Il nuovo Homo oeconomicus.
Simona Morini
Simona Morini insegna teoria delle decisioni razionali e dei giochi alla Universita' IUAV di Venezia. Su Hevelius' webzine, ha pubblicato "Sbullono quindi sono" (ottobre 2009).
Simona Morini
Simona Morini insegna teoria delle decisioni razionali e dei giochi alla Universita' IUAV di Venezia. Su Hevelius' webzine, ha pubblicato "Sbullono quindi sono" (ottobre 2009).
“Quanto più uno si sforza e quanto più uno è in grado di ricercare il proprio utile [suum utile] [...], tanto più è dotato di virtù e, al contrario, in quanto uno trascura di conservare il proprio utile [...] in tanto egli è impotente” (1). Così suona la Proposizione XX della Parte IV dell’Etica di Spinoza, nucleo della derivazione del consorzio civile dalla tendenza razionale di ogni persona a perseguire ciò che le è più utile. Ma utile è parola sfortunata, a lungo fraintesa, bistrattata e impiegata spesso con superficialità nel dibattito filosofico e politico come nel linguaggio quotidiano. Bentham stesso, che pose il concetto al centro della sua riflessione teorica se ne lamentava, ma non seppe trovar di meglio.
L’Homo oeconomicus - il “massimizzatore dell’utilità” o, nella versione aggiornata proposta verso la metà del secolo scorso da John Harsanyi, il bayesiano “massimizzatore dell’utilità prevista” – non se la cava meglio, e a poco serve ricordare che non andrebbe inteso come “un obbiettivo politico da perseguire”, bensì come un “mero strumento di analisi” (2).
L’Homo oeconomicus - il “massimizzatore dell’utilità” o, nella versione aggiornata proposta verso la metà del secolo scorso da John Harsanyi, il bayesiano “massimizzatore dell’utilità prevista” – non se la cava meglio, e a poco serve ricordare che non andrebbe inteso come “un obbiettivo politico da perseguire”, bensì come un “mero strumento di analisi” (2).
John Harsanyi, matematico ed economista ungherese, vincitore, insieme a John Nash e Reinhard Selten, del Premio Nobel per l’economia ha proposto attorno alla metà del secolo scorso una teoria generale del comportamento razionale che mette l’individuo massimizzatore dell’utilita’, in quanto decisore, al centro dell’analisi economica e politica. Non si tratta di una scelta meramente filosofica o ideologica, anche se l’individualismo di Harsanyi è uno sviluppo della filosofia dell’utilitarismo classico e una potente alternativa al marxismo e a ogni altra filosofia “collettivistica”, ma soprattutto di una scelta metodologica che consente di migliorare e generalizzare la nostra comprensione dei valori e delle istituzioni, rendendo intellegibili le decisioni degli “agenti” sociali. Questo approccio “neoutilitarista” ha comportato una ridefinizione della nozione di utilità su cui è bene soffermarsi per evitare i comuni fraintendimenti a cui essa va spesso incontro.
Le “funzioni di utilità” usate in economia non sono altro che un modo di rappresentare matematicamente l’ordinamento delle preferenze degli individui. Tali funzioni assegnano valori - chiamati appunto “utili” (utils) - ai possibili esiti delle azioni tra cui un individuo può scegliere e la teoria prescrive di scegliere l’azione il cui esito massimizza la sua utilità (cioè quella il cui esito è preferito a tutti gli altri). L’utilità di cui si parla qui è ordinale, poiché esprime semplicemente l’informazione relativa all’ordinamento delle preferenze, senza curarsi della loro intensità. Per esempio, se nella funzione di utilità di Tizio è specificato che preferisce Magritte a Dalì e Dalì a Picasso, la sua funzione di utilità ordinale non rappresenta l’intensità delle sue preferenze, per cui le sue decisioni finali (se , poniamo, sta partecipando a un’asta) restano indifferenti al fatto che Tizio adori Magritte e detesti profondamente Dalì e Picasso, o che abbia solo una debole preferenza per Magritte rispetto agli altri due grandi pittori del Novecento. Ben diversa è una funzione di utilità cardinale che assegna dei numeri alle preferenze di un individuo; per esempio se Tizio dà il valore numerico 100 a Magritte e il valore 50 a Dalì, questo vuol dire che la sua preferenza per Magritte è il doppio di quella per Dalì. L’utilità ordinale non consente di confrontare l’utilità di un individuo con quella di un altro (come invece accadrebbe se si potesse confrontare il valore numerico 100 che Tizio assegna a Magritte con il valore numerico 20 che gli assegna Caio, il suo vicino all’asta): non permette cioè di operare confronti interpersonali di utilità che sono indispensabili in etica e, in particolare, nella definizione delle funzioni di benessere sociale. Stiamo qui parlando di etica come scelta impersonale e imparziale, cioe’ di decisioni sociali che devono essere prese mettendosi nei panni degli altri e tenendo conto delle loro preferenze.
L’utilità cardinale consente, inoltre, di estendere i modelli di decisione razionale alle decisioni in condizioni (di rischio e) di incertezza; trattandosi di numeri, infatti, si possono moltiplicare le utilità degli esiti delle varie azioni per la probabilità che si verifichino (ottenendo l’utilità previstaattesa della scelta) e definire la decisione razionale come massimizzazione dell’utilità prevista o attesa.
L’idea di ragione strumentale, di derivazione humeana, identificata con la capacità delle persone di adottare una linea d’azione che soddisfi le loro preferenze, è considerata la caratteristica dell’ Homo oeconomicus. Per il semplice fatto che assegna, nel senso sopra chiarito, degli utils alle preferenze, essa viene spesso confusa con quella dell’utilitarismo classico di Jeremy Bentham e di James Mill, rielaborato da John Stuart Mill. Qui si definiva l’utilità della società come massimizzazione dell’utilità media degli individui che la compongono (un concetto assente nella filosofia di David Hume, che si limitava alla teoria dell’utilità individuale) e si considerava l’utilità in modo edonistico, cioè come sinonimo o di piacere o di felicità (pur non essendo gli utilitaristi classici in grado di fornire un criterio di misura per questi “utili”, non disponendo della nozione di utilità cardinale).
Va tuttavia osservato che il termine utilità non è necessariamente sinonimo di piacere, ma rispecchia qualunque tipo di obbiettivo che ci dia soddisfazione. Come ha osservato Harsanyi, “l’errore davvero cruciale dell’edonismo consiste nel fatto che esso assume che tutto ciò che ci interessa siano i nostri stati mentali (anche se dovessimo estendere oltre il piacere e il dolore la lista di quelli pertinenti). E’ semplicemente un fatto che noi esseri umani abbiamo [...] desideri e preferenze trascendenti, e cioè desideri e preferenze che non sono diretti verso i nostri stati mentali, ma verso stati di cose del mondo esterno, siano essi fisici oppure relativi agli stati mentali di altre persone” (3). Così, alcuni possono desiderare la virtù, il bene dell’umanità, il lavoro, altri il libertinaggio, i soldi, il potere, lo status e così via. Né utilità è necessariamente sinonimo di felicità, in quanto l’utilità può essere indipendente dal raggiungimento dei nostri obbiettivi (per esempio, può derivare dal fatto stesso di perseguirli) e vi sono desideri (che Harsanyi chiama “strettamente trascendenti”) di cui “non possiamo sapere se si realizzeranno (o se si siano realizzati) o meno, o addirittura tali che non sperimenteremo mai i loro effetti causali poiché, al momento della loro realizzazione, per una ragione o per l’altra, non saremo presenti” (4). (E’ il caso, per esempio, di chi si preoccupa del benessere economico della sua famiglia dopo la propria morte, pur sapendo che non sarà lì a controllare che le cose siano andate come avrebbe voluto.) “Non è affatto sorprendente”, nota Harsanyi, “che la selezione naturale abbia dotato gli esseri umani di desideri e preferenze trascendenti, poiché è una caratteristica molto utile biologicamente essere interessati al mondo esterno e agli altri esseri umani e non esclusivamente a ciò che accade all’interno della nostra mente” (5).
Togliere l’utilità “dall’interno della nostra mente” consente non solo di dissipare equivoci, ma anche di rendere più potente il “calcolo” utilitaristico. Sarà opportuno a questo punto distinguere:
a) l’utilità secondo gli utilitaristi classici, intesa edonisticamente come sinonimo di “piacere” o “felicità”;
b) quella degli economisti tradizionali, intesa come ordinamento di preferenze;
c) quella dei più recenti modelli della teoria delle decisioni, intesa come utilità cardinale (che tiene conto anche di preferenze trascendenti).
Un elemento originale e progressivo del programma di Harsanyi è che c) costituisce un arricchimento di b) e consente di articolare il calcolo di a), quando l’idea di “massima felicità per il maggior numero” sia adeguatamente riqualificata come “funzione di benessere sociale”, definita in termini di media aritmetica delle utilità degli individui che compongono la società.
1. B. Spinoza, Etica, trad. it. Bompiani, Milano 2007, p.443
2. P.Savona, Il momento d’oro di John Staurt Mill, Luiss University Press, Roma 2006, p.37
3. John C. Harsanyi, “Individual utilities and utilitarian ethics”, in A. Diekmann e P.Mitter (a cura di) Paradoxical effects of Social Behavior, Physica-Verlag, 1986; trad.it. L’utilitarismo, p,57
4. L’utilitarismo, cit, p.57
5. ibid. p.57
Le “funzioni di utilità” usate in economia non sono altro che un modo di rappresentare matematicamente l’ordinamento delle preferenze degli individui. Tali funzioni assegnano valori - chiamati appunto “utili” (utils) - ai possibili esiti delle azioni tra cui un individuo può scegliere e la teoria prescrive di scegliere l’azione il cui esito massimizza la sua utilità (cioè quella il cui esito è preferito a tutti gli altri). L’utilità di cui si parla qui è ordinale, poiché esprime semplicemente l’informazione relativa all’ordinamento delle preferenze, senza curarsi della loro intensità. Per esempio, se nella funzione di utilità di Tizio è specificato che preferisce Magritte a Dalì e Dalì a Picasso, la sua funzione di utilità ordinale non rappresenta l’intensità delle sue preferenze, per cui le sue decisioni finali (se , poniamo, sta partecipando a un’asta) restano indifferenti al fatto che Tizio adori Magritte e detesti profondamente Dalì e Picasso, o che abbia solo una debole preferenza per Magritte rispetto agli altri due grandi pittori del Novecento. Ben diversa è una funzione di utilità cardinale che assegna dei numeri alle preferenze di un individuo; per esempio se Tizio dà il valore numerico 100 a Magritte e il valore 50 a Dalì, questo vuol dire che la sua preferenza per Magritte è il doppio di quella per Dalì. L’utilità ordinale non consente di confrontare l’utilità di un individuo con quella di un altro (come invece accadrebbe se si potesse confrontare il valore numerico 100 che Tizio assegna a Magritte con il valore numerico 20 che gli assegna Caio, il suo vicino all’asta): non permette cioè di operare confronti interpersonali di utilità che sono indispensabili in etica e, in particolare, nella definizione delle funzioni di benessere sociale. Stiamo qui parlando di etica come scelta impersonale e imparziale, cioe’ di decisioni sociali che devono essere prese mettendosi nei panni degli altri e tenendo conto delle loro preferenze.
L’utilità cardinale consente, inoltre, di estendere i modelli di decisione razionale alle decisioni in condizioni (di rischio e) di incertezza; trattandosi di numeri, infatti, si possono moltiplicare le utilità degli esiti delle varie azioni per la probabilità che si verifichino (ottenendo l’utilità previstaattesa della scelta) e definire la decisione razionale come massimizzazione dell’utilità prevista o attesa.
L’idea di ragione strumentale, di derivazione humeana, identificata con la capacità delle persone di adottare una linea d’azione che soddisfi le loro preferenze, è considerata la caratteristica dell’ Homo oeconomicus. Per il semplice fatto che assegna, nel senso sopra chiarito, degli utils alle preferenze, essa viene spesso confusa con quella dell’utilitarismo classico di Jeremy Bentham e di James Mill, rielaborato da John Stuart Mill. Qui si definiva l’utilità della società come massimizzazione dell’utilità media degli individui che la compongono (un concetto assente nella filosofia di David Hume, che si limitava alla teoria dell’utilità individuale) e si considerava l’utilità in modo edonistico, cioè come sinonimo o di piacere o di felicità (pur non essendo gli utilitaristi classici in grado di fornire un criterio di misura per questi “utili”, non disponendo della nozione di utilità cardinale).
Va tuttavia osservato che il termine utilità non è necessariamente sinonimo di piacere, ma rispecchia qualunque tipo di obbiettivo che ci dia soddisfazione. Come ha osservato Harsanyi, “l’errore davvero cruciale dell’edonismo consiste nel fatto che esso assume che tutto ciò che ci interessa siano i nostri stati mentali (anche se dovessimo estendere oltre il piacere e il dolore la lista di quelli pertinenti). E’ semplicemente un fatto che noi esseri umani abbiamo [...] desideri e preferenze trascendenti, e cioè desideri e preferenze che non sono diretti verso i nostri stati mentali, ma verso stati di cose del mondo esterno, siano essi fisici oppure relativi agli stati mentali di altre persone” (3). Così, alcuni possono desiderare la virtù, il bene dell’umanità, il lavoro, altri il libertinaggio, i soldi, il potere, lo status e così via. Né utilità è necessariamente sinonimo di felicità, in quanto l’utilità può essere indipendente dal raggiungimento dei nostri obbiettivi (per esempio, può derivare dal fatto stesso di perseguirli) e vi sono desideri (che Harsanyi chiama “strettamente trascendenti”) di cui “non possiamo sapere se si realizzeranno (o se si siano realizzati) o meno, o addirittura tali che non sperimenteremo mai i loro effetti causali poiché, al momento della loro realizzazione, per una ragione o per l’altra, non saremo presenti” (4). (E’ il caso, per esempio, di chi si preoccupa del benessere economico della sua famiglia dopo la propria morte, pur sapendo che non sarà lì a controllare che le cose siano andate come avrebbe voluto.) “Non è affatto sorprendente”, nota Harsanyi, “che la selezione naturale abbia dotato gli esseri umani di desideri e preferenze trascendenti, poiché è una caratteristica molto utile biologicamente essere interessati al mondo esterno e agli altri esseri umani e non esclusivamente a ciò che accade all’interno della nostra mente” (5).
Togliere l’utilità “dall’interno della nostra mente” consente non solo di dissipare equivoci, ma anche di rendere più potente il “calcolo” utilitaristico. Sarà opportuno a questo punto distinguere:
a) l’utilità secondo gli utilitaristi classici, intesa edonisticamente come sinonimo di “piacere” o “felicità”;
b) quella degli economisti tradizionali, intesa come ordinamento di preferenze;
c) quella dei più recenti modelli della teoria delle decisioni, intesa come utilità cardinale (che tiene conto anche di preferenze trascendenti).
Un elemento originale e progressivo del programma di Harsanyi è che c) costituisce un arricchimento di b) e consente di articolare il calcolo di a), quando l’idea di “massima felicità per il maggior numero” sia adeguatamente riqualificata come “funzione di benessere sociale”, definita in termini di media aritmetica delle utilità degli individui che compongono la società.
1. B. Spinoza, Etica, trad. it. Bompiani, Milano 2007, p.443
2. P.Savona, Il momento d’oro di John Staurt Mill, Luiss University Press, Roma 2006, p.37
3. John C. Harsanyi, “Individual utilities and utilitarian ethics”, in A. Diekmann e P.Mitter (a cura di) Paradoxical effects of Social Behavior, Physica-Verlag, 1986; trad.it. L’utilitarismo, p,57
4. L’utilitarismo, cit, p.57
5. ibid. p.57
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