Leggerezza e rapidità.

Alessandro Flora


Il lavoro dell’ingegnere ha un valore sociale? E la conoscenza scientifica, la cultura in generale sono componenti essenziali in questo settore professionale? L’ingegnere “realizzatore consapevole del progresso scientifico, quello mirato alla risoluzione dei problemi della condizione umana” può ancora esistere in una realtà che appiattisce le qualità individuali, che trasforma gli operatori tecnici in meri e passivi applicatori di prodotti commerciali? Ha ancora un senso dire che il professionista deve avere capacità di orientarsi culturalmente, deve saper dominare le tecnologie, dare un senso etico alla propria azione, appassionarsi responsabilmente alle diverse situazioni che incontra?
Sergio Rotili, ingegnere e cofondatore di Hevelius, ha dimostrato nella sua storia umana e professionale come sia possibile dare risposte positive a queste domande. Sergio è scomparso tre anni fa; per ricordarlo la casa editrice Hevelius e la facoltà di Ingegneria dell’Università del Sannio hanno indetto il premio di laurea “Sergio Rotili” per laureati di specialistica in Ingegneria Civile; il premio si propone di valorizzare il lavoro svolto dai laureandi con la pubblicazione della tesi. Il premio stesso è stato presentato il 10 aprile del 2008; in quella circostanza Alessandro Flora (Dipartimento di Ingegneria geotecnica della facoltà di ingegneria dell’Università Federico II° di Napoli) ricordò Sergio con l’intervento che appresso riportiamo.


Se si dovessero accostare degli aggettivi alla figura di Sergio, questi sarebbero secondo me “leggerezza e rapidità”. Aggettivi in evidente contraddizione con la sua struttura fisica, ma perfettamente congruenti a mio modo di vedere con la sua struttura mentale - di uomo e professionista - che è quello che più ci interessa. Questi aggettivi sono le prime cose che mi sono venute in mente quando mi è stato chiesto di dire due parole per ricordare il nostro amico in occasione della cerimonia di avvio del premio di laurea che nel tempo lo ricorderà.
Immediatamente dopo, ho capito che “leggerezza” e “rapidità”, nel senso che io intendo e che cercherò di spiegare brevemente, coincidono esattamente con il titolo delle due prime lezioni riportate nel libro “Lezioni Americane – sei proposte per il prossimo millennio”, che contiene le sei bellissime conferenze che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nell’ambito delle Charles Eliot Norton Poetry Lectures. Lezioni che non tenne mai per la sua morte prematura, e che per fortuna sono state pubblicate postume. L’avere pensato a Sergio in questi termini discende con ogni probabilità dall’influenza che ha avuto su di me la lettura di queste lezioni, di cui qui perciò richiamerò brevemente il messaggio centrale.
La prima lezione riguarda la leggerezza. Calvino non vuole con questo fare torto alla pesantezza, né tanto meno intende elogiare la superficialità, che nulla ha a che fare con la leggerezza. La leggerezza di cui parla lo scrittore, che è quella che intendo io pensando a Sergio, è qualcosa di molto positivo. Non è assenza di profondità, di ponderatezza, o altro; essa è invece quella (rara) virtù per cui le cose – i gesti, le parole, le azioni – non hanno niente di più di quello che serve loro per essere compiutamente sé stessi, o meglio hanno tutto ciò che serve e niente più. Leggerezza quindi come presenza e non come assenza, con un’immagine complessiva di levità – Calvino nella sua lezione cita bellissimi esempi letterari – dovuta al fatto che essa è veramente una virtù rara. E’ difficile, soprattutto nel nostro mondo tecnico, leggere qualcosa o ascoltare qualcuno che sappia esattamente arrivare al punto con questa leggerezza. E’ più facile osservare compiacimento, magari verbosa erudizione, oppure prolissa diluizione di concetti incerti.
La seconda lezione di Calvino a cui facevo cenno riguarda la rapidità, intesa evidentemente come velocità mentale e sveltezza. La rapidità non è quella delle macchine (almeno non solo, visto come guidava Sergio!), che è un valore misurabile in modo diretto, ma è una virtù della mente, che sfugge a catalogazioni e misure, che vuol dire (cito Calvino) “agilità, mobilità, disinvoltura”.
Per me, pensando a Sergio, questa rapidità è la compagna perfetta della leggerezza, perché con essa concorre alla definizione di una mente capace di affrontare – e risolvere – in modo brillante e immediato problemi anche difficili, senza apparente difficoltà o fatica.
La capacità di cui parlo - prendendo in prestito i concetti di Calvino - ha bisogno di competenza, precisione, conoscenza profonda, e somiglia molto alla capacità di un centometrista di esibirsi in pochi secondi con successo solo grazie a faticosi, lunghi e stancanti allenamenti protratti per mesi e mesi.
Secondo me leggerezza e rapidità sono virtù importanti per un ingegnere. Esse sono il massimo raggiungimento possibile nel campo della cultura tecnica, ed un obiettivo a cui tendere e da perseguire con applicazione costante e studio. Per gli studenti potrebbe valere come motto l’antica massima latina festina lente – affrettati lentamente -, perché leggerezza e rapidità si raggiungono senza superficialità e fretta. Solo la pesantezza e la lentezza – in senso positivo, di approfondimento e meditazione – nella preparazione possono dotare l’ingegnere delle ali necessari per essere leggeri e rapidi nella professione. Sergio era a mio avviso un eccellente esempio di compiutezza in questo senso.
Chiudo citando in modo sintetico, sempre dal libro di Calvino, una piccola storia cinese che possa chiarire (in modo leggero e rapido spero!) questi miei pensieri dedicati all’amico che non c’è più e agli studenti: il re chiese ad un grande disegnatore di nome Chuang-Tzu di disegnare un granchio. Chuang-Tzu chiese cinque anni di tempo e una villa con dodici servitori. Trascorsi i cinque anni il disegno non era ancora cominciato, e Chuang-Tzu chiese altri cinque anni, che il re gli accordò. Allo scadere dei dieci anni, il disegnatore prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.



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