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La Moschea di Roma di Paolo Portoghesi.

Benedetta Gianfranchi

La Moschea di Monte Antenne, Roma.

Benedetta Gianfranchi ha conseguito la Laurea Specialistica in Storia dell’arte, curriculum Storia dell’architettura, all’Università di Pisa. Presso lo stesso ateneo ha conseguito nel 2006 la laurea triennale in Scienze dei beni culturali, curriculum Storia dell’architettura.

“Moschea sì o no?”. “Vade retro Allah”. “Questa moschea non s’ha da fare”. Si tratta dei titoli di alcuni articoli comparsi sui più importanti quotidiani nazionali nonché sulle riviste specializzate all’indomani della proclamazione del progetto vincitore del concorso bandito per la costruzione della Moschea e del Centro Islamico Culturale a Monte Antenne, a nord di Roma. L’impresa, promossa e finanziata dal re Faysal dell’Arabia Saudita, porta la firma di Paolo Portoghesi, coadiuvato da Vittorio Gigliotti e Sami Mousawi, che, su una superficie di 30.000 m², ha realizzato la Moschea più grande d’Europa.
Al dibattito che si accese tra gli specialisti, quali ad esempio Benevolo, Villoresi e Zevi, fecero eco le polemiche sollevate dalla popolazione. Se le critiche mosse dai primi furono di natura esclusivamente urbanistica, architettonica e paesaggistica – alcuni al posto della Moschea avrebbero voluto un parco –, quelle mosse dai romani riguardarono soprattutto la sfera religiosa. Infatti, oltre ad un problema di integrazione culturale, la cittadinanza, sulla base di un progetto iniziale di Portoghesi, si oppose alla realizzazione di una Moschea la cui cupola maggiore avrebbe superato in altezza il cupolone di San Pietro, il simbolo per eccellenza della cristianità. Tutto ciò spiega perché, da una parte, la cupola della Moschea venne abbassata e, dall’altra, perché dalla fase progettuale a quella esecutiva passarono dieci anni. Basti pensare che nel 1974 gli architetti iniziarono a lavorare al progetto, il quale venne attuato solo a partire dal 1984. Nel 1992 terminarono i lavori di costruzione e la Moschea venne inaugurata il 21 giugno 1995.
La grande Moschea di Forte Antenne presenta una commistione di elementi orientali ed occidentali che sono il risultato di un dialogo pacifico e costante tra le due culture. Un dialogo basato, quindi, sul confronto piuttosto che sullo scontro. Ad esempio, accanto ai materiali da costruzione tipici della tradizione occidentale, più precisamente romana, quali il travertino, il mattone chiaro, il peperino, le pietre laviche e il cemento, si possono ammirare i mosaici a forme geometriche tipici della tradizione islamica ed eseguiti, per volere dell’architetto, da maestranze orientali. Anche le gradonature a cerchi concentrici delle diciassette cupole della Moschea sono ulteriori esempi dell’incontro avvenuto tra Occidente e Oriente. In questo caso si tratta infatti di una soluzione architettonica propria del mondo arabo, ma che, dal periodo medievale, fece la sua comparsa anche in Europa. A Roma, ad esempio, il Pantheon e la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza presentano una cupola gradonata. Questo tipo di copertura venne scelto da Portoghesi per l’esplicito richiamo all’immagine coranica dei sette cieli che, grazie alla Divina Commedia di Dante Alighieri, entrò a far parte anche della nostra tradizione letteraria.

Le cupole gradonate a cerchi concentrici della Moschea di Monte Antenne, particolare.

“Nel cuore dell’immagine architettonica si evidenzia così un misterioso equilibrio in cui va ricercato il messaggio principale di questo edificio religioso”. Con queste parole Portoghesi ci offre la chiave di lettura per poter comprendere l’essenza, l’anima, della Moschea. Il punto da cui dobbiamo partire è un luogo fisico ben preciso, è il luogo per eccellenza di ogni moschea, vale a dire la sala di preghiera.

Sala di preghiera.

In questo ambiente di raccoglimento e comunione il fedele entra in contatto diretto e intimo con la propria divinità, la cui presenza si manifesta sottoforma di luce. La XXIV sura del Corano, meglio conosciuta come la sura “della Luce”, così recita: “Dio è la Luce dei cieli e della terra, e si rassomiglia la Sua Luce a una Nicchia, in cui è una Lampada e la Lampada è in un Cristallo, e il Cristallo è come una Stella lucente, e arde la Lampada dell’olio di un albero benedetto, un Olivo né orientale né occidentale, il cui olio per poco non brilla anche se non lo tocchi fuochi. E’ Luce su Luce […]”. Tenendo presente che per la religione islamica Allah è Luce, Portoghesi decise di alleggerire, secondo un processo di svuotamento, ogni elemento architettonico – pilastri, nervature, cupole – della propria materialità, tanto che in questa sala i vuoti prevalgono sui pieni e la luce predomina sulla materia.
I pilastri sono le colonne portanti della sala di preghiera e si trovano lungo tutto il suo perimetro. Quattro elementi prefabbricati vicini formano un pilastro, il quale termina con un “capitello”, a cui è affidato il compito di riceve i carichi verticali, al di sopra del quale vi è un grande anello, al contempo elemento strutturale e decorativo. Infatti l’anello ha la duplice funzione di collegare, realmente, il fitto intreccio di archi che irrigidiscono la struttura e, visivamente, tutte le strutture verticali. La particolare fisionomia dei pilastri vuole ricordare la palma, l’albero sacro ai musulmani.
Un principio gerarchico sta alla base della progettazione dei diversi elementi architettonici presenti nella sala di preghiera. Successivamente ai pilastri, i primi elementi di questo sistema ad essere stati progettati, Portoghesi passò, rispettivamente, allo studio delle volte cementizie del soffitto, degli archi intrecciati – posti tra queste ultime ed i pilastri – e del recinto parietale. Lo stesso processo gerarchico portò l’architetto ad organizzare, in seguito alla sala di preghiera, l’intero complesso, munito di altri servizi sociali – Madrasa –, quali, per citarne alcuni, la biblioteca e la sala congressi. Questi ambienti si trovano nelle due ali laterali che si aprono in prossimità dell’ingresso – qui si erge in tutta la sua accentuata verticalità il Minareto – e alle quali si accede da ampie scalinate. Queste ultime conducono ad un porticato che fiancheggia i due corpi paralleli e i cui pilastri sono speculari a quelli della sala di preghiera. Tra i due volumi vi è un largo percorso scoperto che è stato spesso paragonato ad un chiostro-nartece, dal momento che si tratta di un luogo di raccolta e di preparazione per i fedeli.

Le scalinate che conducono ai due corpi posti a lato della sala di preghiera.

Osservando in pianta la Moschea emerge come Portoghesi giocò, soprattutto per quanto riguarda la sala di preghiera, sull’interazione di due figure geometriche fortemente simboliche, il quadrato – Màndala – e il cerchio. Il primo rappresenta il mondo, la terra, nei suoi punti vitali, ossia i punti cardinali – l’Est e l’Ovest, rispettivamente il luogo dove sorge e tramonta il sole; il Sud e il Nord, rispettivamente il punto massimo della luce e della notte –, mentre il secondo rappresenta il cielo e per estensione tutto ciò che è divino. Non potendo riprodurre nei luoghi sacri figure umane, animali e oggetti, la religione islamica ha assegnato alle forme geometriche intrecciate e all’architettura il compito di trasmettere importanti e molteplici concetti. Nella grande sala di preghiera Portoghesi ha cercato una soluzione ad un problema considerato geometricamente non risolvibile: la quadratura del cerchio. Si tratta di realizzare un quadrato avente la stessa area di un dato cerchio, all’interno del quale viene posto simbolicamente l’uomo. Sulla scia di autorevoli trattatisti del passato, quali Vitruvio e Francesco di Giorgio Martini, viene ribadita così la centralità dell’uomo rispetto all’universo.

La grande sala di preghiera in pianta.

Nel progettare la Moschea Portoghesi dovette fare i conti sia con la tipica conformazione del terreno, sia con il dislivello dovuto alla presenza della stazione Campi Sportivi. La Moschea, infatti, sorge nel punto esatto di incontro delle due colline di Monte Antenne – la zona posta nella vicinanze dell’Acqua Acetosa e ai piedi dei Monti Parioli – e un lato del suo volume è interamente costeggiato dalla linea ferroviaria. Proprio per quest’ultimo motivo un corpo di fabbrica risulta essere maggiormente alto rispetto all’intero complesso.
La costruzione si trova immersa nel verde, a stretto contatto con la natura, quella Natura che per gli islamici è il principio generatore e ultimo della vita. Non a caso, infatti, la grande sala di preghiera è stata concepita come una foresta, i cui pilastri-alberi simboleggiano il grande bosco di palme presente nella casa di Maometto. In questo modo gli alberi “pietrificati” dell’interno si vanno ad aggiungere e si fondono con quelli naturali del paesaggio.
Concludo con le parole di Paolo Portoghesi: “Il problema che si poneva era quindi costruire uno di questi “grani di limatura”, influenzato dal campo formato dal polo remoto ma fortissimo della “Ka-ba” e da altri campi magnetici via via più vicini, l’Occidente, la città, l’intorno naturale, la collina, il fiume, la linea ferroviaria che lambisce il lotto, le strade che conducono a questo edificio che ho desiderato, influenzato, anzi plasmato dalla interferenza dei campi e rispetto al quale il mio sogno di architetto era di esercitare un ruolo di pronubo, di catalizzatore: come quello di certi insetti che portano il polline da fiore a fiore, consentendo, a piante diverse e lontane fra loro, di dare un unico frutto. Giungere, nell’esplorazione storica di due civiltà architettoniche, fino a identificare dove esse si toccano; o perché partecipano di radici comuni o perché in passato innesti sono stati possibili tra le due specie: questo è l’antefatto di un progetto che si è sviluppato per gradi “alla ricerca dei contatti perduti” per costruire un dialogo tra civiltà in cui le parole sono materiali da costruzione, elementi stilistici e problemi compositivi”.

BIBLIOGRAFIA:
Gottardo, F., Paolo Portoghesi architetto, Roma, Gangemi, 2008.
Massobrio, G., Ercadi, M., Tuzi, S., Paolo Portoghesi architetto, Milano, Skira, 2001, pp. 188-213.
Paolo Portoghesi, a cura di P. Bernitsa, M. Ercadi, Milano, Skira, 2006, pp. 64-70.
Seminario, G., Paolo Portoghesi, l’architettura come riflesso dell’anima, Napoli, Edizioni Scientifiche e Artistiche, 2009.