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L’Athenaion di Siracusa, rilevamento architettonico ed indagine grafica per una lettura stratigrafica tra storia e segni.

Silvia Sgariglia

Fig. 1 Tempio di Athena a Siracusa e successive trasformazioni.

Silvia Sgariglia
, si è laureata in Architettura, presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Nel 2004 consegue il titolo di Dottore di Ricerca in Rilievo e Rappresentazione dell’Architettura e dell’Ambiente, presso l’Università degli Studi di Palermo (dottorato consorziato con l’Università degli Studi di Reggio Calabria). Dal 2006 al 2009 ha ricevuto, dalla Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Catania sede di Siracusa, diversi incarichi, come professore a contratto, per l’insegnamento nell’area del disegno. Con il Dipartimento ASTRA, ha partecipato a diverse ricerche nell’ambito MIUR. Scrive diversi articoli sui temi del rilievo architettonico e sull’architettura catalana a Siracusa. Ha pubblicato recentemente un volume monografico su “L’Athenaion di Siracusa”.


Premessa
Esistono edifici architettonici che rappresentano l’emblema e la storia di una città; edifici dove la memoria del passato è tangibile nella fisicità del presente, dove lo sguardo e il ricordo trovano il confronto con la stratificazione della materia. La stessa materia impiegata per l’atto fondativo si è edificata per comporre lo slancio del volume, che si è innalzato nelle proporzioni che scandivano i rapporti tra le parti. La purezza della forma della materia è stata attraversata dal tempo che, pur segnandone l’epidermide e distorcendone le proporzioni fra le parti, non è riuscito tuttavia ad incidere l’essenza della forza fondativa.
Ricercare gli indizi dell’edificio storico significa operare, tramite un processo molto vicino a quello archeologico, per svelare gli eventi della storia urbana e culturale dell’edificio e quelli della città dove è sito.
Interrogarsi sulla stratificazione vuol dire porsi un problema d’interpretazione critica dello spazio e del tempo; bisogna pertanto scindere le tracce della materia e le successioni temporali di culture. Intraprendere una lettura documentativa, interpretativa e critica della città o del singolo monumento significa elaborare un’osservazione critica che si plasma intorno alla relazione esistente tra lo spazio e il tempo. In questa connessione vi sono celate le cifre dei materiali visibili e delle stratificazioni temporali di civiltà e tempi diversi.
Molte opere architettoniche possono essere studiate come l’effetto di operazioni di conversione da strutture molto semplici ad altre complesse. La complessità della stratificazione è determinata dalla combinazione di diverse operazioni, quali giustapposizione, combinazione, sovrapposizione, inversione e variazione. Nel caso di una struttura architettonica, tramite l’analisi delle suddette peculiarità, si giunge a cogliere la complessità di ciò che è trasformato nel corso dei secoli. Il nucleo forte, che risulta essere il più sensibile e nello stesso tempo il più tenace, è il sistema della struttura: esso non è chiuso e introverso ma, al contrario, accoglie in sé nuove componenti che estendono il sistema senza far venire meno le peculiarità che lo hanno contraddistinto.
La nostra attenzione è proprio catturata dalla possibilità di percepire il principio intelligibile dell’intera trasformazione che si è concretizzata per fasi che risultano scindibili le une dalle altre.

Dall’Athenaion al Duomo: storia di una metamorfosi di pietra
Nel 394 d.C., i templi pagani vennero chiusi per la celebrazione dei riti politeisti e «dovranno trascorrere altri due secoli prima che le aedes complures d’Ortigia, di cui parla Cicerone, siano convertite in santuari cristiani». (Agnello S. L., Il duomo di Siracusa e i suoi restauri)
Con l’avvento politico bizantino Siracusa visse, con l’imperatore Costante II un periodo di rinascita politica e religiosa: infatti la città divenne uno dei centri più importanti della cultura bizantina in occidente.
La cattedrale di S. Giovannello sopra le catacombe si rivelò sottodimensionata per l’espansione del culto cristiano: ne derivò l’esigenza di trovare un edificio più grande che potesse raccogliere i fedeli. Le volontà del tempo vollero che l’Athenaion fosse l’edificio eletto ad accogliere le funzioni del cristianesimo: il vescovo Zosimo nel VII d.C. consacrò la nuova basilica alla natività di Maria; la determinazione della data della trasformazione del tempio rimane imprecisa.
Prima della conversione l’edificio, nel corso dei secoli, come scrive Paolo Orsi, fu lasciato in un « (…) periodo di abbandono a cui fu condannato il tempio dal IV al VII sec. d. C., quando cioè non fu più tempio pagano, né chiesa cristiana, ma rimase forse (nulla di positivo sappiamo al riguardo) nello stato, se non di ruina, certo di abbandono completo, senza che alcuno ne curasse la manutenzione». (Orsi P., Esplorazioni dentro e intorno al tempio di Athena in Siracusa). Il tempio periptero di Athena fu trasformato in una struttura basilicale. Questa conversione consistette nel ribaltamento di alcuni elementi che componevano la struttura e nelle nuove relazioni che si instaurarono tra di essi senza modificare in alcun modo il sedime del tempio. L’ edificio percettivamente sembra fluire in un’istantanea, dove sono impresse le immagini sia del tempio che dell’odierna Cattedrale; le forme sono plasmate le une nelle altre lasciandosi delineare nelle singole peculiarità: «lo sviluppo presenta in questo caso gli attributi di un velo di strati in cui gli strati successivi modificano il materiale senza distruggerlo o coprirlo del tutto» (fig. 1). (Marti Arìs, Le variazioni dell'identità).
La trasformazione attuata fu quasi un’operazione scultorea dove la materia fu aggiunta e tolta. Furono chiusi gli intercolumni del tempio (fig. 2), sul lato nord e sud con una spessa cinta muraria, che fu eretta dalla peristasi alla trabeazione ed interrotta da strette finestre strombate e leggermente plasmate nella cornice.

Fig. 2 Render dell’ipotetica evoluzione del prospetto da Athenaion a Cattedrale.

Sul lato del pronao vennero demolite le colonne e il muro che consentiva l’accesso al naòs; sul lato dell’opistòdomo, fu demolito il muro della cella e le due colonne vennero inglobate in un paramento murario, dove fu ricavato l’ingresso alla chiesa. Fu anche cambiato il senso dell’accesso all’edificio, non più da levante (come voleva il rito pagano) ma da ponente per meglio aderire alle forme del rito bizantino. Da ciascun lato della cella vennero ricavati otto grandi archi a tutto sesto sorretti da pilastri quadrati: «ne deriva in tal modo una vera e propria basilica a tre navate. (…) All’estremità di ciascuna navata, vengono elevate tre absidi semicircolari». (Agnello S. L., Il duomo...op.cit.)
Sul prospetto esterno non fu sottratto nulla fin sotto la linea del timpano: «probabilmente l’altezza del tempio cristiano non dovette andare oltre la linea dell’epistilio, del quale furono conservati metope e triglifi, mentre dovettero essere rimosse tutte le superiori membrature marmoree, per ottenere il conguaglio necessario alla sistemazione del nuovo tetto». (Agnello S. L., Il duomo...op.cit.)
La situazione della chiesa rimase come descritto fino all’878, in quel tempo la città cadde sotto il dominio dei musulmani che occuparono l’edificio e ne saccheggiarono le ricchezze. Per i successivi due secoli di dominazione araba, la storia non fece pervenire nessun documento, «è certo però che se dal lato artistico essa dovette essere spogliata di ogni interesse, architettonicamente non subì alcuna trasformazione; la struttura iconografica restò immutata sino alla seconda metà dell’XI secolo». (Agnello S. L., Il duomo...op.cit.)
Nel 1140 prima e nel 1169 poi: due terremoti molto forti colpirono la Sicilia orientale. In entrambe le circostanze la cattedrale pur subendo gravi danni, tuttavia non crollò e fu restaurata a nuovo splendore grazie all’iniziativa del potere normanno (la conquista dell’isola avvenne nel 1061), il programma degli interventi « (…) si estese esclusivamente alla nave centrale con la superiore costruzione dei muri d’alzato, iconograficamente la pianta basilicale bizantina non fu modificata. Dal lato decorativo invece il tempio dovette raggiungere un alto grado di splendore. Riccardo avrebbe fatto tra l’altro ricoprire le mura absidali di affreschi e la cattedra episcopale di mosaici». (Agnello S. L., Il duomo...op.cit.). Nei muri della navata centrale (un tempo la sede della cella del tempio), per ogni lato, vi si collocarono sette finestre strombate con arco a tutto sesto. Delle grandi «monofore, con simmetria impostate al centro di ogni campata dell’intercolunnio. Profondamente strombate, esse non conoscono alcun artifizio decorativo. (...) Nella fascia esterna una leggera cornice incavata, che accompagna arco e piedritti, appare come la sola ricerca di effetto nella generale rigidità delle forme costruttive». (Agnello G., L'architettura bizantina in Sicilia). Lungo i muri della navata maggiore venne apposta una scritta a rilievo che recita Ecclesia Syracusana prima Divi Petri filia et prima post antiochenam Cristo dicata (La Chiesa siracusana prima figlia del divino Pietro e la prima dopo quella di Antiochia dedicata a Cristo).
Sul prospetto laterale si potrebbe supporre un confronto tra gli elementi stilistici della Cattedrale, precisamente della merlatura, con gli stessi della cattedrale di Cefalù.
«Le caratteristiche di fortilizio apparivano all’esterno e si comunicavano anche all’interno nei vari edifici che componevano il complesso, ed in modo molto evidente nella chiesa. Questa con la sua centralità e la sua evidenza altimetrica poteva essere simbolicamente paragonata a ciò che nei castelli feudali era il maschio. Nella chiesa, come dimostrano le cattedrali di Catania, Cefalù, Monreale e Palermo, era presente un articolato sistema di difesa rappresentato dalle torri occidentali di facciata, da quelle orientali che affacciavano il santuario o dal santuario stesso turriforme, dai merli sulla linea d’attico dei muri e da un raffinato sistema di percorsi che consentivano l’agibilità alle scorte armate delle quote alte». (Bellafiore G., Architettura in Sicilia nelle età islamica e normanna 827-1194)
Bellafiore dice che «le cattedrali siciliane sono altrettanti castelli tuttora palesemente leggibili come tali. Si configurano come oblunghi parallelepipedi con torri emergenti dislocate agli angoli, volumetricamente bloccate, coronate da merli tutt’altro che decorativi». (Bellafiore G. Architettura dell'età sveva in Sicilia 1194-1266). Le similitudini tra le due chiese sono molteplici: la cattedrale di Siracusa è situata in un punto strategico, la zona orograficamente più alta dell’isola di Ortigia, le merlature, e le feritoie, fungevano da posti d’avvistamento del nemico, e il camminamento ricavato dal tetto piano della navata minore settentrionale consentiva la postazione dei soldati e delle armi. Dello stesso periodo storico potrebbe essere la serie di stemmi esposti nel cortile di Palazzo Bellomo: in essi viene scolpita una facciata campanile con merlature, rosone e timpano sulla porta d’ingresso. Lo stemma potrebbe essere la rappresentazione del prospetto principale della cattedrale su piazza Duomo, in quanto le merlature a quella quota, si suppone siano, la prosecuzione di quelle sul prospetto laterale.
Nel 1194 con la proclamazione di Arrigo VI a re di Sicilia (Arrigo VI era il padre di Federico II), l’età sveva entra nella vita e nell’arte siciliana: a Siracusa lascia molti edifici emblematici. Sulle strutture della cattedrale non vi si legge alcun segno ma nei documenti si narra che «il vescovo Pietro II Moncada, nel 1317 fece eseguire dei restauri che possono aver avuto per oggetto il soffitto normanno». (Agnello G., L'architettura bizantina..., op.cit.)
Con il Quattrocento si distrussero due absidi: «Non è improbabile che però le rinnovate esigenze del culto abbiano allora determinato quell’ambito della fronte orientale da cui doveva purtroppo derivare la totale distruzione delle absidi». ((Agnello S. L., Il duomo...op.cit.)
Sul prospetto di via Minerva è rimasto la traccia di una porta, che fu successivamente murata, chiamata ‘Porta dei leoni’, ora ne rimane un fine rilievo della modanatura esterna e nella sua corrispondenza, solo all’esterno vi è traccia della scala sbozzata nel volume del crepidòma periptero.
Un ulteriore intervento quattrocentesco riguardò la costruzione del pavimento in marmo policromo nelle tre navate della cattedrale e «non pare improbabile attribuire a quest’epoca l’abbassamento del pavimento originario greco nelle navate» forse «allo scopo di rendere il Santuario più rialzato, fu tolto nelle tre navate lo strato soprastante di lastre, che formava il pavimento del tempio greco, e solamente vennero lasciate a posto, riducendole a forma di plinto, le lastre sottostanti alle colonne».
Il soffitto ligneo è datato al 1518, quando fu ricostruito dal vescovo Platamone « (…) forse con l’utilizzazione di elementi di quel soffitto del Trecento (…)», teoria sostenuta dallo stesso Rao, prontamente verificata nel corso del progetto di restauro del 1907. (Rao G., Progetto dei lavori...)
Tornando agli episodi rinascimentali, le fonti documentano il 5 agosto 1542 come data di un terremoto che scosse la chiesa e fece cadere la facciata del campanile. Presto, la nuova facciata venne ricostruita e il nuovo prospetto fu rappresentato da Tiburzio Spanocchi nel 1578. Nel 1579 lo stesso campanile fu colpito da un fulmine ma presto fu ricostruito per volontà del vescovo Orosco. Ci pervengono altre due rappresentazioni che ci suggeriscono come dovevano essere i due fronti della cattedrale. Il terremoto fece sussultare anche le fondamenta del tempio, inglobato nella chiesa, che rischiò di cedere alla violenza tellurica tanto che alcuni rocchi del prospetto settentrionale subirono uno spostamento di 70 cm dall’asse con gravissimi problemi statici. «Anche i grandi tamburi che compongono le colonne doriche di questa stessa navata furono deviati: tale deviazione è più grave avvicinandosi dalla porta di ingresso verso la piccola abside bizantina». (Giuffrè A., Sicurezza e conservaziuone dei centri storici, il caso Ortigia). Questo disassamento, che si può osservare ancora oggi, fu arginato costruendo un muro di contenimento, quasi un contrafforte, che inglobò ulteriormente l’intercolumnio su tutta la parete; lasciando a vista solo i capitelli delle colonne e una parte dei collarini; questa operazione venne eseguita sia all’esterno che all’interno.
Tra il 1640 e il 1643, il Vescovo Elia, volendo ampliare la tribuna, fece demolire l’abside maggiore e tre colonne del tempio. In seguito, nel periodo tra il 1676 e il 1693, con il Monsignor Fortezza si demolì l’abside meridionale con altre tre colonne greche per ergere le strutture della Cappella del Crocifisso. Furono aperti dei varchi tra gli intercolumni, tre di essi diventarono l’accesso alla Cappella del Sacramento o Torres che fu progettata e costruita in pieno linguaggio barocco. Come descrive Rao, nel 1645 sono databili il rifacimento della seconda ‘incavallatura del tetto’ e «i merli, che coronano i muri della navata e della navatina nord, (...) i quali dall’Holm e dal Mauceri son chiamati medievali, mentre invece sono del secolo XVII (…)». (Rao G., Progetto dei lavori...)
Sullo scorcio del secolo nel 1693 ci fu un’ulteriore sequenza tellurica molto violenta, questa devastò l’antica facciata normanna e il campanile. La facciata venne ricostruita su un disegno che rispecchiò tutte le peculiarità del barocco. L’attribuzione dell’autore di questa facciata risulta alquanto dibattuta, Boscarino la identifica come un’opera di Andrea Palma eseguita tra il 1728 e il 1754; mentre Nobile pone dei dubbi sull’effettiva paternità del Palma rispetto alla fabbrica. Tali dubbi sono sostenuti dai tempi lunghi di realizzazione dell’opera e dalla conseguente trasformazione in corso della stessa.
La cattedrale fu tutta attraversata dal barocco provocandole molteplici cambiamenti sia nelle strutture e sia nei decori: «Il presbiterio venne scisso in due parti; il coro, rettangolare, profondo, che si prolunga oltre l’antica abside e la tribuna, dominata da un’ampia cupola». (Agnello S. L., Il duomo..., op.cit.)
Sul lato meridionale fu costruita la Cappella di S. Lucia anch’essa in stile barocco.
Al sisma del 1693 cedettero anche le volte delle navate minori che furono ricostruite a botte. Il muro interno della navata a nord fu rinforzato, come ad assurgere a funzione di contrafforte, per contenere il disassamento dei rocchi delle colonne e restituirne l’equilibrio statico.
Nella seconda metà del Settecento e nell’Ottocento il Duomo attraversa un periodo di decadenza. Le finestre della navata centrale, normanne, vennero tamponate e sostituite con altre più grandi e simmetriche.
Nel 1731 il paramento murario dell’interno del Duomo venne interamente ricoperto di stucchi eseguiti da Giuseppe Blanco su disegno di Pompeo Picherali, non vennero nemmeno risparmiate le colonne doriche.
«Ma l’abdise centrale col presbiterio e le tre navi vennero allora caricati di intonachi, coi quali parve si volesse cancellare ogni traccia di paganesimo e di ellenismo, nonché di medioevo». (Orsi P., in Foglio Ufficiale dell'Arcidiocesi di Siracusa)
Nella navata settentrionale furono eretti degli altari e nella navata centrale si costruirono cantorie e battisteri.

I restauri del duomo
Nel “Foglio Ufficiale dell’Arcidiocesi di Siracusa”, divulgato a Siracusa il 16 gennaio 1927, in occasione della riapertura del duomo dopo i lavori di restauro, vi sono pubblicati degli articoli che descrivono il fervore con il quale si sono effettuati i lavori di restauro nella cattedrale, tra questi ve ne è uno che riporta le dichiarazioni di Winkelmann. Lo studioso nel testo “Osservazioni sull’architettura degli antichi” dichiarava che il tempio di Minerva in Siracusa fosse da considerarsi interamente distrutto; ma, di contro, il parroco Giuseppe Logoteta nella sua opera “Le Siracuse antiche illustrate” chiarisce che «(…) esiste ancora pressoché intero» e che «la sua conservazione si deve alla vera Religione che dal culto superstizionso lo adoperò in luogo sagro».
Proprio la fede religiosa, nel corso dei secoli, rese alle strutture della Cattedrale la forza di rinascere dopo ogni evento nefasto. Infatti i lavori di restauro dopo il terremoto del 1693 furono fecondi, come dimostra un atto del notaio Pietro Spucces di Siracusa, in data 24 marzo 1693, stipulato con l’intervento del Vescovo Monsignor Fortezza «Chi volesse sbarazzare le pietre d’intaglio, capitelli, colonne, architravi, sterro, et ogni altro che si trova rovinato dalla cascata del campanile della Santa Chiesa Cattedrale di questa Città di Siracusa, tanto di dentro di essa Chiesa, e sacrestia vecchia, quanto di fuori di essa, cossì nel balatizzo, come nella porta piccola chiamata delli Leoni, con incasciare detti intagli separatamente dalle pietre rustiche nelli lochi che saranno designati (…)».
Abbiamo constatato che insieme ai lavori di ricostruzione della facciata l’assetto della cattedrale cambiò immagine e che molte strutture cangiarono in elementi barocchi.
Nel 1800 intercorse un periodo di stasi, per le strutture della Cattedrale; molti viaggiatori ottocenteschi riferirono le condizioni del monumento come si presentava al loro sguardo ritraendone le peculiarità tramite la letteratura e l’opera grafica lasciataci.
All’esterno del duomo, sulla via Minerva, le fonti narrano che dopo il 1837, furono tolti i pilieri, tronchi di granito egizio, e si sistemò l’ingresso della chiesa con la scala e dei cancelli.
Nel 1906 sappiamo che il Duomo era chiuso perché il soffitto cinquecentesco era in condizioni statiche poco sicure. Furono iniziati i restauri per volontà del Monsignore Bignami, proseguiti, successivamente dall’Arcivescovo Carabelli. Seguirono, fino al 1926, anni di decisioni, di progetti di restauro e di cantieri che si concretizzarono nella demolizione degli stucchi e degli intonaci che coprivano la navata principale.
I restauri interessarono tutto l’interno della Cattedrale; furono raschiati gli stucchi dalle pareti del naòs e del peristilio.
La Cattedrale fu riaperta il 9 gennaio 1927, dopo i restauri, facendo coincidere la stessa con l’anniversario del terremoto del 1693. L’architetto Fichera spiegò in quella commemorazione: «Mi riesce difficile tradurre la sensazione ricevuta visitando la Cattedrale di Siracusa restaurata con tanta sagacia (…) Ho visto quasi miracolosamente realizzarsi la vasta e vaga visione della civiltà, del mondo greco, maturatasi nel mio spirito attraverso gli anni, gli studi, i viaggi (…) Ho visto da vicino vivo, abitato, nel cuore della bella doriese, adagiata nel lido aretuside, sospiro d’Atene». (Fichera F., Foglio Ufficiale...op.cit.)
I restauri furono eseguiti con l’intento di dare alla cattedrale l’immagine austera espressa dalle strutture del tempio greco.
A metà dell’altezza del muro della navata centrale vi era una cornice aggettante, che si estendeva in tutto il perimetro della navata, la sua demolizione ha restituito alla vista l’unitarietà percettiva dello spazio, riportando in superficie i conci del naòs, gli archi e i pilastri bizantini.
Le due colonne dell’opistodomo, che erano stuccate, furono riportate alla materia originale: il calcare di Siracusa.
Alcune colonne della navata a sud sono state scarnificate dagli stucchi fino a far rivivere, nella piena dimensione, i capitelli dorici.
Furono asportati gli altari che invadevano le navate minori.
Sul prospetto esterno, allo spigolo nord-est del Duomo, sono stati eseguiti dei sondaggi esplorativi che hanno rivelato la colonna d’angolo, l’unica interamente visibile all’esterno.

Stratificazioni contemporanee
Il tempo, la storia, la materia, le fonti bibliografiche e l’immagine letteraria dell’Athenaion di Siracusa, prima, e del Duomo, dopo, si evolvono in un succedersi di eventi particolarmente densi. In questa ricerca, esaminata la metamorfosi di pietra, che ha mutato la cattedrale si è cercato di coniugare due linguaggi: ci si è serviti della ricostruzione del tempio dorico, plasmando un modello tridimensionale per ottenere dei render, e del rilievo eseguito con laser scanner 3D.
Per quanto concerne l’ipotizzazione della configurazione originaria delle volumetrie e degli spazi dell’Athenaion, tramite l’elaborazione con softwares di fotorealismo si è modellato lo spazio e le superfici, senza optare per una mimesi che cloni la realtà compiacendosi, nella riproduzione dei colori, materiali, superfici o effetti di luce coniugati alla grana del materiale, ma tentando di cercare un carattere analitico che interpreti uno spazio scandito dall’ordine dei volumi e della materia.
Quindi le immagini del tempio adottano delle soluzioni che si realizzano con un materiale neutro e improbabile, il gesso bianco, che lascia un ampio margine alla luce per modellarsi sulle scanalature delle colonne e delle altre componenti del tempio.
Per le immagini ottenute da rilievo laser scanner 3D si sono elaborate delle viste, per rappresentare meglio l’odierna cattedrale; quindi si sono sovrapposte queste alle viste dei render del tempio in modo da avere un’immagine rappresentativa dei due volumi inglobati l’uno all’altro e quindi riuscire a tradurre in termini di rappresentazione grafica la metamorfosi di pietra. Il disegno che rappresenta il tempio di Athena sovrapposto alla Cattedrale barocca è un’ipotesi delle stratificazioni avvenute nel corso dei secoli (figg. 3, 4, 5, 6).

Fig. 3 Ipotesi di sovrapposizione storiche.

Fig. 4 Stratificazioni sul prospetto settentrionale della Cattedrale.

Fig. 5 Sovrapposizioni delle proiezioni ortogonali e delle sezioni, trasversale e longitudinale,
dell’Athenaion con quelle dell’odierno Duomo.




Fig. 6 Sovrapposizioni delle immagini dal laser scanner 3D, del Duomo,
con le immagini del modello tridimensionale dell’Athenaion.

Riferimenti bibliografici


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