipa alla mostra con una documentazione riguardante l’architettura rurale in Campania e pubblica quasi contemporaneamente un libro sullo stesso argomento, con una impostazione fondamentalmente storica che caratterizzerà anche il proseguimento della sua ricerca. (7)
D’altra parte nel dopoguerra la diffusione del linguaggio architettonico funzionalista assume in molti casi caratteristiche specifiche, legate appunto alla tradizione nazionale: è il neorealismo architettonico, che l’esperienza di Pagano aveva anticipato proprio attraverso l’uso della fotografia, in cui è facile ritrovare le affinità con le successive espressioni cinematografiche. Di fatto al padiglione dell’architettura rurale si possono facilmente ricondurre realizzazioni degli anni cinquanta come il Tiburtino terzo o il villaggio La Martella a Matera.
Infine, l’architettura organica. Il movimento promosso da Zevi nell’immediato dopoguerra ha una innata sintonia con i manufatti dell’architettura spontanea, in cui ritrova l’uso di materiali costruttivi suggeriti dall’intorno naturale, la libertà da schemi geometrici precostituiti, lo spontaneo adattamento all’ambiente paesistico circostante. Potremmo chiederci se qualche elemento di questa nuova visione dell’architettura fosse già presente, almeno in nuce , nel padiglione del ’36. Vorremmo ricordare a questo proposito il contributo che si riferisce alle case rurali della provincia di Palermo, fornito dal relativo Politecnico e preparato da alcuni neolaureati col coordinamento di Edoardo Caracciolo, allora giovane professore. (8)
In questo caso la documentazione è abbastanza diversa da quella relativa alle altre regioni italiane. Non si tratta solo di fotografie: ci sono i rilievi completi di alcune case, con piante e sezioni, quindi con la possibilità di leggere gli spazi interni;e ci sono facciate riprodotte a tempera, con un uso realistico del colore che sottolinea il valore cromatico collegato all’intersecarsi delle superfici murarie. Una delle 4 foto che si conservano nell’archivio della Triennale per il padiglione di Pagano raffigura proprio il pilastro su cui era collocata questa piccola sezione dell’allestimento. Anche in questo caso gli architetti siciliani proseguono la loro ricerca. Nel ’38 una mostra palermitana ripropone questa esperienza, ed è l’occasione per una pubblicazione che sarà spesso ricordata nei successivi studi sull’architettura rurale siciliana. (9)
Nel primo dopoguerra il gruppo siciliano che sostiene l’architettura organica avrà come promotore Edoardo Caracciolo e, fra i sostenitori, Pietro Airoldi e Vincenzo Lanza, autori appunto della documentazione presentata alla triennale del ’36.


(1) vd A. Pica “guida alla VI Triennale” Milano 1936.
(2) G. Muratore “Avanguardia e populismo nell’architettura rurale italiana fino al 1948” in “ Casabella” n° 426 giugno 1977.
(3) vd G. Pagano G. Daniel “Architettura rurale italiana” Quaderni della Triennale 1936 - E. Carli “ il ‘genere’ architettura rurale e il funzionalismo” in “Casabella” n° 107 novembre 1936.
(4) vd AA VV Bilancio della 9° Triennale “Architettura spontanea” in “Metron” n° 43 sett-dic. 1951 - B. Zevi “Urbanistica ed edilizia minore” in “Urbanistica” n° 4 (1950).
(5) vd B. Zevi “Storia e controstoria dell’architettura in Italia” Roma 1997, pag. 615.
(6) vd G: Samonà “Architettura spontanea: documenti di edilizia fuori dalla storia” in “Urbanistica” n° 14 (1954).
(7) R. Pane “Architettura rurale campana” Firenze 1936 e “Puglia inedita” in “Metron” n° 39 Dic. 1950.
(8) vd M. Accascina “L’architettura minima siciliana alla Triennale di Milano” in “Giornale di Sicilia” 2 aprile 1936.
(9) Airoldi-Caracciolo-Lanza “Rilievi di edilizia minore siciliana” Palermo 1938.