La finca Güell a Barcellona di A. Gaudí.

Mariele Bivona

La finca Güell. Prospetto sull’Avinguda de Pedralbes. In primo piano il padiglione che ospita la casa del custode.

Mariele Bivona si è laureata in storia dell'architettura contemporanea con il Prof. Bonaccorso presso l'Università di Pisa. Sta proseguendo la sua formazione storico artistica nel medesimo ateneo.

Dove oggi sorge il grande quartiere universitario di Barcellona, al termine della lunga Avinguda Diagonal, nel lontano 1884 si estendeva la campagna di Pedralbes e di Les Cortes de Sarrià, lontana dal centro caotico della città e dai palazzi dei ricchi barcellonesi che, proprio tra quei prati, possedevano tenute e aziende agricole.
Anche Eusebi Güell i Bacigalupi (1846 - 1918), ricco imprenditore e mecenate colto e liberale, aveva ereditato dal padre, Joan Güell i Ferrer (1800 – 1872) una vasta tenuta di campagna che, nel 1883, aveva ampliato acquistando quattro ettari di terreno ed essa limitrofo.
Joan Güell era un mercante che aveva fatto la sua fortuna tra Cuba e la Repubblica Dominicana e per commemorare in patria la terra che lo aveva reso tanto ricco, fece costruire nella sua tenuta una casa dal marcato aspetto caraibico, con ampie verande coperte su tutti i lati. Oltre alla casa, su progetto di Joan Martorell i Montells (1833 - 1906), fece realizzare anche una cappella in stile neo-gotico con una pala di altare dedicata al Sagrado Corazón, a San Juan e a San Francisco. Oggi la casa caraibica non esiste più poiché il nipote di Joan Güell, dopo la morte del padre, la donò insieme al grande parco ricco di pini, eucalipti, cipressi, magnolie e palme, alla famiglia reale spagnola che la modificò e la estese fino a trasformarla nell’attuale Palacio Real de Pedralbes che oggi ospita il Museo della Ceramica.
L’area della tenuta (in spagnolo, finca) Güell che, invece, conserva ancora le costruzioni ottocentesche è quella acquistata da Eusebi Güell e le costruzioni alle quali facciamo riferimento sono una delle affascinanti opere di Antoni Gaudí. Il lungo, complice e creativo rapporto di committenza che per molti decenni legò le vite di Eusebi Güell e di Gaudí inizia proprio da qui: l’incarico è quello di delimitare la proprietà con un muro di cinta interrotto da tre ingressi e di collocare presso l’ingresso principale due padiglioni, uno destinato alla portineria e alla casa del custode ed uno con funzione di stalla.

Nel 1884 Gaudí ha trentadue anni, solo cinque di esperienza come architetto: la finca Güell è la sua terza opera dopo Casa Vicens e El capricho e vi lavora contemporaneamente al palazzo che realizzerà per Güell in città, ma tra quest’ultimo e i padiglioni della finca la differenza stilistica è molto evidente. I padiglioni, così come le due opere precedenti, sono di chiaro gusto mudéjar (1) e le caratteristiche che le accomunano sono l’utilizzo a faccia vista della pietra e dei mattoni, il ricco impiego di maioliche che, con i loro colori, esaltano ancora di più il rapporto coloristico degli altri materiali e la presenza di numerosi corpi sporgenti, ottenuti tramite l’aggetto progressivo dei cotti (2). L’utilizzo di questi elementi sporgenti è da mettere in relazione ad un viaggio che, in quegli anni, Gaudí fa in Marocco, dove apprende le tecniche costruttive arabe. 

Una delle caratteristiche fortemente identificanti della finca Güell: l’uso decorativo di un elemento costruttivo quale il mattone.

La profonda riflessione che Gaudí dedica all’aspetto cromatico si afferma in maniera particolarmente evidente proprio nei padiglioni della finca Güell: qui, Gaudí presta talmente attenzione al dettaglio cromatico da inserire frammenti colorati di pasta vitrea persino nella malta che separa i filari di mattoni.
L’impatto cromatico, dunque, come nella maggior parte delle opere di Gaudí riesce ad incantare lo spettatore già in lontananza, quando quasi non gli è ancora possibile delinearne con precisione le forme; ma giungendo davanti all’ingresso della finca si rimane stregati anche dall’uso speciale che Gaudí fa del ferro battuto: un cancello in forma di drago dalle fauci spalancate ci ricorda che stiamo per addentrarci nel mitico giardino delle Esperidi.
Una lunga molla a spirale costituisce il corpo sinuoso e ne restituisce l’immagine delle pieghe grinzose; le ali in maglia di ferro sembrano quelle di un grosso insetto; la testa, con la bocca spalancata, e le zampe sono ancora più verosimili. Non è l’opera di uno scultore, ma di un fabbro che crea per mezzo di elementi congiunti o sovrapposti tra di loro. L’elemento più spettacolare, però, sta certo nel meccanismo che tramite alcune catene-redini alzava minacciosa la zampa dai lunghi artigli non appena il cancello veniva aperto. 

Il celebre drago.

La superficie che sorregge il drago è formata da un reticolato che racchiude tra le sue maglie cinquantasette quadrati di ghisa sui quali sono impresse rose, celebre simbolo della Catalogna. I cardini del cancello sono inseriti in un pilastro cruciforme molto alto, marchiato su due lati da due grossi sigilli di pietra, di forma ottagonale, con inscritta una grande G. Alla sommità del pilastro si trova un arancio d’antimonio, issato su un tripudio vegetale scolpito nella pietra.
L’ingresso presieduto dal drago si trova tra i due padiglioni, disposti ad angolo, che ospitano a destra la casa del custode, a sinistra le scuderie per quattordici cavalli e il maneggio coperto a cupola.
La casa del custode è su due piani; la pianta è costituita da due quadrati, coperti da volte ribassate, impostati su un ottagono che, al primo piano, ospita la sala da pranzo ed è coperto da una cupola iperbolica. Al piano superiore le volte in mattoni di questi tre ambienti sono aperte al culmine grazie a comignoli rivestiti di piastrelle.
Le scuderie sono coperte da una successione di volte a botte in muratura sostenute da una sequenza di otto archi parabolici trasversali che consentono di realizzare all’esterno un cammino di ronda su archi a sesto ribassato e all’interno di aprire quattordici piccole finestre trapezoidali per illuminare e arieggiare l’ambiente.
A nord della scuderia, connesso al pilastro del cancello, c’è un piccolo vestibolo che ospita una stretta scala; quest’ultima conduce al fienile e alla terrazza. A sud, invece, le stalle si aprono sul maneggio, un locale di pianta quadrata coperto da una cupola a forma di iperboloide di rotazione issata su quattro pennacchi. Al culmine della cupola, una lanterna permette una maggiore luminosità ed areazione. I mattoni del pavimento creano una serie di cerchi concentrici che terminano al centro del locale in una pietra circolare decorata da una grossa G con funzione di scolo per le acque.
Le coperture di tutti questi edifici sono realizzate alla catalana, senza alcun supporto di travi, e sono sostenute da murature a secco, realizzate con l’aiuto di diversi operai specializzati che Gaudí fece venire a Barcellona da un’azienda agricola che Güell possedeva a Sucs, nella regione di Lleida (3). 

Il maneggio coperto, chiuso al culmine della cupola da un lucernario decorato con maioliche colorate.

Nonostante le differenze tra i diversi corpi che compongono quest’opera, Gaudí riesce a conferire all’intero complesso un aspetto unitario grazie all’armonia delle decorazioni di gusto mudéjar che caratterizzano tutte le superfici esterne: gli elementi architettonici sottolineati con attenzione geometrica dall’uso dei mattoni; i riempimenti con gli archetti sfalsati che rivestono parte delle mura esterne, le rose rosse e nere impresse come stencil sull’intonaco. Quest’ultime, come già accennato, emblema della Catalogna, non sono certo l’unico dettaglio metaforico che Gaudí mette in scena in questa sua opera.
La finca Güell si apre, infatti, a numerose interpretazioni simboliche in gran parte esplicite: la sensazione è di essere di fronte all’illustrazione architettonica di un’opera letteraria.
Tuttavia né Güell, né Gaudí o uno dei loro discendenti ha mai spiegato il simbolismo contenuto nei giardini e negli edifici di questa tenuta, ma la presenza di elementi quali il drago e l’albero d’arance sulla sommità del pilastro che sostiene il cancello, non possono non far pensare al mito di Ercole e alle arance del giardino delle Esperdi.
Il suocero di Eusebi Güell, il marchese Antonio Lope de Comillas, era il protettore di Jacint Verdaguer (1845 - 1902) che, nel 1877, gli dedicò il poema catalano L’Atlántida, nel quale narrava tra le fatiche di Ercole, quella del giardino delle Esperidi: Ercole viene obbligato da Euristeo, re di Micene, a rubare i pomi dorati dall’albero del giardino delle tre Esperidi, a guardia del quale stava il drago Ladone. Ercole sconfigge il drago e lo incatena, riuscendo poi a rubare le arance. Ladone viene punito e trasformato in una costellazione; le Esperidi vengono tramutate in olmo, salice e pioppo. Verdaguer aggiunge al mito un ulteriore verso, nel quale canta che, oltre ai pomi dorati, Ercole avesse rubato anche il primo ramo dell’albero e che lo avesse piantato in Spagna, dove creò, così, un nuovo giardino delle Esperidi. 

Il leggendario albero dai pomi dorati narrato nell’undicesima fatica di Ercole.

Il parco della finca Güell è il nuovo giardino delle Esperidi, dove troviamo olmi, salici e pioppi; un drago incatenato e un albero di arance in posizione predominante. Il drago aveva in origine occhi vitrei, come stelle, e il suo corpo e la testa riprendono, nella posizione, la struttura della costellazione dell’Orsa minore.
La finca si presta, però, anche ad altre letture simboliche: la finca come una nave, con il suo alto albero maestro; gli archetti che la rivestono, come le acque dell’Oceano; i riflessi marini verdi e blu su tutta la superficie; il cotone, scolpito nella pietra, oltre alle rose, a ricordare la ricchezza dei traffici commerciali che della famiglia Güell hanno fatto la fortuna.
La pregnanza simbolica che caratterizzerà tante delle opere gaudiane è, quindi, qui al servizio di “un vasto disegno dagli epici contorni ma dalle politica sostanza” (4). L’Atlántida è il poema simbolo della reintegrazione del catalano tra le lingue letterarie moderne e si incentra sugli epocali fasti spagnoli che vedono Ercole fondatore di Barcellona. La finca Güell, splendido giardino delle Esperidi, può essere espugnato solo da un nuovo Ercole investito della missione di rifondare, politicamente e culturalmente, la Catalogna: Eusebi Güell. 

(1) Mudéjar è un termine castigliano che deriva dall’arabo mudayyan, che significa ritardatario, tributario; si riferisce ai musulmani iberici che rimasero a vivere nei territori della penisola iberica conquistati dai cristiani durante la Reconquista. Ad essi fu permesso, anche se solo inizialmente, di mantenere la propria religione e i propri costumi. 
(2) Roberto Pane, Antoni Gaudí, Edizioni Comunità, Milano, 1982, p.95. 
(3) Maria Antonietta Crippa (a cura di), Gaudí. Case, giardini e parchi, Jaca Book, Milano, 2001, p. 47.
(4) Luca Quattrocchi, Gaudí, Art Dossier n.84, Giunti, Firenze, 1993, p. 11.

Bibliografia:
I.Puig Boada (a cura di), Gaudí i Cornet Antoni. Idee per l’architettura. Scritti e pensieri raccolti dagli allievi, Milano, Jaca Book, 1995
M. A. Crippa (a cura di), Gaudí. Case, giardini e parchi, Milano,Jaca Book, 2001
L. Vinca Masini, Antoni Gaudí, Firenze, Sansoni, 1969
J. Bassegoda Nonell, The garden of the Hespérides de Sarriá, pubblicato in La Vanguardia Española, 18 giugno 1978;
R. Pane, Antoni Gaudí, Milano, Comunità,1982
L. Quattrocchi, Gaudí, Art Dossier n.84, Firenze, Giunti, 1993
R. Zerbst, Antoni Gaudí, Köln, Taschen, 1990.




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