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Una tenda tesa sopra Berlino: la Filarmonica di Hans Scharoun.

Benedetta Gianfranchi

I Berliner Philharmoniker diretti da Sir Simon Rattle

Benedetta Gianfranchi è una laureanda del Corso di Laurea Specialistica in Storia dell’arte, curriculum Storia dell’architettura, dell’Università di Pisa. Presso lo stesso ateneo ha conseguito nel 2006 la laurea triennale in Scienze dei beni culturali, curriculum Storia dell’architettura.

“Al centro la musica: ecco in una formula brevissima, l’idea fondamentale della nuova Filarmonica di Berlino” (Leti Messina-Taut-Lautherbach, 1969, p. 9), una delle opere più conosciute di Hans Scharoun (Brema, 1893 – Berlino, 1972) e sede di una delle orchestre più prestigiose, la Berliner Philharmonische Orchester, ma non solo, infatti la Philharmonie è innanzitutto uno dei migliori auditorium per le sue qualità acustiche, dal momento che, nell’immensa sala dalla cubatura di 26.000 metri, la diffusione del suono avviene in modo uniforme e pressoché simultaneo. Del resto, facendo della musica il principio generatore dell’intera composizione, come dichiarò lo stesso Scharoun in occasione della cerimonia inaugurale della Filarmonica, avvenuta il 15 ottobre 1963, difficilmente sarebbe stato il contrario, visto che in fase di progettazione l’architetto si avvalse della consulenza di Lothar Cremer, professore di fisica dell’università di Berlino, al fine di individuare il percorso più breve che avrebbero compiuto le onde sonore per arrivare in modo ottimale a tutti i complessivi 2.218 posti a sedere.
Il risultato di quella collaborazione, ancora oggi visibile, consiste in una serie di accorgimenti che migliorano sia l’emissione che la ricezione del suono e che riguardano tanto la forma della sala principale, quanto la sua copertura, la disposizione dei musicisti, del direttore d’orchestra e degli spettatori e, ancora, il rivestimento delle finiture interne in pino dell’Oregon. Per questo motivo la sala si presenta come una grande conchiglia, dalle dimensioni di 60 metri sull’asse longitudinale e di 55 metri su quello trasversale, al cui centro, non a caso, vi è il cuore dell’intera composizione, il punto intorno al quale Scharoun costruì tutto il resto e dal quale fluisce l’esecuzione musicale, ossia il podio del direttore d’orchestra.

Interno della Filarmonica di Berlino

Si tratta di uno spazio stretto e posto ad un livello più basso, che, contrariamente a quanto si è portati a credere, non occupa il centro geometrico di quel pentagono irregolare che è l’edificio in pianta, bensì il punto di intersezione dei due assi. Ed è proprio da questo che le onde sonore si librano e iniziano quel percorso che le porta, dapprima, a raggiungere la copertura curvilinea e, successivamente, a propagarsi per l’intera sala con un tempo stimato di 2,2 secondi. Il riverbero del suono avviene tramite la complessa macchina scenica del soffitto, il cui andamento curvilineo è un altro espediente per migliorare l’acustica, tanto che coloro che assistono ad un concerto hanno come l’impressione che il suono provenga dall’alto, diversamente da quanto avviene negli auditorii tradizionali, in cui la musica si riceve lateralmente.

Interno della Filarmonica di Berlino: si noti il soffitto

Tre superfici convesse compongono la copertura cosiddetta a “tenda”, la cui altezza raggiunge la quota massima di 22 metri al di sopra del podio del direttore d’orchestra, le quali sono sorrette da altrettante solette che scaricano il peso su cinque capriate in precompresso e dalla luce non superiore a 52 metri, la cui conformazione è assimilata a delle travi di tipo Vierendel a sezione variabile e dall’altezza che, in alcuni punti, sfiora i 5 metri. Su queste travi, che poggiano direttamente sull’involucro esterno ed hanno uno spessore minimo di 20 centimetri, sono state fissate sia le 136 piramidi a base triangolare che smorzano i bassi, sia gli elementi curvi in poliestere, sospesi e regolabili in altezza, che impediscono la dispersione del suono e lo rimandano all’orchestra in 70 millesimi di secondo, consentendo così anche ai musicisti un ascolto perfetto.
Se agli elementi suddetti è affidato il compito di frammentare le onde sonore, ai dieci diffusori posti sul soffitto e agli altoparlanti collocati nelle pareti laterali è invece affidato il compito di diffondere il suono in tutto l’auditorium, la cui fisionomia concorre a favorire anche in questo caso l’ascolto e la partecipazione all’evento musicale. Infatti, la suddivisione delle 1.900 poltrone riservate al pubblico in file frontali, laterali e retrostanti l’orchestra, distanti da questa non più di 35 metri e variamente rialzate e inclinate, non solo migliora l’acustica, ma pone anche in perfetta sintonia spettatori e musicisti.
Per riassumere, la centralità del podio del direttore d’orchestra, la distribuzione dei partecipanti attorno ai concertisti e su livelli diversi, la presenza delle tribune per gli effetti sonori e per le riprese televisive, gli studi di registrazione, gli organi e la sala delle ripetizioni del coro, nella quale vengono eseguiti anche i concerti sperimentali e alla quale si accede dall’ingresso principale, rendono la Philharmonie un’architettura unica nel suo genere. Dietro a questa particolare conformazione c’è la volontà di concepire lo spazio in funzione della vita sociale che si svolge al suo interno e che, nello specifico, si può sintetizzare nella triade spazio-musica-uomo simbolicamente raffigurata in quel triangolo triplo visibile su una parete alla sinistra del direttore d’orchestra.
Questo nuovo modo di intendere lo spazio caratterizzò l’ultima fase della carriera di Scharoun, il cui inizio coincise con la fine della seconda Guerra Mondiale, momento a partire dal quale si riaprirono per lui le porte di molti cantieri edilizi. Questa ripresa lavorativa successe ad un periodo di scarsa attività, dovuto alla sua aperta condanna del nazionalsocialismo e al suo atteggiamento ostile e contestatore nei confronti di quell’architettura di Stato che doveva essere espressione di bellezza, imponenza, purezza e benessere. E così, dal 1936 al 1945, ossia dall’anno in cui Hitler pronunciò a Norimberga il famoso discorso della cultura, all’anno della caduta di Berlino per mano delle truppe alleate, Scharoun si ritrovò isolato nel panorama architettonico tedesco. Contrariamente a quanto fecero molti suoi amici e colleghi della Gläserne Kette e del Der Ring non emigrò dalla Germania, ma vi rimase e visse il periodo più tormentato, intenso e, al contempo, produttivo della sua vita e della sua carriera. Sono stati quelli gli anni in cui meditò sull’uomo, la società, l’arte e in cui affidò le conclusioni di quella riflessione ad una serie di disegni di architetture collettive, per lo più “case del popolo”, dalle dimensioni gigantesche e dalle forme fantastiche, caotiche e sproporzionate.

Una fantasia architettonica espressionista di Hans Scharoun

Questi schizzi o, come sono stati spesso definiti, appunti di idee di progetto, fanno parte del cosiddetto ciclo “della Resistenza” (1939-1945), una raccolta di acquerelli, in cui emergono appieno l’“umanitarismo espressionista”, l’“espressionismo stabile” e il “comunismo cosmico” scharouniani.
Se si confrontano i suddetti disegni con le opere che Scharoun realizzò negli anni della ricostruzione di Berlino, saltano subito all’occhio una serie di richiami che, nel caso specifico della Philharmonie, consistono nella copertura dalla caratteristica forma a tenda e nei molteplici episodi spaziali del foyer.

Il foyer della Filarmonica di Berlino

Qui, infatti, vaste ed imponenti scalinate convivono accanto a ballatoi dalle rampe spigolose e disposti su livelli dalle quote diverse. Si tratta in entrambi i casi di strutture leggere, prive di una qualsiasi forma “razionale”, che sembrano galleggiare in uno spazio talmente caotico da suscitare inizialmente nell’osservatore un senso di smarrimento e di disorientamento. Ma ben presto tutto l’insieme trova un proprio ordine. E questo avviene grazie a dei precisi punti di riferimento, quali i guardaroba del pianoterra e del primo piano, l’angolo del bar-ristorante, la scultura in alluminio di Bernhard Heilinger – “Preludio 63” – e, infine, la colorata vetrata di Alexander Camaroe, che conferiscono ad ogni elemento presente la sua giusta collocazione nello spazio.
Proprio per la particolare organizzazione spaziale del foyer e, nel complesso, dell’intero edificio, Ulrich Conrads ha trovato delle similitudini con il Barocco, con Giovan Battista Piranesi, con l’architettura navale e con il labirinto. Effettivamente la Philharmonie è “un po’ di tutto questo. E’ un edificio percepibile solo percorrendo la sequenza dei suoi spazi, delle compenetrazioni che continuamente si attuano e si sciolgono. Vige la regola rigorosa dello scorrimento, del tempo e dello spazio, della fluidità. Un ordinamento che non nasce dal reticolo piano o volumetrico, ma da forze strutturanti” (Zevi, 1971, p. 254). E ciò si spiega con il personale metodo progettuale di Scharoun, il quale pensava prima di tutto alla struttura, da intendersi come “composizione ordinata in cui presupposti materiali e ambientali entrano tra loro in rapporti rivissuti dall’interno sì da creare un tutto organico” (Leti Messina-Taut-Lauterbach, 1969, p. 19), per passare poi alla forma che doveva rispecchiare la vera anima del progetto. Per dirlo con le parole dell’architetto: “l’elemento funzionale e quello tecnico vanno affrontati solo in un secondo momento […]. Funzione e tecnica sono, insieme, al servizio della configurazione” (Leti Messina-Taut-Lauterbach, 1969, p. 19).
La volontà di cogliere l’oggetto nella sua pura essenza è il motivo per il quale la Filarmonica si presenta come un’architettura priva, ad esempio, di una vera e propria facciata (1), tanto è vero che lo stesso Scharoun ebbe l’abitudine di rispondere a coloro che gli chiedevano se fosse soddisfatto dell’aspetto della facciata della Philharmonie: “Ne ha una?”. Come dargli torto, dal momento che anche all’esterno, infatti, mancano tutti quegli aspetti architettonici e tecnici che qualificano una facciata come tale. Questa negazione di regole prestabilite risponde alle istanze di quell’organicismo, per il quale, secondo Herwart Walden, “non esistono leggi della bellezza, esiste solo la legge dell’organico: tutto ciò che è organico è bello” (Marcianò, 1992, p. 7). Infatti, proprio perché la sua è stata un’architettura non solo attenta ai bisogni dell’uomo e della società, ma che si è anche messa a loro completa disposizione come se ne fosse un “organo”, Scharoun è considerato uno degli esponenti di spicco dell’architettura organica. Si tratta di quella corrente architettonica che trovò in Frank Lloyd Wright il suo promotore e che ebbe bisogno, per poter essere realizzata, di una società democratica, ossia di una società capace di esaltare la natura e di proporne un accordo e/o una fusione armonica con gli elementi artificiali. Ciò è quello che avviene anche all’interno della Philharmonie, dove convivono armonicamente elementi diversi, fatti di linee sinuose, curve ed angoli appuntiti, che per questa loro particolare conformazione hanno valso a Scharoun un paragone con Alvar Aalto. In questa architettura globale o, si potrebbe dire, in questo microcosmo, visto che, come ha scritto Ada Francesca Marcianò, nella Filarmonica sono stati ricreati una vallata terrazzata – la sala principale con i settori dei posti a sedere –, dei vigneti – le file delle poltrone –, una sorgente – l’orchestra – e, infine, il firmamento – il soffitto convesso –, ogni singola parte si integra perfettamente con l’intero organismo, come avviene anche nella vicina Biblioteca di Stato, entrambi edifici progettati da Scharoun a Berlino-Tiergarten.
A questo punto una contestualizzazione urbana della Filarmonica è obbligatoria, anche perché la critica tedesca è concorde nel ritenere che anche l’intera area su cui sorge l’edificio scharouniano era stata pensata dallo stesso architetto come uno spazio sociale, un luogo collettivo di scambio culturale, il cosiddetto Kulturforum. L’occasione di poter realizzare questo progetto gli si presentò nel maggio del 1945, quando, finita la guerra, fu necessario ricostruire Berlino, una città il cui volto si presentava legato ad uno sconfinato cumulo di macerie. Girovagando per Berlino in sella della sua bicicletta, Scharoun lesse, in Parochialstrasse, il proprio nome scritto sulla porta dell’assessorato per la ricostruzione della città. Si ritrovò così a collaborare con quel gruppo di architetti, quali Wils Ebert ed Ernst August Friedrich, solo per fare qualche nome, che presentò la sua prima relazione di lavoro alla mostra “Berlin plant”, inaugurata il 22 agosto 1946 nella sala Bianca – Weisser Saal – del Castello di Charlottenburg. In quella circostanza Scharoun affermò che “ciò che è rimasto dopo la distruzione dell’area urbana, ci offre la possibilità di creare un paesaggio” (Leti Messina-Taut-Lauterbach, 1969, p. 17) provvisto di abitazioni, fabbriche, assistenza, cultura e svago, tutti elementi essenziali per un’adeguata pianificazione urbana. Per realizzare questo progetto venne scelto “il grande spazio libero, centrale, verde” del Tiergarten, quel luogo che la guerra aveva privato di un “codice fisso” e che doveva, così, diventare per Scharoun il cuore della nuova città, la sede di quel grandioso nucleo formato dalla Filarmonica, dalla Biblioteca di Stato, dall’Istituto di ricerche musicali, dalla preesistente chiesa di San Matteo – St. Matthäuskirche – e dalla nuova Galleria Nazionale di Mies van der Rohe (1962-1968). In una parola, il Kulturforum. Tra gli edifici di questo grande complesso, solo la Philharmonie è stata interpretata sia dalla critica che dai berlinesi in chiave simbolica, politica e culturale. Per entrambi si tratta, infatti, di una sfida nei confronti sia di un passato doloroso ed infamante, percepibile, all’epoca, nelle rovine dei monumenti e dei fabbricati hitleriani nonché dalla presenza del Muro, sia di una futura unificazione della città, la quale avrebbe così potuto usufruire di una serie di attrezzature sociali e ricreative.
Con la fine della guerra si fece evidente il bisogno di ricostruire, tra gli altri edifici, una nuova Filarmonica, visto che quella vecchia, posta nel settore orientale di Berlino, era stata pesantemente danneggiata e resa inagibile dai bombardamenti bellici. Nel 1956 venne così indetto un concorso ad inviti per la progettazione della Filarmonica, in occasione del quale, Herbert von Karajan, direttore dell’Orchestra Filarmonica di Berlino dal 1955 al 1989, anno della sua morte, si impegnò affinché il progetto di Scharoun venisse approvato dalla giuria esaminatrice, il cui presidente fu Werner Hebebrand. Le motivazioni di quell’atteggiamento favorevole ci vengono spiegate dallo stesso direttore: “Non conosco alcuna sala da concerto in cui il problema “posto” venga risolto così perfettamente come in questo progetto. E per questo motivo mi sembra che l’essere l’orchestra situata quasi al centro dello spazio, garantisca che in questa sala, più di quanto non sia stato fatto fino adesso nelle sale conosciute, nelle quali l’orchestra filarmonica ha conservato lo stile tipico delle interpretazioni musicali, si potrebbe provare a rappresentare, dell’orchestra, due caratteristiche fondamentali: l’effetto spazio-tempo della risonanza musicale e quel particolare “respiro” iniziale e finale di una frase musicale” (Sassu, 1980, p. 92).
Hans Scharoun vinse il concorso e poté vedere realizzata la sua Philharmonie che, inizialmente, doveva sorgere in una zona centrale di Berlino ovest, proprio alle spalle del ginnasio Joachimsthal-Gymnasium, ma nel 1959 se ne cambiò la localizzazione, fissata l’anno successivo in Kemperplatz a Berlino-Tiergarten. Ciò non provocò altro che qualche piccolo ampliamento rispetto al progetto iniziale, tanto che lo stesso Scharoun affermò che “raramente un architetto ha la possibilità di vedere un edificio corrispondere interamente all’idea che se ne era fatto. Fortunatamente è stato questo il caso della Filarmonica: dopo il concorso del 1956 quasi nessuna modifica ha intaccato la concezione originaria e la Filarmonica è cresciuta proprio come l’avevo immaginata” (Marcianò, 1992, p. 102).

Veduta dall'alto del complesso della Filarmonica di Berlino

Nel progetto di concorso del 1956 Scharoun aveva previsto un ventaglio di attrezzature a completamento della sede della Filarmonica, quali una sala per la musica da camera, un albergo, la Biblioteca nazionale, l’Istituto per le ricerche musicali e il Museo degli strumenti, ipotizzando così un insediamento urbanistico di grande rilievo. A completare il Kulturforum mancava ancora la sala per la musica, progettata anche questa da Scharoun, ma realizzata, tra il 1984 e il 1987, da Edgar Wisniewski, suo allievo e suo collaboratore nella vicina Philharmonie. Come in quest’ultima architettura anche nella Kammermusiksaal vige la regola della “musica al centro dell’attenzione”. La musica, così, diventa il principio generatore dell’intera composizione, tanto da giustificare anche in questo caso, in una sala dalla forma esagonale, la centralità del palco e la disposizione su livelli diversificati dei musicisti, intorno ai quali sono sistemati i 1.180 posti a sedere riservati al pubblico. In poche parole anche qui viene superata la tradizionale contrapposizione tra esecutori ed ascoltatori. Ma le analogie con la Filarmonica non finiscono qua. Infatti anche l’esterno presenta la stessa copertura a tenda che permette in questo modo una perfetta integrazione tra i due edifici scharouniani.
Si può concludere, così, dicendo che la Filarmonica, come la vicina sala da musica, è un’architettura ragionata, ossia un’architettura in cui ogni elemento presente è studiato nei minimi dettagli, al fine di ricreare quell’unità tra arte e popolo tanto cara a Scharoun. Per questo motivo i suoi edifici si presentano come un luogo in cui cade qualunque divisione sociale, culturale, professionale e nei quali, per usare la terminologia scharouniana, “produttore” e “consumatore” smettono di opporsi, sono fisicamente vicini, partecipando entrambi all’evento musicale.

1. Fino al 1980 la facciata si presentava, al pari della struttura portante, in calcestruzzo armato. In quell’anno venne rivestita con pannelli di poliestere su lastre diamantate di alluminio anodizzato di color oro, in modo da creare un contrasto cromatico con il candore del tetto.

Bibliografia
Borsi, F.-G. K., König, Architettura dell’espressionismo, Genova, Scuola Grafica Don Bosco, 1967.
Leti Messina, V.-M., Taut-H., Lauterbach, Hans Scharoun, Roma, Officina Edizioni, 1969.
Marcianò, A.F., Hans Scharoun 1893-1972, Roma, Officina Edizioni, 1992.
Sassu, A., La Philharmonie di Hans Scharoun, Bari, Dedalo Libri, 1980.
Syring, E.-J.C., Kirschenmann, Scharoun, Koln, Taschen, 2004.
Zevi, B., La Philarmonie berlinese, in “Cronache di architettura”, Vol. V, n. 510, Bari, Laterza, 1971, pp. 250-254.