Il dibattito tra evoluzionisti e antievoluzionisti nell’Università di Perugia.
Marco Maovaz, Bruno Romano
«Dalla creazione del Mondo … Anni 7056. Dal Diluvio universale … Anni 4816»: queste date, calcolate minuziosamente, precedevano il frontespizio dell’Annuario pontificio del 1860, la pubblicazione ufficiale dello Stato della Chiesa. Pochi mesi prima, esattamente il 24 novembre 1859, usciva la prima edizione di una monografia dal titolo interminabile: On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life, andata esaurita in un giorno nelle librerie londinesi. Entrambi questi fatti dovettero passare inosservati nella città di Perugia che, dopo la sanguinosa repressione pontificia del 1859, stava attraversando i «tredici mesi […] più lugubri» (1) della sua storia. Tuttavia, nel giro di pochi anni, nelle aule universitarie e nei salotti letterari cittadini i seguaci di Charles Darwin avrebbero contraddetto la desueta cronologia basata sulle Sacre Scritture. L’età della terra non fu l’unico dogma messo in discussione con la pubblicazione di Darwin: con la teoria dell’evoluzione si diede infatti per la prima volta una «spiegazione completamente naturale e storica della natura umana e animale» (2), demolendo il concetto di specie fisse create da una entità superiore e l’antropocentrismo del mondo naturale, con risvolti assimilabili, per le scienze della vita, a quelli della rivoluzione copernicana e galileiana. Visto retrospettivamente e nel lungo periodo, il dibattito tra evoluzionisti e antievoluzionisti fu l’ultimo e importante capitolo del conflitto tra materialismo e idealismo che aveva caratterizzato buona parte della storia della scienza e, nella sua variante perugina, avvenne in un periodo cruciale della vita cittadina, segnata dagli avvenimenti preunitari. Il dibattito assunse connotazioni politiche, ideologiche e religiose che testimoniano il graduale e impegnativo ammodernamento dell’Università nei primi venticinque anni di vita postunitaria. L’inserimento della città nel Regno d’Italia cominciò, com’è noto, il 14 settembre 1860, con l’ingresso dei bersaglieri sabaudi da Porta S. Antonio. Pochi giorni dopo, con l’arrivo di Gioacchino Napoleone Pepoli, commissario generale dell’Umbria, si cominciò a lavorare alla risistemazione dell’ateneo per «ampliare gli studi e armonizzarli con l’odierna cultura» (3). Il 24 ottobre venne cancellata la facoltà di teologia, a novembre fu riaperto l’ateneo ed istituite la cattedra di fisiologia e quella di medicina legale, il 16 dicembre l’Università venne dichiarata libera (cioè svincolata dall’autorità vescovile e dipendente dal Municipio). Contestualmente alla chiusura di teologia, Pepoli decise di riaprire la facoltà di scienze naturali e matematiche.
La circostanza ci interessa direttamente perché le discipline che subirono inizialmente l’influenza della teoria dell’evoluzione furono la geologia, la paleontologia e la zoologia; solo in un secondo tempo altre discipline, come la medicina e la botanica, subirono trasformazioni sostanziali. Gli insegnamenti scientifici a Perugia avevano subito numerosi cambiamenti nel periodo compreso tra la riforma giacobina del 1799 e l’annessione al Regno d’Italia. A fronte di insegnamenti stabili, come la fisica, la chimica e la botanica, altri insegnamenti, come la mineralogia, la zoologia e le scienze agrarie, avevano subito alterne vicende a seconda del governo in carica. Nella riforma degli studi del 1799 erano stati considerati, tra gli insegnamenti da aggiungere, quello di agricoltura e di storia naturale, ma la breve durata del governo repubblicano aveva impedito l’attuazione del progetto di ammodernamento. Le nuove cattedre di mineralogia - zoologia e di agraria vennero istituite nel 1810, durante il periodo napoleonico, e furono inserite in una effimera facoltà di fisica e matematica. Con la seconda restaurazione pontificia, nell’anno accademico 1814 – 15, i nuovi insegnamenti erano già stati cancellati. Solo con l’annessione al Regno d’Italia gli insegnamenti naturalistici vennero nuovamente ripristinati, su indicazione del commissario generale, nella rifondata facoltà di scienze naturali e matematiche. Pepoli non dovette andare lontano per trovare un docente di fisica aggiornato alle più recenti teorie: lo trovò a Perugia nella persona di Enrico Dal Pozzo Di Mombello.
Nato nel 1822 a Torino, Dal Pozzo era il cadetto di una famiglia della nobiltà piemontese obbligato dalle consuetudini sociali dell’epoca a prendere i voti nell’ordine dei Barnabiti. Nel 1857 era stato trasferito a Perugia per subire un processo da parte del Santo Uffizio, ed era stato condannato al carcere perpetuo per aver stampato, senza la licenza dei Superiori, alcuni suoi studi relativi alle scienze naturali. L’esperienza aveva fortemente segnato Dal Pozzo, che rinunciò ai voti e diventò un ‘anticlericale, mazziniano, repubblicano, positivista, materialista ed evoluzionista’ (4), quanto di più distante potesse esserci dai colleghi assunti durante il periodo pontificio. Dal Pozzo venne incaricato, pochi mesi dopo, anche dell’insegnamento della mineralogia e della zoologia e cominciò a tenere lezioni di geologia secondo le teorie che confermavano una cronologia della terra svincolata dalle Sacre Scritture. La natura ‘politica’ dell’assegnazione delle cattedre a Dal Pozzo diventa evidente, se la colleghiamo con quanto stava avvenendo nella capitale del Regno alla fine del 1861: per modernizzare l’ateneo torinese il ministro della pubblica istruzione Francesco De Sanctis aveva assegnato la cattedra di fisiologia ad una delle figure più discusse della medicina continentale, l’olandese Jacob Moleschott. Quest’ultimo era stato dieci anni prima uno dei protagonisti del Materialismusstreit, la lotta per il materialismo che aveva infiammato il mondo accademico tedesco. Moleschott e Dal Pozzo avevano numerosi punti in contatto: entrambi erano materialisti, progressisti e favorevoli al darwinismo.
Nel 1862 Dal Pozzo salutò l’arrivo del collega fisiologo con una prelezione dal titolo Il materialismo positivo: «annoverandomi uno della scuola da esso capitanata, godo che sia vicino a noi ardito e sapiente campione di una verità, la cui ignoranza ci tolse di poter ammirare finora le più perfette bellezze della natura» (5). Nel 1863 la storia si ripeté a Firenze dove Carlo Matteucci, nuovo ministro della pubblica istruzione, chiamò alla cattedra di fisiologia dell’Istituto di Studi Superiori il francofortese Moritz Schiff, «vessillifero del darwinismo» (6). Il 30 giugno del 1863 Dal Pozzo tenne una lezione intitolata L’uomo fossile, che costituì una novità per gli insegnamenti universitari per via di un suo lontano collegamento con la teoria di Darwin. Dal Pozzo citò le ricerche svolte dai geologi e paleontologi, dimostrando l’appartenenza dell’uomo «ad un’epoca anteriore alle alluvioni ultime» (7) e portò come esempio il ritrovamento, avvenuto in Francia nel marzo del 1863, di una mascella umana e alcuni strumenti litici da parte di Jacques Boucher de Perthes. Malgrado l’inattendibilità della scoperta citata, la lezione fu importante in quanto per la prima volta nell’ateneo si affermava l’antichità dell’uomo. Nel 1863 la teoria dell’evoluzione cominciò a circolare anche nei salotti letterari del capoluogo umbro; Marianna Florenzi Waddington, la filosofa ravennate trapiantata a Perugia, trattò la teoria dell’evoluzione nella sua monografia Filosofemi di cosmologia e di ontologia. Dopo tre anni la Florenzi tornò nuovamente a trattare la questione del darwinismo in questi termini: «i sostenitori della variabilità delle specie, o della teoria delle specie Darwiniane si fondano […] sull’unica origine della vita e sulla continuità delle produzioni naturali […] noi non revochiamo in dubbio né la continuità della vita, né conseguentemente la parentela che congiunge tutta la serie degli animali dal primo all’ultimo».
Il darwinismo diventò di interesse nazionale dopo che nel 1864 lo zoologo Filippo de Filippi, dalla sua cattedra di Torino, tenne una lezione dal titolo L’uomo e le scimie. De Filippi, che pure aveva cercato di conciliare la fede cristiana con la questione delle origini dell’uomo, venne attaccato duramente, ma il ghiaccio era ormai rotto e nello stesso anno venne pubblicata l’edizione italiana dell’Origine delle specie. Si formarono così due partiti scientifici, quello rivoluzionario «armato delle demolitrici teorie materialistiche» e quello conservatore «condannantesi ad una specie di immobilità» (8). Il rappresentante più illustre del partito conservatore a Perugia era il chimico e matematico Sebastiano Purgotti, nato a Cagli nel 1799.
Nel corso della sua carriera, Purgotti aveva dimostrato una certa apertura verso la chimica moderna, tanto da diventare un divulgatore della teoria atomica; per converso era ostile a qualsiasi novità nel campo delle scienze biologiche e naturali. Nel corso degli anni si era meritato la stima dei pontefici per la sua completa adesione alla politica culturale dello Stato della Chiesa. Anche politicamente la sua condotta non aveva mai dato adito a sospetti; durante i disordini del 1831, del 1848 e del 1859 si era sempre dimostrato fedele al papato. Purgotti cominciò a screditare indirettamente Dal Pozzo affermando che il «materialismo aveva per conseguenza l’ateismo» (9) e nel 1869 protestò pubblicamente contro il darwinismo. Il chimico marchigiano non poteva tollerare l’ipotesi di derivazione dell’uomo da un animale, tanto che propose la formazione di un nuovo regno naturale, separato da quello animale e da quello vegetale, e comprendente il solo genere umano. Le prime polemiche dirette tra Dal Pozzo e Purgotti iniziarono nel 1871 e coinvolsero, tra il 1879 e il 1881, anche gli allievi di Purgotti dopo la morte di quest’ultimo. Il fisico torinese accusò il chimico marchigiano di aver studiato le scienze col filtro della metafisica, piuttosto che secondo i principi della filosofia positiva e della scienza moderna. Quanto sosteneva Dal Pozzo non era poi tanto lontano dal vero, ma il problema fu che dichiarò queste tesi dopo il decesso del collega. In difesa dell’onore di Purgotti intervennero quattro suoi allievi: Giovanni Boschi, Giacomo Calderoni, Giuseppe Bellucci e Luigi Severini. Paradossalmente, Bellucci e Severini erano, insieme a Dal Pozzo, i docenti più illuminati e filoevoluzionisti dell’ateneo; Dal Pozzo lo sapeva e rivolto a Severini, essendo a conoscenza della sua intesa scientifica con l’evoluzionista Shiff, scrisse ironico: «vorrà egli dirmi che ha imparato più ne’ suoi studii e nel metodo di ragionare in biologia dal dogmatico Purgotti o dal positivista Schiff?» (10). Le celebrazioni in occasione della morte di Darwin potevano essere una occasione per appianare le posizioni tra Dal Pozzo e gli altri due professori, ma così non fu. Gli studenti e un comitato di cittadini organizzarono una commemorazione «dell’immortale Carlo Darwin» (11) per il 26 maggio 1882. Durante la commemorazione intervennero Giuseppe Bellucci e il docente di giurisprudenza Icilio Vanni, che si era interessato in quegli anni degli aspetti sociologici della teoria dell’evoluzione. Dal Pozzo pubblicò separatamente un opuscolo commemorativo dove ripercorse la storia dell’evoluzione partendo da Jean - Baptiste Lamarck, passando per Darwin e i suoi competitori, come Louis Agassiz, di cui espose dettagliatamente le teorie. A difesa della memoria di Sebastiano Purgotti era intervenuto nel 1879 anche un altro professore, il medico anatomista Vincenzo Santi, l’esempio più emblematico dell’impossibilità di rinnovamento della vecchia generazione. Durante l’insegnamento dell’anatomia umana, Santi si era distinto per il suo disinteresse nei confronti delle raccolte del gabinetto anatomico e nei confronti delle indagini microscopiche, che stavano rivoluzionando l’anatomia in quegli anni.
Le verifiche sperimentali e l’impostazione fisico - chimica della medicina moderna erano, agli occhi di questo medico perugino, perfettamente inutili, in quanto incapaci di penetrare i segreti dell’anima e di un non verificabile spirito vitale. A proposito della fisiologia, che aveva insegnato dal 1844 al 1860, scrisse, in una lettera al rettore, che: «qualche volta […] si solleva a questioni veramente sublimi, ma di niun vantaggio alla clinica» (12), dello stesso tenore furono le sue riflessioni su un trattato di zoologia, materia di cui fu professore dal 1866 al 1884: dopo avere esposto i caratteri dei corpi viventi con citazioni di San Tommaso d’Aquino scrisse, riguardo alla fecondazione, che «nell’uomo il generante non fa che predisporre l’uovicino a ricevere l’ultima forma dalla quale l’uomo ritrae la specie, vale a dire a ricevere l’anima spirituale, la quale non può da altri esser creata che dall’Onnipotenza divina» (13).
Il trattato di zoologia ebbe una buona critica sul periodico dei gesuiti “La civiltà cattolica”, ma venne indicato, forse per opera di un tipografo buontempone, non come Istituzioni di Zoologia e Anatomia comparata, ma come Istituzioni di Teologia. Santi cominciò a pubblicare opuscoli antievoluzionisti solo dopo il 1882, il primo dei quali in risposta alla commemorazione di Dal Pozzo. L’interpretazione della teoria dell’evoluzione in questi scritti è filtrata quasi esclusivamente attraverso le Sacre Scritture, la filosofia aristotelica e di San Tommaso e la visione del mondo di Dante. Va sottolineato che, tranne rare eccezioni, gli interventi degli antievoluzionisti italiani erano stati in genere mediocri, in quanto compilati da «filosofi, medici, letterati, giuristi e poligrafi d’ogni genere» (14); Santi si riteneva la persona più qualificata per affrontare un argomento che riteneva di sua «assoluta pertinenza» (15).
Una breve antologia di brani tratti dagli opuscoli del maggiore antievoluzionista perugino chiariranno meglio il suo pensiero: le dichiarazioni sull’antichità dell’uomo e della terra in contraddizione con la Genesi «non sono che sogni di cervelli inferiori» (16); in merito alla parentela tra uomini e primati, «Dante Alighieri, dimostrando, che l’intelletto è facoltà spirituale, cui il cervello non serve […] venne a provare, che l’uomo non può derivare dalla scimmia, perché la scimmia non ha l’intelletto […] Il Divino Poeta, non è a dirlo, vince in buon senso tutti i Darwinisti presenti passati e futuri» (17);
per quanto concerne i rapporti tra darwinismo e religione, «il Darwinismo poi, è la negazione di Dio, perché nega la creazione, la quale è l’opera propria di Dio. Ma in Dio l’operare e l’essere sono la stessa cosa. Dunque il Darwinismo negando l’operazione, nega l’Essere Divino» (18);
per concludere, sul carattere della scienza alla fine dell’Ottocento, «la scienza ancora si trova nel suo periodo metafisico, si fa della filosofia sempre, in cui la osservazione non entra mai, o se vi entra è quasi a dispetto per dar luogo a sofismi, e le teoriche vigenti si risolvono in una ginnastica di assurdi» (19).
Non desta meraviglia il fatto che Enrico Dal Pozzo non avesse mai voluto polemizzare direttamente con Vincenzo Santi; ci è rimasta tuttavia testimonianza delle considerazioni del fisico torinese sulle pubblicazioni del collega perugino, attraverso le annotazioni a margine da lui apposte negli opuscoli di Santi che, insieme al resto della biblioteca Dal Pozzo, vennero poi donati all’Università. I numerosi punti interrogativi segnati dall’ex barnabita non fanno che confermare la difficoltà di un dialogo tra due mondi ormai troppo distanti. Nell’anno accademico 1884 – 1885, Vincenzo Santi andò in pensione per raggiunti limiti di età e venne indetto il concorso per la cattedra di zoologia, anatomia e fisiologia comparata, rimasta vacante. L’autorevolezza della commissione, gli studi e le pubblicazioni dei candidati, la qualità degli elaborati prodotti e l’ininfluenza della preparazione filosofica nei giudizi dati ai concorrenti iscritti al concorso rimangono la più interessante testimonianza, a livello locale, della diffusione che l’evoluzionismo e la scienza moderna avevano avuto in un quarto di secolo. Ma la testimonianza più importante rimane il valore scientifico di Andrea Batelli, vincitore della cattedra: in soli dieci anni, questo naturalista originario di Volterra rifondò l’orto botanico e arricchì, come nessun altro prima di lui, le collezioni scientifiche dell’Università. Il processo di modernizzazione della scienza nell’ateneo fu, come si è visto, graduale e non mancarono, nelle file dei darwinisti, ombre e tentennamenti che meriterebbero un approfondimento. La teoria dell’evoluzione aveva tuttavia conferito importanza e dignità a molte discipline; col passaggio delle cattedre dalla vecchia generazione di professori pontifici ai nuovi docenti cresciuti nell’Italia liberale queste discipline trovarono infine dignità anche nell’Università di Perugia.
1. U. Ranieri di Sorbello, Perugia della bell’epoca: 1859 - 1915, Volumnia, Perugia, 1970, p. 26.
2. T. Pievani, Introduzione alla filosofia della biologia, Laterza, Roma – Bari, 2005, p. 3.
3. G. Ermini, Storia dell’Università, op. cit., p. 697.
4. Cfr. L. Brizi, Per il professore Enrico Dal Pozzo, op. cit., pp. 15 – 22.
5. E. Dal Pozzo di Mombello, Il materialismo positivo: Prolusione al corso di fisica sperimentale nella Università libera di Perugia, Tip. V. Santucci, Perugia, 1862, p. 24.
6. G. Cosmacini, Storia della medicina, op. cit., pp. 327 – 331.
7. F. Selmi, L’uomo fossile; lezione detta il 30 giugno 1863 nell’Università libera di Perugia dal Professore Enrico Dal Pozzo di Mombello, in “Rivista contemporanea”, vol. XXXIV, anno 11, 1863, pp. 462 – 463.
8. Le definizioni, risalenti al 1867, sono del botanico Federico Delpino, G. Landucci, Darwinismo a Firenze, op. cit., p. 84.
9. E. Dal Pozzo di Mombello, La natura: per l'inaugurazione dell'anno scolastico 1869 - 70 nella libera Università di Perugia: discorso, Sgariglia, Foligno, 1869, p. 60.
10. E. Dal Pozzo di Mombello, Sebastiano Purgotti: Polemica, Firenze, 1879, p. 8.
11. Una copia dell’invito a stampa è in: Archivio di Stato di Perugia, Fondo A.S.C.P., Amministrativo 1871 – 1953, busta n. 71, fascicolo Darwin Carlo Commemorazione.
12. AU, 1878 I, Lettera di Vincenzo Santi al rettore Giovanni Pennacchi, Perugia, 29 marzo 1878.
13. V. Santi, Istituzioni di Zoologia e Anatomia comparata, Tip. V. Santucci, Perugia, 1874, pp. 68 – 69.
14. G. Pancaldi, Charles Darwin, op. cit., p. 167.
15. V. Santi, Carlo Darwin, op. cit., p. 11.
16. Biblioteca Augusta di Perugia, MS 3072, Vincenzo Santi, Cosmogonia.
17. V. Santi, Rodolfo Wirchow, op. cit., p. 4.
18. Ivi, p. 16.
19. V. Santi, Il darwinismo e la biologia, op. cit., pp. 3 – 4.
«Dalla creazione del Mondo … Anni 7056. Dal Diluvio universale … Anni 4816»: queste date, calcolate minuziosamente, precedevano il frontespizio dell’Annuario pontificio del 1860, la pubblicazione ufficiale dello Stato della Chiesa. Pochi mesi prima, esattamente il 24 novembre 1859, usciva la prima edizione di una monografia dal titolo interminabile: On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life, andata esaurita in un giorno nelle librerie londinesi. Entrambi questi fatti dovettero passare inosservati nella città di Perugia che, dopo la sanguinosa repressione pontificia del 1859, stava attraversando i «tredici mesi […] più lugubri» (1) della sua storia. Tuttavia, nel giro di pochi anni, nelle aule universitarie e nei salotti letterari cittadini i seguaci di Charles Darwin avrebbero contraddetto la desueta cronologia basata sulle Sacre Scritture. L’età della terra non fu l’unico dogma messo in discussione con la pubblicazione di Darwin: con la teoria dell’evoluzione si diede infatti per la prima volta una «spiegazione completamente naturale e storica della natura umana e animale» (2), demolendo il concetto di specie fisse create da una entità superiore e l’antropocentrismo del mondo naturale, con risvolti assimilabili, per le scienze della vita, a quelli della rivoluzione copernicana e galileiana. Visto retrospettivamente e nel lungo periodo, il dibattito tra evoluzionisti e antievoluzionisti fu l’ultimo e importante capitolo del conflitto tra materialismo e idealismo che aveva caratterizzato buona parte della storia della scienza e, nella sua variante perugina, avvenne in un periodo cruciale della vita cittadina, segnata dagli avvenimenti preunitari. Il dibattito assunse connotazioni politiche, ideologiche e religiose che testimoniano il graduale e impegnativo ammodernamento dell’Università nei primi venticinque anni di vita postunitaria. L’inserimento della città nel Regno d’Italia cominciò, com’è noto, il 14 settembre 1860, con l’ingresso dei bersaglieri sabaudi da Porta S. Antonio. Pochi giorni dopo, con l’arrivo di Gioacchino Napoleone Pepoli, commissario generale dell’Umbria, si cominciò a lavorare alla risistemazione dell’ateneo per «ampliare gli studi e armonizzarli con l’odierna cultura» (3). Il 24 ottobre venne cancellata la facoltà di teologia, a novembre fu riaperto l’ateneo ed istituite la cattedra di fisiologia e quella di medicina legale, il 16 dicembre l’Università venne dichiarata libera (cioè svincolata dall’autorità vescovile e dipendente dal Municipio). Contestualmente alla chiusura di teologia, Pepoli decise di riaprire la facoltà di scienze naturali e matematiche.
La circostanza ci interessa direttamente perché le discipline che subirono inizialmente l’influenza della teoria dell’evoluzione furono la geologia, la paleontologia e la zoologia; solo in un secondo tempo altre discipline, come la medicina e la botanica, subirono trasformazioni sostanziali. Gli insegnamenti scientifici a Perugia avevano subito numerosi cambiamenti nel periodo compreso tra la riforma giacobina del 1799 e l’annessione al Regno d’Italia. A fronte di insegnamenti stabili, come la fisica, la chimica e la botanica, altri insegnamenti, come la mineralogia, la zoologia e le scienze agrarie, avevano subito alterne vicende a seconda del governo in carica. Nella riforma degli studi del 1799 erano stati considerati, tra gli insegnamenti da aggiungere, quello di agricoltura e di storia naturale, ma la breve durata del governo repubblicano aveva impedito l’attuazione del progetto di ammodernamento. Le nuove cattedre di mineralogia - zoologia e di agraria vennero istituite nel 1810, durante il periodo napoleonico, e furono inserite in una effimera facoltà di fisica e matematica. Con la seconda restaurazione pontificia, nell’anno accademico 1814 – 15, i nuovi insegnamenti erano già stati cancellati. Solo con l’annessione al Regno d’Italia gli insegnamenti naturalistici vennero nuovamente ripristinati, su indicazione del commissario generale, nella rifondata facoltà di scienze naturali e matematiche. Pepoli non dovette andare lontano per trovare un docente di fisica aggiornato alle più recenti teorie: lo trovò a Perugia nella persona di Enrico Dal Pozzo Di Mombello.
Nato nel 1822 a Torino, Dal Pozzo era il cadetto di una famiglia della nobiltà piemontese obbligato dalle consuetudini sociali dell’epoca a prendere i voti nell’ordine dei Barnabiti. Nel 1857 era stato trasferito a Perugia per subire un processo da parte del Santo Uffizio, ed era stato condannato al carcere perpetuo per aver stampato, senza la licenza dei Superiori, alcuni suoi studi relativi alle scienze naturali. L’esperienza aveva fortemente segnato Dal Pozzo, che rinunciò ai voti e diventò un ‘anticlericale, mazziniano, repubblicano, positivista, materialista ed evoluzionista’ (4), quanto di più distante potesse esserci dai colleghi assunti durante il periodo pontificio. Dal Pozzo venne incaricato, pochi mesi dopo, anche dell’insegnamento della mineralogia e della zoologia e cominciò a tenere lezioni di geologia secondo le teorie che confermavano una cronologia della terra svincolata dalle Sacre Scritture. La natura ‘politica’ dell’assegnazione delle cattedre a Dal Pozzo diventa evidente, se la colleghiamo con quanto stava avvenendo nella capitale del Regno alla fine del 1861: per modernizzare l’ateneo torinese il ministro della pubblica istruzione Francesco De Sanctis aveva assegnato la cattedra di fisiologia ad una delle figure più discusse della medicina continentale, l’olandese Jacob Moleschott. Quest’ultimo era stato dieci anni prima uno dei protagonisti del Materialismusstreit, la lotta per il materialismo che aveva infiammato il mondo accademico tedesco. Moleschott e Dal Pozzo avevano numerosi punti in contatto: entrambi erano materialisti, progressisti e favorevoli al darwinismo.
Nel 1862 Dal Pozzo salutò l’arrivo del collega fisiologo con una prelezione dal titolo Il materialismo positivo: «annoverandomi uno della scuola da esso capitanata, godo che sia vicino a noi ardito e sapiente campione di una verità, la cui ignoranza ci tolse di poter ammirare finora le più perfette bellezze della natura» (5). Nel 1863 la storia si ripeté a Firenze dove Carlo Matteucci, nuovo ministro della pubblica istruzione, chiamò alla cattedra di fisiologia dell’Istituto di Studi Superiori il francofortese Moritz Schiff, «vessillifero del darwinismo» (6). Il 30 giugno del 1863 Dal Pozzo tenne una lezione intitolata L’uomo fossile, che costituì una novità per gli insegnamenti universitari per via di un suo lontano collegamento con la teoria di Darwin. Dal Pozzo citò le ricerche svolte dai geologi e paleontologi, dimostrando l’appartenenza dell’uomo «ad un’epoca anteriore alle alluvioni ultime» (7) e portò come esempio il ritrovamento, avvenuto in Francia nel marzo del 1863, di una mascella umana e alcuni strumenti litici da parte di Jacques Boucher de Perthes. Malgrado l’inattendibilità della scoperta citata, la lezione fu importante in quanto per la prima volta nell’ateneo si affermava l’antichità dell’uomo. Nel 1863 la teoria dell’evoluzione cominciò a circolare anche nei salotti letterari del capoluogo umbro; Marianna Florenzi Waddington, la filosofa ravennate trapiantata a Perugia, trattò la teoria dell’evoluzione nella sua monografia Filosofemi di cosmologia e di ontologia. Dopo tre anni la Florenzi tornò nuovamente a trattare la questione del darwinismo in questi termini: «i sostenitori della variabilità delle specie, o della teoria delle specie Darwiniane si fondano […] sull’unica origine della vita e sulla continuità delle produzioni naturali […] noi non revochiamo in dubbio né la continuità della vita, né conseguentemente la parentela che congiunge tutta la serie degli animali dal primo all’ultimo».
Il darwinismo diventò di interesse nazionale dopo che nel 1864 lo zoologo Filippo de Filippi, dalla sua cattedra di Torino, tenne una lezione dal titolo L’uomo e le scimie. De Filippi, che pure aveva cercato di conciliare la fede cristiana con la questione delle origini dell’uomo, venne attaccato duramente, ma il ghiaccio era ormai rotto e nello stesso anno venne pubblicata l’edizione italiana dell’Origine delle specie. Si formarono così due partiti scientifici, quello rivoluzionario «armato delle demolitrici teorie materialistiche» e quello conservatore «condannantesi ad una specie di immobilità» (8). Il rappresentante più illustre del partito conservatore a Perugia era il chimico e matematico Sebastiano Purgotti, nato a Cagli nel 1799.
Nel corso della sua carriera, Purgotti aveva dimostrato una certa apertura verso la chimica moderna, tanto da diventare un divulgatore della teoria atomica; per converso era ostile a qualsiasi novità nel campo delle scienze biologiche e naturali. Nel corso degli anni si era meritato la stima dei pontefici per la sua completa adesione alla politica culturale dello Stato della Chiesa. Anche politicamente la sua condotta non aveva mai dato adito a sospetti; durante i disordini del 1831, del 1848 e del 1859 si era sempre dimostrato fedele al papato. Purgotti cominciò a screditare indirettamente Dal Pozzo affermando che il «materialismo aveva per conseguenza l’ateismo» (9) e nel 1869 protestò pubblicamente contro il darwinismo. Il chimico marchigiano non poteva tollerare l’ipotesi di derivazione dell’uomo da un animale, tanto che propose la formazione di un nuovo regno naturale, separato da quello animale e da quello vegetale, e comprendente il solo genere umano. Le prime polemiche dirette tra Dal Pozzo e Purgotti iniziarono nel 1871 e coinvolsero, tra il 1879 e il 1881, anche gli allievi di Purgotti dopo la morte di quest’ultimo. Il fisico torinese accusò il chimico marchigiano di aver studiato le scienze col filtro della metafisica, piuttosto che secondo i principi della filosofia positiva e della scienza moderna. Quanto sosteneva Dal Pozzo non era poi tanto lontano dal vero, ma il problema fu che dichiarò queste tesi dopo il decesso del collega. In difesa dell’onore di Purgotti intervennero quattro suoi allievi: Giovanni Boschi, Giacomo Calderoni, Giuseppe Bellucci e Luigi Severini. Paradossalmente, Bellucci e Severini erano, insieme a Dal Pozzo, i docenti più illuminati e filoevoluzionisti dell’ateneo; Dal Pozzo lo sapeva e rivolto a Severini, essendo a conoscenza della sua intesa scientifica con l’evoluzionista Shiff, scrisse ironico: «vorrà egli dirmi che ha imparato più ne’ suoi studii e nel metodo di ragionare in biologia dal dogmatico Purgotti o dal positivista Schiff?» (10). Le celebrazioni in occasione della morte di Darwin potevano essere una occasione per appianare le posizioni tra Dal Pozzo e gli altri due professori, ma così non fu. Gli studenti e un comitato di cittadini organizzarono una commemorazione «dell’immortale Carlo Darwin» (11) per il 26 maggio 1882. Durante la commemorazione intervennero Giuseppe Bellucci e il docente di giurisprudenza Icilio Vanni, che si era interessato in quegli anni degli aspetti sociologici della teoria dell’evoluzione. Dal Pozzo pubblicò separatamente un opuscolo commemorativo dove ripercorse la storia dell’evoluzione partendo da Jean - Baptiste Lamarck, passando per Darwin e i suoi competitori, come Louis Agassiz, di cui espose dettagliatamente le teorie. A difesa della memoria di Sebastiano Purgotti era intervenuto nel 1879 anche un altro professore, il medico anatomista Vincenzo Santi, l’esempio più emblematico dell’impossibilità di rinnovamento della vecchia generazione. Durante l’insegnamento dell’anatomia umana, Santi si era distinto per il suo disinteresse nei confronti delle raccolte del gabinetto anatomico e nei confronti delle indagini microscopiche, che stavano rivoluzionando l’anatomia in quegli anni.
Le verifiche sperimentali e l’impostazione fisico - chimica della medicina moderna erano, agli occhi di questo medico perugino, perfettamente inutili, in quanto incapaci di penetrare i segreti dell’anima e di un non verificabile spirito vitale. A proposito della fisiologia, che aveva insegnato dal 1844 al 1860, scrisse, in una lettera al rettore, che: «qualche volta […] si solleva a questioni veramente sublimi, ma di niun vantaggio alla clinica» (12), dello stesso tenore furono le sue riflessioni su un trattato di zoologia, materia di cui fu professore dal 1866 al 1884: dopo avere esposto i caratteri dei corpi viventi con citazioni di San Tommaso d’Aquino scrisse, riguardo alla fecondazione, che «nell’uomo il generante non fa che predisporre l’uovicino a ricevere l’ultima forma dalla quale l’uomo ritrae la specie, vale a dire a ricevere l’anima spirituale, la quale non può da altri esser creata che dall’Onnipotenza divina» (13).
Il trattato di zoologia ebbe una buona critica sul periodico dei gesuiti “La civiltà cattolica”, ma venne indicato, forse per opera di un tipografo buontempone, non come Istituzioni di Zoologia e Anatomia comparata, ma come Istituzioni di Teologia. Santi cominciò a pubblicare opuscoli antievoluzionisti solo dopo il 1882, il primo dei quali in risposta alla commemorazione di Dal Pozzo. L’interpretazione della teoria dell’evoluzione in questi scritti è filtrata quasi esclusivamente attraverso le Sacre Scritture, la filosofia aristotelica e di San Tommaso e la visione del mondo di Dante. Va sottolineato che, tranne rare eccezioni, gli interventi degli antievoluzionisti italiani erano stati in genere mediocri, in quanto compilati da «filosofi, medici, letterati, giuristi e poligrafi d’ogni genere» (14); Santi si riteneva la persona più qualificata per affrontare un argomento che riteneva di sua «assoluta pertinenza» (15).
Una breve antologia di brani tratti dagli opuscoli del maggiore antievoluzionista perugino chiariranno meglio il suo pensiero: le dichiarazioni sull’antichità dell’uomo e della terra in contraddizione con la Genesi «non sono che sogni di cervelli inferiori» (16); in merito alla parentela tra uomini e primati, «Dante Alighieri, dimostrando, che l’intelletto è facoltà spirituale, cui il cervello non serve […] venne a provare, che l’uomo non può derivare dalla scimmia, perché la scimmia non ha l’intelletto […] Il Divino Poeta, non è a dirlo, vince in buon senso tutti i Darwinisti presenti passati e futuri» (17);
per quanto concerne i rapporti tra darwinismo e religione, «il Darwinismo poi, è la negazione di Dio, perché nega la creazione, la quale è l’opera propria di Dio. Ma in Dio l’operare e l’essere sono la stessa cosa. Dunque il Darwinismo negando l’operazione, nega l’Essere Divino» (18);
per concludere, sul carattere della scienza alla fine dell’Ottocento, «la scienza ancora si trova nel suo periodo metafisico, si fa della filosofia sempre, in cui la osservazione non entra mai, o se vi entra è quasi a dispetto per dar luogo a sofismi, e le teoriche vigenti si risolvono in una ginnastica di assurdi» (19).
Non desta meraviglia il fatto che Enrico Dal Pozzo non avesse mai voluto polemizzare direttamente con Vincenzo Santi; ci è rimasta tuttavia testimonianza delle considerazioni del fisico torinese sulle pubblicazioni del collega perugino, attraverso le annotazioni a margine da lui apposte negli opuscoli di Santi che, insieme al resto della biblioteca Dal Pozzo, vennero poi donati all’Università. I numerosi punti interrogativi segnati dall’ex barnabita non fanno che confermare la difficoltà di un dialogo tra due mondi ormai troppo distanti. Nell’anno accademico 1884 – 1885, Vincenzo Santi andò in pensione per raggiunti limiti di età e venne indetto il concorso per la cattedra di zoologia, anatomia e fisiologia comparata, rimasta vacante. L’autorevolezza della commissione, gli studi e le pubblicazioni dei candidati, la qualità degli elaborati prodotti e l’ininfluenza della preparazione filosofica nei giudizi dati ai concorrenti iscritti al concorso rimangono la più interessante testimonianza, a livello locale, della diffusione che l’evoluzionismo e la scienza moderna avevano avuto in un quarto di secolo. Ma la testimonianza più importante rimane il valore scientifico di Andrea Batelli, vincitore della cattedra: in soli dieci anni, questo naturalista originario di Volterra rifondò l’orto botanico e arricchì, come nessun altro prima di lui, le collezioni scientifiche dell’Università. Il processo di modernizzazione della scienza nell’ateneo fu, come si è visto, graduale e non mancarono, nelle file dei darwinisti, ombre e tentennamenti che meriterebbero un approfondimento. La teoria dell’evoluzione aveva tuttavia conferito importanza e dignità a molte discipline; col passaggio delle cattedre dalla vecchia generazione di professori pontifici ai nuovi docenti cresciuti nell’Italia liberale queste discipline trovarono infine dignità anche nell’Università di Perugia.
1. U. Ranieri di Sorbello, Perugia della bell’epoca: 1859 - 1915, Volumnia, Perugia, 1970, p. 26.
2. T. Pievani, Introduzione alla filosofia della biologia, Laterza, Roma – Bari, 2005, p. 3.
3. G. Ermini, Storia dell’Università, op. cit., p. 697.
4. Cfr. L. Brizi, Per il professore Enrico Dal Pozzo, op. cit., pp. 15 – 22.
5. E. Dal Pozzo di Mombello, Il materialismo positivo: Prolusione al corso di fisica sperimentale nella Università libera di Perugia, Tip. V. Santucci, Perugia, 1862, p. 24.
6. G. Cosmacini, Storia della medicina, op. cit., pp. 327 – 331.
7. F. Selmi, L’uomo fossile; lezione detta il 30 giugno 1863 nell’Università libera di Perugia dal Professore Enrico Dal Pozzo di Mombello, in “Rivista contemporanea”, vol. XXXIV, anno 11, 1863, pp. 462 – 463.
8. Le definizioni, risalenti al 1867, sono del botanico Federico Delpino, G. Landucci, Darwinismo a Firenze, op. cit., p. 84.
9. E. Dal Pozzo di Mombello, La natura: per l'inaugurazione dell'anno scolastico 1869 - 70 nella libera Università di Perugia: discorso, Sgariglia, Foligno, 1869, p. 60.
10. E. Dal Pozzo di Mombello, Sebastiano Purgotti: Polemica, Firenze, 1879, p. 8.
11. Una copia dell’invito a stampa è in: Archivio di Stato di Perugia, Fondo A.S.C.P., Amministrativo 1871 – 1953, busta n. 71, fascicolo Darwin Carlo Commemorazione.
12. AU, 1878 I, Lettera di Vincenzo Santi al rettore Giovanni Pennacchi, Perugia, 29 marzo 1878.
13. V. Santi, Istituzioni di Zoologia e Anatomia comparata, Tip. V. Santucci, Perugia, 1874, pp. 68 – 69.
14. G. Pancaldi, Charles Darwin, op. cit., p. 167.
15. V. Santi, Carlo Darwin, op. cit., p. 11.
16. Biblioteca Augusta di Perugia, MS 3072, Vincenzo Santi, Cosmogonia.
17. V. Santi, Rodolfo Wirchow, op. cit., p. 4.
18. Ivi, p. 16.
19. V. Santi, Il darwinismo e la biologia, op. cit., pp. 3 – 4.
Vuoi sapere quando pubblicheremo un nuovo capitolo della webzine?
Iscriviti alla mailing list di Hevelius
IL TEMPO E IL FINE
Marzo 2010
- Premio di laurea "Sergio Rotili"Travi composte acciaio-calcestruzzo.
- Alessandro FloraLeggerezza e rapidità.
- Luigina De SantisCostruire l'ozio.
- Marco Maovaz, Bruno RomanoIl dibattito su Darwin all'Università di Perugia (1860-1880).
- Laura CannarileL'arte della scagliola a Carpi.
- Simona MoriniIl nuovo Homo oeconomicus.
- Guido Chiesura1835: Darwin e il terremoto del Cile.
