Costruire l'ozio.

Luigina De Santis


Il titolo, quasi un ossimoro, ben rende la complessità della costruzione e il suo fare inscritto tra mente e mano. Otium è il termine con cui i romani traducono il greco scholé, che significa riposo e quiete. E' il tempo liberato allo studio e alla riflessione e, poi, anche la scuola come elaborazione di teorie e condivisione di pensieri. Un livello di 'astrazione' molto distante dall'urgenza della concretezza produttiva e dalla specializzazione del sapere tecnico, che si vuole mirato ed effettuale, e ormai estraneo alla stessa scuola che – ai vari livelli e soprattutto a quello universitario – si è modellata sull'idea di una presunta professionalizzazione dell'apprendimento. Alla base, il pensiero del nostro tempo che identifica l'essere nel divenire senza fine del mondo e vede nella tecnica la forma suprema del divenire. E' l'ideologia di fondo della modernità - le “sorti magnifiche e progressive dell'umanità” professate dall'illuminismo – che, sia pur moralizzata socialmente dal marxismo, indebolita dal post-modern o irrigimentata nella sostenibilità ecologista, mai ha messo veramente in crisi il principio della crescita illimitata né la visione prometeica dell'uomo padrone e dominatore della natura grazie alla tecnica. Dall'homo faber all'homo tecnicus... l'uomo è centro di forza cosciente, capace di organizzare mezzi in vista della produzione di scopi, e la tecnica potenzia indefinitamente questo potere.
Ma quanto accaduto nell'ultimo decennio - il crollo delle Torri Gemelle e il recente crepuscolo dell'economia - non ci rivela che anche il 'paradiso della tecnica' ha le sue ombre e che occorre “educare alla veglia” sì da attrezzarci a fronteggiare i problemi? E l'esser vigili non viene dalla consapevolezza del senso profondo del mondo attuale, che, effranti i limiti e le leggi che di volta in volta religioni e ideologie opponevano alla ybris della tecnica, si scopre inquieto e insicuro e ancora vive lo scontro - che è tensione e legame insieme - tra l'unitarietà del passato e la continuità delle sue tradizioni e la frammentarietà dell'oggi e l'incertezza del futuro?
Decrescita, sostenibilità, no logo, glocalizzazione... sono i nuovi modi di ripensare il mondo e le sue dinamiche di sviluppo, mettendo in questione saperi polverizzati e senza memoria e dialogando con gli irrisolti grumi di inattualità che il rumore dell'attualità, con le sue innovazioni continue, nasconde. Lo scarto e la vicinanza che definiscono il nostro presente implicano un legame segreto con l'arcaico e perciò l'accesso al suo senso non può prescindere dall'archeologia.
L'arché del costruire, l'etimologia - che vuole architetto 'chi dispone della tecnica' (archôs tôn technôn) o 'chi dirige i tecnici' (archôs tôn technichôn): chi governa il processo costruttivo, dall'ideazione alla realizzazione, in virtù dell'autorità conferitagli dal suo sapere – e la teoria formalizzata nei trattati, ci dicono di una complessità irriducibile alla specializzazione pratica. L'idea di architetto – il costruttore dell'antichità poi differenziato dall'ingegnere agli albori del processo di specializzazione dei saperi, con la nascita dell'Ecole des pontes et chaussées nel 1747 - come 'tuttologo' è di fatto cooriginaria alla stessa architettura. Nel De Architectura (I sec. a.C.), Vitruvio delinea la figura professionale dell’architetto, sottolineando che necessita di fabricaratiocinatio (conoscenze teoriche). Gli è richiesta una conoscenza delle più vaste: deve possedere capacità letterarie per poter “lasciare con spiegazioni scritte un durevole ricordo”; deve saper disegnare bene e padroneggiare la geometria per rappresentare e concepire progetti validi; deve conoscere le leggi ottiche per una giusta resa della luce; necessita di cognizioni aritmetiche per il calcolo delle spese e per lo studio delle proporzioni; di nozioni storiche per comprendere l’arte dell’ornamento e la sua rilevanza; di concetti filosofici per dar spessore alla sua immagine; di conoscenze musicali necessarie a creare campi di tensione nelle macchine di assalto ed indispensabili alla costruzione di teatri; di nozioni di medicina per edificare secondo criteri igienici e conformi al clima; né deve ignorare il diritto edilizio e l’astronomia… In sintesi, per essere in grado di costruire, dovrà avere ingenium, disciplina, opus e ratiocinatio.
(cognizioni pratiche) e di
L’architettura, dunque, si fonda su un doppio statuto: quello 'concreto' della costruzione di oggetti, e quello 'teorico' della costruzione del loro senso. Tutto questo, quando il lavoro dell’architetto non ancora è considerato 'intellettuale', perché svolto soprattutto in cantiere. Solo a partire dal Rinascimento l’architetto non parteciperà direttamente alla produzione di edifici, ma lavorerà sui modelli, per produrre non case, ma progetti di case… o loro simulacri, come avviene oggi per la digital architecture. E qui entra in gioco un terzo statuto, quello della 'rappresentazione', nel duplice senso di strumentazione tecnica per l’elaborazione progettuale e di relazione tra 'parole' e 'cose', ovvero di trasposizione o 'traduzione' dell’idea nella cosa costruita (o, all’inverso, di interpretazione della cosa e sua traduzione in parole).
Se già il 'tripode' vitruviano è in effetti un millepiedi, come tenere insieme questa molteplicità? Non si può non considerare la teoria e la sua capacità di sintesi: il suo 'guidare lo sguardo' sul sapere per 'mettere a fuoco' relazioni e nessi. Le 'metafore visive' sono volute, in riferimento all’etimologia del termine composto di théa (vista, osservazione, aspetto, contemplazione) e di oráo (guardo, vedo), a suggerire l’idea di una sorta di raddoppiamento della vista: un 'saper vedere' indotto dalla consapevole regolazione dello sguardo, dalla possibilità preziosa di abbassare le palpebre (che, ad esempio, manca all’ape, con i suoi occhi scleroftalmici, paradigma filosofico della produzione, da Aristotele a Marx) e chiudere gli occhi di fronte all’urgenza di un fare tutto rivolto alla specifica soluzione di obiettivi determinati, per riflettere sul suo senso, per interrogarne presupposti e processi, per 'imparare a sapere' e 'saper-imparare'.
La distanza come riserva di profondità, l'ozio come costruzione del senso, la riflessione come guida alla produzione... siamo distanti dalla semplice concretezza produttiva. Citando Hanna Arendt e la distinzione tra labor, werk e action, articolata in Vita Activa, - dove labor implica il ricambio organico tra uomo e natura, werk la produzione di un mondo artificiale di cose, action un fare plurale che partecipa dell’intero mondo – non possiamo che definire l’architettura come action, agire nel senso più originario, che implica un’iniziativa: un mettere insieme dei mezzi in vista di un fine, che presuppone un progetto e un‘inquietudine.
La differenza tra animal laborans, che, quasi bestia da soma, fatica per garantirsi la sopravvivenza materiale, e homo faber, artefice e creatore, è ripensata e ricomposta da Richard Sennet, allievo di Hanna Arendt, in The Craftsman, pubblicato nel 2008 e tradotto in Italia nel 2009. La figura dell'uomo artigiano è agita come antidoto al modello globalizzato della produzione settoriale e del sapere specialistico. Il suo lavoro, fare manuale per eccellenza, è comunque mosso dal pensiero: accorda la volontà di vita dell'animale con la virtus infuturante dell'animale-uomo in una techné
capace di disporre e di tessere, di produrre cioè secondo un proprio ordine.
Craft è l'arte, il mestiere, la tecnica. La 'maestria' di un lavoro ben fatto, frutto di competenza e impegno, esercizio e sperimentazione: testa e mano all'opera a manipolare materiali e rendere più facile la vita, mosse da necessità e ispirate da occasioni. Ars lo dicevano i latini, epurando la techné greca della dimensione enfatica della produzione entusiastica per privilegiare l'astuzia della mêtis. La radice indoeuropea *ar-, che significa 'ordine', è comune anche a artus e ritus, a sottolineare la ripetitività dei gesti, la fedeltà alle regole, la familiarità dell'esercizio. E' la ripetizione di tecniche e procedure che diventa mestiere e può poi rinnovarsi con salti intuitivi e soluzioni originali, consapevole del legame tra mezzi e fini. Fare buon uso della contingenza e dei vincoli. Individuare i problemi per porli in questione e 'scioglierli', magari ampliandone il senso, interrogarsi non solo su come si fa, ma anche sul suo perché, chiedendosi responsabilmente qual'è il mondo cui si vuole contribuire a dar vita... questo il senso del lavoro artigiano.
Il paradigma è individuato in Efesto, il fabbro zoppo che, chiuso nella sua fucina, cesella instancabilmente gioielli e armi, scudi e trappole. Il ritmo del suo passo claudicante e il battito cadenzato del suo martello dicono il tempo lungo di un lavoro di aggiustamenti pazienti e di rifacimenti meticolosi, necessario perché l'idea sedimentandosi maturi e si distacchi da ogni impazienza e da ogni contingenza.
E' di Efesto la tecnica che Prometeo ('colui che vede il futuro') trafuga per donarla agli uomini, come ci racconta Platone nel Protagora, nel tentativo di garantirne la sopravvivenza dal momento che le facoltà messe a disposizione da Zeus per proteggere tutti i mortali, improvvidamente, sono state dissipate da Epimeteo ('colui che giudica col senno di poi'), che le ha assegnate tutte agli animali. La sapienza tecnica, insieme all'arte del fuoco, muove il linguaggio e l'insediamento, la costruzione e la religione, ma è insufficiente a difendere dagli assalti delle fiere. Interviene nuovamente Zeus, che invia Hermes con un nuovo dono: Díke (giustizia) e Aidós (pudore), perché l'uomo possa perseguire la phília (la serena e pacifica convivenza) e nella comunione sociale reggere alle difficoltà. Regolando la relazione con l'altro, nella condivisione delle leggi e nel rispetto reciproco, e definendo spazi interiori di sovranità, giustizia e pudore diventano riserve di libertà e forme di resistenza. Si frappongono tra mondo interiore e realtà esterna, per costituire la forma stessa della coscienza individuale, l'essere se stessi, la propria autenticità come autorispecchiamento nelle azioni e nelle parole.
L'artigianato come pratica consapevole, contrapposta alla mera produzione, sapere teorico e pratico da agire in una sorta di ascetica solitaria del senso, sembra essere il viatico che il mito ci consegna e diventa un importante riferimento per una modernità che faticosamente va elaborando un proprio stile, legato ai modi, alle tecniche e alle istanze della produzione industriale. E' un modello per definire-limitare il ruolo dell'architetto, per Adolph Loos, che oppone all'estetizzazione omnipervasiva degli architetti contemporanei l'autenticità delle sedie del vecchio Veillich e la ripetitività dei suoi gesti, per nulla inclini all'invenzione gratuita e piuttosto fedeli alle regole acquisite, per poi affermare che l’architetto è “un muratore che ha studiato il latino”, consapevole che l'ozio è essenziale disciplina del limite.



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