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Paesaggio e archeologia a confronto per ricostruire la storia dell’insediamento umano nella Montagna di Ganzaria.

Pinella Marchese

Fig. 1 – Foto aerea del comprensorio della Ganzaria –
Assessorato Regionale Territorio e Ambiente. Volo Compagnia Generali riprese aeree S.p.A. 2000 – Area Soprintendenza BB.CC.AA. di Catania U.O.X

Pinella Marchese è dirigente archeologo presso il Dipartimento Regionale dei Beni Culturali ed Ambientali della Regione siciliana, in servizio presso la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Catania – Servizio per i Beni archeologici dal 1989; già Responsabile dell’Unità Operativa VII “Conoscenza, Tutela e Valorizzazione del Patrimonio archeologico” dal 2006 presso l’Area Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Siracusa – Servizio per i Beni archeologici, ha diretto numerosi interventi archeologici nella provincia di Catania (Catania, Aci Catena, Caltagirone, San Michele di Ganzaria). È progettista e direttore dei lavori dei progetti di scavo, restauro, manutenzione del patrimonio archeologico e degli interventi finalizzati alla valorizzazione, fruizione e messa in sicurezza delle aree della Montagna della Ganzaria, della Montagna della Scala, Poggio Pizzuto e Monte Zabaino, presso San Michele di Ganzaria. È Responsabile scientifico di numerosi interventi di scavo archeologico condotti nelle province di Catania e di Siracusa tra il 2004 e il 2009. Relatrice in convegni internazionali e autrice di saggi. Ha pubblicato recentemente un volume monografico sui siti archeologici della Montagna di Ganzaria.

Nel settore più meridionale dei Monti Erei ed in posizione di controllo delle vie di transito che dalla Piana di Catania e dall’Altopiano Ibleo conducono alla Piana di Gela ed all’entroterra nisseno ed ennese, si erge la Montagna della Ganzaria, un comprensorio boscoso che offre al visitatore attraverso il percorso dei sentieri, che lo attraversano, la possibilità di godere sia dei preziosi tesori storico-archeologici qui visibili, che delle ricchezze naturalistiche ed etnobotaniche presenti nel bosco (fig.1). Per le sue caratteristiche geologiche, pedologiche e topografiche la Montagna costituisce un sistema montuoso morfologicamente e culturalmente unitario, circoscritto da una modesta rete idrografica rappresentata dal vallone dei Margi (ad ovest e nord/ovest) e dal fiume dell’ Elsa a nord ed attraversato dal vallone dell’Eremita e dal vallone della Mazzaria, che solcano i versanti meridionali di quest’area, ricca di sorgenti e corsi d’acqua a regime essenzialmente stagionale con una rigogliosa vegetazione arborea, che nell’Antichità doveva essere ancora più ricca come attesta la fauna, costituita da mammiferi ed uccelli, ancora oggi presente in questi luoghi
(fig. 2).

Fig. 2 – Panoramica della Montagna di Ganzaria – Veduta aerea di Monte della Scala e di Piano Cannelle

Di ascendenza araba il nome della Montagna rimanda alla sfera semantica del termine Yhanzaria con riferimento al dato che in questo bosco anticamente si allevavano branchi di cinghiali e maiali selvatici; oggi però poco permane della selva intricata di alberi, arbusti e liane tra cui trovavano ricovero e cibo i cinghiali insieme alle altre specie animali; secoli infatti di insediamenti antropici con conseguente sfruttamento del territorio tramite coltivazioni produttive, hanno modificato l’originaria copertura vegetazionale della Montagna a macchia mediterranea, caratterizzata da lecci, sughere, querce caducifoglie, roverelle, arbusti sempreverdi; una vegetazione oggi notevolmente ridotta a causa anche delle opere di rimboschimento che dall’inizio del XIX secolo introdussero in tutta l’area del Mediterraneo e soprattutto in molte zone della Sicilia la coltivazione dell’eucalipto, albero originario dall’Australia, a discapito delle essenze vegetali tipiche del territorio. Oggi, tuttavia, a seguito opere di restauro boschivo mediante impianto di sughera e roverella, realizzato dell’Azienda Forestale regionale, la Montagna appare ammantata da un fitto verde.

L’intervento dell’uomo ha segnato e modificato la natura e l’aspetto di questo paesaggio montano, che ha rivestito un ruolo centrale in seno alla viabilità storica siciliana, in quanto i percorsi che l’attraversavano si sviluppavano lungo le direttrici di collegamento tra la piana di Catania e quella di Gela, tra la città di Palermo e la Val di Noto, tra i rilievi collinari dell’Ennese e la costa meridionale della Sicilia; tali tracciati erano funzionali all’economia agricolo-produttiva, alla pratica della transumanza ed agli scambi commerciali tra entroterra e aree costiere, basti considerare l’importanza del caricatore medievale di Gela.
I due maggiori rilievi della Ganzaria, il Monte omonimo ed il Monte della Scala, erano delimitati da un sistema triangolare di percorsi, che si sviluppava in gran parte nei fondovalle, come emerge da recenti studi condotti dall’ingegnere Vito Martelliano sulla viabilità storica isolana mediante l’analisi della rete delle Regie Trazzere di Sicilia, che fino alla realizzazione nel 1778 del piano stradale borbonico, rappresenta il sistema fondante della viabilità storica dell’Isola; in particolare sappiamo dalla documentazione storica che fino agli inizi dell’Ottocento si evitasse l’attraversamento della Montagna sia per motivi altimetrici sia per l’insicurezza dei luoghi.
Gli studi di Martelliano hanno accertato che tra le regie trazzere n. 118 e n. 546, disposte lungo un asse viario nord – sud che dalla città di Piazza Armerina giungeva fino al centro costiero di Gela, esiste una stretta relazione con le aree archeologiche scoperte sulla Montagna di Ganzaria nelle località di Poggio Pizzuto, Castellazzo e Piano Cannelle, mentre il sito preistorico di monte Zabaino sarebbe stato lambito da un altro percorso viario che da Poggio Salvatorello si dirigeva verso il centro di San Michele di Ganzaria, incuneandosi tra il monte Zabaino e la Ganzaria, congiungendosi alle trazzere verso Mazzarino e in direzione nord-ovest verso Barrafranca, nonché alla trazzera che unisce Piazza Armerina a Gela.
Nel sito di Monte Zabaino, la propaggine più orientale del Monte della Scala (con una sommità che raggiunge m 580 s.l.m., dominante a sud la valle del Signore e la piana del Gela, a nord quella del Tempio), alla fine degli anni settanta è stato individuato un sito preistorico della fase finale dell’età del rame, in cui materiali di tradizione mesolitica (coltellini in selce, lamette in ossidiana) sono associati a ceramiche neo – eneolitiche. In quest’area la frequentazione umana prosegue anche nell’età del bronzo antico, quando gruppi umani si insediarono su luoghi impervi e protetti del versante nord-occidentale di Monte Zabaino, dove nel corso di più recenti ricognizioni di superficie sono stati trovati resti litici e frammenti ceramici tipici della cultura di Castelluccio: a questi gruppi preistorici si deve presumibilmente la frequentazione degli ambienti rupestri, individuati nel corso di ricognizioni, effettuate dalla Scrivente nei primi anni del Duemila, su una balza rocciosa del versante meridionale di Monte Zabaino, facilmente raggiungibile dal pianoro sommitale e caratterizzata da una stretta ed allungata spianata antistante (fig.3-4).

Fig.3 – Panoramica di Monte Zabaino; sullo sfondo la Valle del fiume Tempio

Fig.4 – Monte Zabaino. Ingresso a tomba preistorica

L’evidenza maggiore è costituita da un’ampia grotta, scavata nella breccia conchiglifera locale estremamente friabile, formata da un vano d’ingresso allungato nel senso della larghezza, che si allarga all’estremità orientale in un camerone centrale a pianta quadrangolare (fig.5).


Fig.5 – Monte Zabaino. Interno dell’ambiente rupestre
di origine preistorica con frequentazione fino ad età medievale.

La struttura, utilizzata dai pastori locali come ricovero per animali, presenta le caratteristiche di una tomba a “grotticella” artificiale scavata nelle tenere arenarie conchiglifere della roccia locale e tipologia sepolcrale propria del panorama culturale calatino nel terzo millennio a.C.; il millenario utilizzo dell’ambiente ipogeico e la mancanza di reperti archeologici, non consente una maggiore definizione cronologica, tuttavia questo ipogeo così come gli altri individuati, ma ancora da indagare e classificare tipologicamente, si propone in rapporto visivo ed immaginario con gli ambienti rupestri, visibili sui prospicienti pendii di Fontana Pietra e Poggio Salvatorello, che fanno parte del nucleo, noto nella bibliografia archeologica, delle necropoli a grotticella artificiale dell’età del bronzo sulla Montagna di Caltagirone.

E’ certo inoltre che i cicli stagionali abbiano spinto tali nuclei umani primitivi a stanziarsi, come rilevato alla fine degli anni Settanta dall’archeologo Domenico Amoroso, sulla cresta più orientale di Monte Scala, che appunto domina da circa m 790 s.l.m. il sottostante pianoro di Zabaino e dove lo studioso rinvenne, a prova dell’esistenza di un insediamento estivo sulla cresta, manufatti litici (accette biconvesse in basalto, lame e grattatoi di selce) e di frammenti ceramici simili a quelli raccolti sull’altro versante di Monte Zabaino.
I rinvenimenti di questo settore di Monte della Scala spiegherebbero la presenza di strumenti litici rinvenuti con funzione di amuleti nella tombe a fossa terragna della necropoli, scoperta sul pianoro che alle pendici di Montagna della Scala si dispiega dal sito di Piano Cannelle a quello del Castellazzo.
I nuclei sepolcrali ivi indagati (la ricerca archeologica fu iniziata agli inizi del Novecento dall’archeologo roveretano Paolo Orsi e, dopo brevi interventi di scavo stratigrafico effettuati negli anni 1980 e 1990, è stata ripresa ed approfondita tra il 2003 ed il 2004 dalla Soprintendenza di Catania con un progetto finanziato con i fondi europei del P.O.R. Sicilia 2000–2006 dall’Assessorato Regionale–Dipartimento per i beni culturali ed ambientali), trovano confronto sia per tipologia funeraria che per i materiali residuali dei corredi (ceramiche, monili e monete auree di età bizantina) con analoghi complessi funerari siciliani, il cui uso è attestato tra l’età tardo imperiale romana e quella bizantina (fig. 6 - 7).

Fig. 6 – Ganzaria. Piano Cannelle.
Veduta aerea dell’Area I con l’edificio di II fase e la cappella moderna.

Fig. 7 – Piano Cannelle. Necropoli. Corredo di una tomba di età bizantina.

Le ventuno sepolture scavate sono disposte intorno ad un edificio di culto interessato da diverse fasi edificatorie, di cui la più antica è stata individuata all’interno dei ruderi di una cappella del XVIII secolo ed è costituita da una chiesa a pianta allungata (lunghezza complessiva di m 10,60 e larghezza di m 5) con aula unica ed abside ad est. I materiali, rinvenuti negli strati di abbandono, attesterebbero che essa, in uso nel V sec. d. C., fu ampliata presumibilmente in relazione col potenziamento di un abitato, la cui esistenza fu già ipotizzata da Orsi, ma la cui posizione a tutt’oggi non è ancora possibile stabilire. E’ certo comunque che la nuova costruzione che si sovrappose alla precedente era una basilica ad aula tripartita dotata da una nuova abside anch’essa orientata ad est. I muri perimetrali della chiesa, larghi mediamente cm 55/60 e fondati sul compatto e solido banco roccioso arenario, sono realizzati in blocchi di pietra locale chiara di varie dimensioni e di sommaria sbozzatura con rinzeppo di pietrame minuto e calce; allo stato attuale delle scoperte la chiesa presenta una lunghezza di m 13,30 (misurata nella navata centrale a partire dalla conca absidale) e larghezza di m 3,40 nella navata centrale e di m 1,20 nelle navatelle laterali. Frammenti di cocciopesto, rinvenuti sia nelle navate che nel vano absidale, a cui si accedeva mediante gradinate, sono ascrivibili all’antica pavimentazione; ai resti della copertura é da attribuire lo strato di tegole e coppi, che sigillava il piano di frequentazione di questo edificio, utilizzato per tutto il VII sec. d.C. e distrutto tra la fine del VII sec. d.C. e l’inizio dell’VIII d.C. da un incendio, come attestano gli estesi strati di bruciato rinvenuti sopra il piano battuto della chiesa. Dal muro meridionale dell’edificio era possibile accedere ad un recinto funerario, in cui sono incluse alcune delle tombe di cui detto sopra ed in particolare una tomba a sarcofago, che può avere accolto un defunto a cui la comunità volle tributare una sepoltura di riguardo: esso sarebbe la prova dell’esistenza nel cimitero di un’area metata, costruita nella fase più antica della necropoli intorno ad una cella sepolcrale memoria secondo un modello architettonico proprio della tradizione edilizia di Roma e dell’Oriente cristiano.

I muri perimetrali del secondo edificio sono leggibili solo a livello di fondazione, perché dopo un periodo di abbandono, furono rasi per impostare su di essi il piano pavimentale di una nuova costruzione: i frammenti ceramici, le tegole ed i laterizi, rinvenuti negli strati di crollo ed abbandono, che ricoprivano il piano d’uso di questo edificio, indicano che tra il X e XII secolo nell’area ad est della chiesa della fase II s’impianta un cantiere edilizio per la realizzazione di una corta basilica a pilastri; una chiesa, che presenta un’impostazione architettonica austera propria degli edifici di fondazione cistercense legati ad ambienti rurali come la chiesa della grangia medievale di contrada San Giovanni a Palagonia in provincia di Catania. A Piano Cannelle il sovrapporsi di fasi edilizie di età bizantina ed altomedievale sono prova dell’importanza che quest’area possedeva per l’insediamento umano, la cui presenza è attestata non solo per l’età preistorica ma anche per il VI sec. a.C., dato il rinvenimento in questo sito di ceramica greca arcaica sia di produzione locale che d’importazione.
Ad una frequentazione in età greca arcaica sarebbe dunque seguita in età romana la ruralizzazione del territorio, attestata dal rinvenimento di sigillata romano imperiale sia in questa parte della Montagna che in quella più prossima a Monte Zabaino. Dai dati archeologici fin qui acquisiti e per le affinità tipologiche che la chiesa cimiteriale di Piano Cannelle presenta con edifici di culto costruiti in aree rurali dall’Asia minore (Anatolia, Cappadocia, Dalmazia) e con quelli scoperti in area siciliana (Sofiana presso Mazzarino in provincia di Caltanissetta, alta foce del Platani nei pressi di Eraclea Minoa in provincia di Agrigento), é tra il IV ed il V sec. d.C. che dovrebbe essersi intensificata la frequentazione dell’area, in cui la costruzione dei due edifici liturgici più antichi di Piano Cannelle attesterebbe la necessità di disporre di luoghi idonei allo svolgimento di funzioni liturgiche per le comunità rurali locali, ormai diffusamente cristianizzate come attestato in Sicilia sia dall’abitato di Sofiana nel latifondo di Philosophiana che dalle lettere di Gregorio Magno, che tra il VI – VII secolo d.C. annoverano per la massa Calvisiana ben undici sedi episcopali, dotate di parrochiae rurali ed ecclesiae disseminate nei latifondi ecclesiastici e privati. I dati di scavo mostrano che la fase abitativa, legata in età bizantina alle attività agricole di questo territorio, perdurò fino agli inizi dell’VIII sec. d.C. quando la conquista araba segnò la fase di abbandono e declino di quest’area: nei primi decenni del XII secolo in molte aree della Sicilia occidentale giunge a compimento il progressivo spopolamento delle campagne data anche la soppressione e la deportazione dei contadini musulmani. Dall’esame dei dati archeologici e storici sembrerebbe che nel Medioevo, perdurando la vocazione agricola e boschiva della Ganzaria nonostante le mutate condizioni socio – politiche, l’abitato abbia continuato a privilegiare il versante della Ganzaria compreso tra Piano Cannelle e Poggio Pizzuto, definito Castellazzo.
La presenza a Piano Cannelle di una grangìa, attestata dalla fase medievale della chiesa, i dati storiografici relativi ai miracoli operati in queste contrade nel XIII secolo da San Guglielmo, eremita di Scicli ospite per qualche tempo degli abitanti il casale di Ganzaria e la scoperta su Poggio Pizzuto di una torre (fig. 8), posta a controllo del versante sud – occidentale del vallone dell’ Eremita, che si apre sulla piana di Gela, sono tutti dati che ipotizzano la presenza nel settore della Ganzaria, compreso tra le pendici di Monte Scala e le propaggini del Castellazzo, di un insediamento castellare, che perdurò fino al Rinascimento ed all’abbandono dell’area con la fondazione del cinquecentesco castello di San Michele di Ganzaria.

Fig. 8 – Ganzaria. Poggio Pizzuto. Veduta della torre medievale.

Il progetto di conoscenza, intrapreso sulla Montagna di Ganzaria, ha permesso di relazionare i contesti insediativi, individuati dalla ricerca archeologica, con il contesto paesaggistico, che attraverso anche la ricostruzione dei percorsi viari antichi si coniuga con le testimonianze materiali scoperte e permette di ricostruire anche visivamente le trame storiche dell’area in modo da penetrare e comprendere la storia antica di questi luoghi alla luce della storia generale dell’Isola.

N.B.: Documentazione fotografica e grafica dell’Archivio Soprintendenza per i beni culturali e Ambientali di Catania. Servizio per i beni archeologici. Foto aeree effettuate da Giuseppe Barbagiovanni per conto della SINTER S.r.l. Servizi Integrati. Documentazione grafica di Bruna Caselli. Riproduzione vietata; ogni uso diverso dal presente deve essere autorizzato dall’Amministrazione regionale.

Riferimenti bibliografici:

Amore G. (1979), Nuove acquisizioni sul Neolitico nel territorio di Caltagirone, in KOKALOS, XXV, Palermo, pp. 3-24
Amoroso D.(a cura di) (2004), Ganzaria. Appunti per un’indagine topografica, Catania
Marchese P. (a cura di) (2008), “LA GANZARIA dallo scavo alla fruizione”, Regione Siciliana Assessorato dei Beni Culturali, Ambientali e della P. I. Dipartimento Beni Culturali, Ambientali e della Ed. P., Palermo
Martelliano V.(2008), La viabilità storica nel territorio della Ganzaria, in “LA GANZARIA dallo scavo alla fruizione” (vd. infra)