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Strutture della sofferenza mentale nella metropoli moderna.

Paolo Iazzetta

U. Boccioni, Stati d'animo: quelli che restano, 1911 (New York, MoMA)

Paolo Iazzetta è psichiatra e dottorando di ricerca in Neurobiologia e clinica dei disturbi affettivi presso l'Università di Pisa. Ha pubblicato su riviste internazionali articoli sulla psicopatologia e la terapia dei disturbi dell'umore, d'ansia e psicotici. Si occupa inoltre delle relazioni tra arte e psicopatologia e recentemente in particolare della rapprersentazione cinematografica dei disturbi psichici.



Il presente contributo vuole analizzare le conseguenze dei fenomeni di crescita demografica e trasformazione del sistema sociale, che avvengono nelle metropoli neo industriali dell'Europa dall'inizio XIX secolo, per quanto concerne un aspetto piuttosto specifico, quello del manifestarsi delle malattie mentali. L'ipotesi comprende in primis che questi fenomeni abbiano inciso sulla manifestazione del disagio psichico nelle popolazioni. Inoltre si ritiene plausibile che, accanto ad un vero e proprio mutamento nelle malattie mentali, secondo quel processo noto in medicina come patomorfosi, sia mutata la percezione a livello tecnico-scientifico e sociale del problema della salute mentale. Del resto la dicotomia salute/malattia, sottoposta a varie ridefinizioni nel corso della storia della medicina, è evidentemente un costrutto osservatore dipendente e come tale non può non risentire del contesto storico, culturale e materiale.


La Storia occidentale è contrassegnata da un susseguirsi di movimenti demografici di concentrazione (impero romano, Rinascimento) e rarefazione dell'ambiente antropico (alto medioevo feudale). A partire dalla rivoluzione industriale si verifica un trend continuo verso una vera e propria esplosione demografica e una massiccia inurbazione, che raggiunge l'acme nella prima metà del XIX secolo. E' stato riportato come la popolazione mondiale totale sia raddoppiata dall'Antichità fino al 1700 e poi, nuovamente, nel solo periodo compreso dal 1700 al 1850. In questo lasso di tempo, gran parte dell'aumento della popolazione segue lo svilupparsi del processo di industrializzazione: prima in Inghilterra, poi in Belgio, successivamente nel resto dell'Europa continentale e negli Stati Uniti. La crescita demografica riconosce peculiarità nuove. Finora infatti gli aumenti della popolazione coincidevano con i boom delle nascite, mentre dalla fine del XVIII secolo in poi, almeno nei paesi occidentali, la popolazione cresce anche per una riduzione della mortalità, soprattutto quella infantile. A dispetto di alcune modificazioni che provocheranno degrado in certe aree cittadine, la trasformazione dei processi produttivi migliora la qualità di vita. L'introduzione dell'antisepsi, di acquedotti razionalmente costruiti e di politiche sanitarie di massa, sembra seguire il processo di industrializzazione nei tempi e nei luoghi. La complessiva riduzione della mortalità porta all'attenzione, come fenomeni rilevanti statisticamente, malattie prima secondarie. Le malattie infettive croniche, soprattutto nelle periferie insalubri delle metropoli, sorpassano la mortalità di quelle acute (e non a caso la tubercolosi sarà la "malattia romantica" per eccellenza). Il cancro e le malattie cardiovascolari cominciano a crescere statisticamente, secondo quella tendenza che li porterà ad essere la maggior causa di morte nel secolo successivo. L'allungarsi della vita media incrementa il fenomeno della cronicità anche nelle malattie mentali che divengono un problema di interesse sociale.

W. Hogarth, Gin lane, stampa, 1751

Londra diviene in quegli anni la città più popolosa del mondo e rappresenta il paradigma dei mutamenti sociali ed anche della patomorfosi dei disturbi psichici.
E' una metropoli cosmopolita, dove in una vera propria fase di globalizzione affluiscono persone e merci da tutto l'Impero Britannico. Tra le merci anche alcool e droghe. Emblematico il caso dell'oppio che già conosciuto nell'antica Grecia , ed usato nella pratica medica, come in cerimoniali religiosi, non aveva causato problemi rilevanti di abuso durante l'antichità. Nella Londra di quegli anni, invece, il papaver somniferum ed i suoi derivati conoscono una straordinaria diffusione e la dipendenza da oppiacei affianca l'alcoolismo come piaga sociale, soprattutto tra le classi sociali più svantaggiate. Del resto anche i ceti più abbienti e gli intellettuali non sfuggono alla fascinazione di questa droga. Le "Confessioni di un mangiatore d'oppio" di Thomas De Quincey, danno un'idea della facilità di procacciarsi oppiacei nell'Inghilterra nel XIX secolo, oltre a fornire uno spaccato intrigante della nascente sottocultura delle droghe. Celebri passi sugli effetti delle sostanze psicotrope si trovano nelle opere di molti altri letterati dell'epoca, in primis i maudit Baudelaire e Verlaine, ma anche in Maupassant e Dumas. Nell'ambiente scientifico c'è un rinnovato interesse verso le sostanze psicoattive. Il neuropatologo e celebre studioso dell'isteria Charcot era un consumatore abituale di morfina e forte sostenitore dell'uso di questa sostanza ed il suo più celebre allievo Sigmund Freud arriverà invece ad esaltare le virtù, soprattutto antidepressive, della cocaina nel saggio ber Coca. Spesso dimenticato questo goffo e rudimentale passaggio da psicofarmacologo del padre della psicoanalisi è invece un momento centrale della sua esperienza scientifica e anche della sua vita personale e una testimonianza del clima culturale dell'epoca.
L'importanza , anche commerciale, dell'oppio è testimoniata dalla guerra anglo-cinese per il controllo della coltivazione e commercio del papavero, conclusasi con il trattato di Nanchino del 1843. Proprio in quegli anni grazie ai progressi della chimica vengono sintetizzate sostanze psicoattive che affiancheranno i derivati naturali nel panorama delle droghe d'abuso, come la morfina e la cocaina. A fronte di questo "successo" commerciale e culturale delle droghe si ha la reazione delle classi dirigenti per controllare l'emergenza sociale.
Dalla seconda metà dell'800, negli Stati Uniti nasce il movimento proibizionista, con un approccio sostanzialmente etico e sociale, più che medico e scientifico, al problema dell'abuso di sostanze psicotrope, che continua a tutt'oggi. Se il proibizionismo per antonomasia è quello che riguarda il divieto di consumo degli alcoolici, in vigore negli anni Trenta negli USA, in realtà il movimento è più ampio e complesso. Mentre nei suoi eccessi rimane soprattutto un fenomeno americano (Harrison Narcotics Act del 1914, che impone restrizioni gravi all'uso di morfina e cocaina, anche per scopi medici e appunto Volstead Act sugli alcolici del 1929), condiziona in fondo tutta la politica mondiale in questo campo.

Folla all'Esposizione mondiale di Chicago, 1893

Accanto a questi fenomeni più evidenti, ne esistono anche altri più sottili, che riguardano l'interazione tra nascente dimensione metropolitana e psiche.

E' la dimensione della spazialità a subire in primis un radicale stravolgimento. Nel paesaggio europeo aumenta la densità abitativa, i grandi latifondi ed i campi coltivati, punteggiati di fattorie ed abitazioni rurali, cedono il posto nelle città ad edifici affolantisi lungo strette vie, interrotte a tratti da larghi e frequentati boulevard. Per le generazioni che vivono il processo di inurbazione si tratta di ridisegnare le proprie mappe cognitive, il concetto stesso di spazio. Un "viaggio" di due ore in ambito rurale può voler dire seguire un sentiero o spostarsi in una direzione, per lo più un punto cardinale, senza troppe deviazioni e percorrere un certo spazio. Un viaggio di due ore in una grande capitale del XIX secolo è spostarsi in un dedalo di vie con continue svolte, deviazioni, ed un bombardamento di stimoli sensoriali, principalmente provenienti da altri esseri umani: gesti, parole, espressioni. Man mano che si riduce lo spazio fisico per le persone, si riduce anche lo spazio del mentale, poiché di fatto anch'esso diventa affollato da un vero e proprio sovraccarico sensoriale. Anche la temporalità viene sovvertita: nel mondo preindustriale i ritmi circadiani sono governati dal naturale alternarsi di giorno e notte con la rassicurante divisione tra spazi pubblici e di lavoro (diurni) in cui prevale l'intersoggettività, l'incontro-scontro con l'altro e spazi privati, legati alla dimensione domestica, al ritiro in se', al riposo, ed al sonno (notturni). Con il mutamento dei processi produttivi e l'avvento della turnazione nelle fabbriche, e soprattutto con l'introduzione della luce artificiale, per il cittadino metropolitano, la distinzione tra giorno e notte si fa sfumata, indistinta. Le fasi della giornata non sono più regolate da ritmi naturali ma meramente sociali e la tendenza complessiva è alla cancellazione dei momenti di stasi. L'attività nelle metropoli, il negotium diviene incessante e, come per l'allucinato protagonista de l'uomo della folla di Edgar Allan Poe è possibile girovagare, mescolandosi alla fiumana umana senza soluzione di continuità temporale. E' una rappresentazione assieme lucida e visionaria dell'alienazione dell'individuo convulsa e febbrile attività metropolitana. Anche Eliot nel 1922 immortala Londra, in alcuni intensi passaggi della sua “Terra Desolata”, come una metropoli caotica, che fagocita le individualità inserendole in una folla anonima e spersonalizzata.
La nascita della società metropolitana è fonte di mutamenti, che producono di fatto uno shock culturale per i neo-cittadini. La mancanza di schemi di lettura dello spazio fisico urbano si traduce, nei nuovi arrivati, in un senso di smarrimento subitaneo, di estraniazione, di derealizzazione, che viene posto in relazione con l'agorafobia come manifestazione clinica.

E.Munch, Sera sul viale Karl Johan, 1892 (Commune Rasmus Meters Collection)

Come per le mappe cognitive spaziali, si tratta di ridisegnare l'intera architettura della propria mente per decifrare l'universo sociale metropolitano. Le conseguenze sul manifestarsi della patologia psichica sono molteplici. Innanzitutto alcune paure ataviche come quella del buio, dei tuoni, degli animali presentano in una società rurale un valore ancora condivisibile, un loro senso reale, mentre divengono puri oggetti fobici, irragionevoli e meritevoli di cure nella società cittadine. Lontano da letture psicoanalitiche ed in un ottica più etologica ed evoluzionistica riesce facile comprendere come i serpenti siano animali effettivamente pericolosi o dannosi, l'incontro con i quali è nocivo per la sopravvivenza del singolo e del suo gruppo. In un mondo in cui questo incontro è ancora probabile, l'avere una struttura mentale, anche geneticamente predisposta, che faciliti il disgusto o il terrore per i rettili striscianti, è un vantaggio che aumenta la propria capacità di sopravvivenza e di trasmettere la stessa struttura mentale ai discendenti. Nella realtà urbana, dove l'incontro è invece improbabile una paura eccessiva dei rettili diviene un retaggio primordiale inutile, diventa patologia.
Lo psicoterapeuta Fonagy ha definito "mentalizzazione" la capacità di comprendere i propri stati mentali e quelli altrui, e soprattutto di attribuire correttamente il ruolo di "oggetti mentali" a idee, emozioni, opinioni, stati d'animo, distinguendoli dalla realtà concreta. Come sostenuto da Reed e Merrell, l'esperienza dell'autocoscienza e il parallelo riconoscimento di una realtà soggettiva in contrasto con una realtà oggettiva, funzioni cardine della capacità di mentalizzazione, sono stimolate dall'essere nati e cresciuti in una cultura urbana, dove accanto alle esperienze precoci in famiglia, è presente un contatto massiccio con altri esseri umani, modelli mentali e culturali diversi. La società rurale invece non favorisce un'esperienza di autocoscienza ma tende a sostenere la percezione universale di una realtà condivisa, permanente ed esclusivamente oggettiva, tramandata come bagaglio familiare attraverso le generazioni. Il bracciante agricolo, che si trasferisce in città, è sprovvisto proprio degli strumenti cognitivi che gli sono più necessari ad affrontare, non solo il cambiamento degli spazi fisici, ma soprattutto un mondo sociale più complesso, articolato e finemente regolato, in cui la comprensione e la gestione degli stati mentali altrui diventa centrale. Al contrario la capacità di decifrare istintivamente i comportamenti altrui, di interpretare correttamente il linguaggio verbale e non verbale diventa fondamentale, laddove la società è più fluida, i rapporti interpersonali meno rigidamente codificati e, nello stesso tempo, il consorzio umano diviene centrale. I deficit di mentalizzazione, di decodifica degli stati mentali altrui, sono al centro delle patologie psicotiche, come la schizofrenia, e dell'autismo.

La schizofrenia, con l'esplodere di deliri ed allucinazioni e la progressiva destrutturazione di tutta la personalità e la vita psichica di chi ne è affetto, rappresenta il paradigma stesso della malattia mentale ma curiosamente non se ne trovano descrizioni esaustive in epoca preindustriale. Eppure già in Areteo di Cappadocia troviamo efficaci rappresentazioni della mania e l'odierno disturbo bipolare, la psicosi maniaco-depressiva, è presente quindi fin dall'Antichità, con una manifesta stabilità descrittiva e di collocamento nosografico. Neppure le malattie infettive alla base delle più grandi epidemie, come la Peste Nera, presentano una stabilità di sintomi e manifestazioni simile nei resoconti storici. E' quindi possibile affermare, in modo forse provocatorio, che la schizofrenia sia una malattia della modernità, che abbia fatto la sua comparsa proprio nelle città europee all'inizio del XIX secolo? Certamente le prime descrizioni esaustive cominciano con le grandi opere "tassonomiche" della psichiatria di quell'epoca come i trattati di Kraepelin, ma potrebbe trattarsi solo di una maggiore precisione osservativa. Esistono tuttavia altre riflessioni intriganti sul rapporto tra società urbana e psicosi croniche.
L'esperienza psicotica è descrivibile, tra le altre cose, come il conflitto tra una "realtà privata" del soggetto preda di deliri e allucinazioni e la realtà esterna, cioè, in pratica, socialmente condivisa. Secondo quanto argomentato, al difficile rapporto tra coscienza individuale e collettiva nelle prime metropoli si ha l'emergenza di un nuovo disagio esistenziale, legato alla necessità di interpretare un ambiente umano denso, sovraffollato e complesso. In questo ambito l'intersoggettività si complica, diviene difficile discriminare tra atteggiamenti semplicemente chiusi ed ostili di un estraneo, tra indifferenza e disprezzo nelle espressioni mimiche di un soggetto altro che diviene indecifrabile Lo schizofrenico "sembra mancare di una sua organizzazione centrale della conoscenza, è incapace di filtrare gli stimoli e distinguere ciò che è rilevante dal rumore di fondo" (Lorenzini e Coratti), proprio quel sovraccarico sensoriale del rumore di fondo che, come evidenziato, è una costante del luogo-metropoli.

Sempre in un'ottica evoluzionistica, si potrebbe ipotizzare che i tumultuosi cambiamenti avvenuti tra XVIII e XIX secolo abbiano introdotto un sistema sociale troppo complesso per essere gestito. I meccanismi geneticamente ereditati dall'uomo per decodificare il comportamento e gli stati mentali dei propri simili sarebbero diventati improvvisamente inadeguati per affrontare una realtà cambiata con i tempi storici, infinitamente più rapidi di quelli biologici. Questo potrebbe riguardare una fetta di individui, forse anche portatori di una iniziale anomalia genetica, che rende alcuni individui meno capaci di decifrare la mente altrui, anomalia forse comparsa intorno ai 150.000 anni fa (Troisi e McGuire) ma slatentizzata dal nascere della civiltà industriale, tanto da giustificare l'emergere di un disturbo prima non identificato. Rispetto alla descrizione dell'agorafobia da metropoli è complementare e forse più pregnante una prospettiva, che rilegga la perturbante perdita di riferimenti, alla luce dell''"esperienza di fine del mondo" descritta da De Martino. L'etnologo italiano rappresenta l'inizio del processo psicotico, il Wahnstimmung degli autori tedeschi, come un'Apocalisse interiore: l'implosione di un sistema psichico instabile, che per riacquisire coerenza e fornire una spiegazione ad un reale che altrimenti è incomprensibile e perturbante, costruisce interpretazioni distorte della realtà. Per quanto deliranti, "private", le interpretazioni sono sempre preferibili all'incertezza ed il ritiro sociale, l'isolamento diventano la via di fuga dagli altri esseri umani, indecifrabili e minacciosi. Su un piano fenomenologico, in questo caso, l'esperienza interna, l' Erlebnis psicotica traduce una, non più metaforica, Apocalisse culturale. La società sta infatti vivendo la fine del mondo contadino, forse più semplice e schematico, ma anche più rassicurante nella sua dimensione di continuità trans-generazionale dei modelli culturali, di gestibilità di meccanismi relazionali preordinati da schemi sempre validi. La frattura tra epoche e dimensioni socioculturali, tra passato e modernità, società rurale e civiltà urbana, dall'esterno si proietta nella dimensione psichica interiore creando una scissura insanabile.
Studi epidemiologici confermano che i tassi di schizofrenia sono maggiori tra popolazioni residenti nei paesi industrializzati rispetto ai cosiddetti paesi in via di sviluppo e che l'insorgenza della malattia è più frequente in campioni di soggetti immigrati rispetto a campioni, omogenei per le altre variabili, di persone che rimangono a vivere in patria. A prescindere dall'impatto del trasferimento in sé, del cambiamento in quanto tale, è stato ipotizzato che i modelli sociali in essere nei paesi in via di sviluppo svolgano un ruolo protettivo rispetto all'insorgenza della schizofrenia. Di fronte alla necessità di verifica, rispetto a potenziali fattori di confondimento, in primis la mancanza di sistemi sanitari efficienti e istituti di ricerca, con conseguente sottovalutazione delle patologie, restano le testimonianze, aneddotiche ma rilevanti, di clinici e ricercatori occidentali che svolgono la loro attività nel contesto di società "tradizionali" in Africa, Asia, Oceania.
L'individuo che attraversa una crisi psicotica, superata la fase di acuzie, in genere riceve il supporto dei medici tradizionali (sciamani, marabout) che lo avviano ad un percorso di rilettura simbolica delle esperienze vissute, in modo da reinterpretarle in chiave magico-religiosa coerente con la cultura collettiva. Grazie a questo processo la psicosi diviene un momento doloroso ma accettabile, a livello personale e sociale, del proprio percorso di vita. In Occidente l'esito di una grave malattia psicotica è nella migliore delle ipotesi l'inizio di un percorso terapeutico ed assistenziale, quando non l'inizio dell'istituzionalizzazione, di segregazione in uno spazio diverso, confinato rispetto al mondo dei sani.
Come sottolineato in un'ottica etnopsichiatrica, "l'individuo in crisi trova nella solidità della cultura in cui è immerso, nella funzionalità dei suoi sistemi di omeostasi (...)il supporto necessario perché la crisi non diventi malattia" (Coppo)
La mancanza di queste forme di supporto é evidente nell'Europa del XIX secolo, quando la psichiatria era una scienza agli albori. In quella fase il ricorso ai medici è comunque appannaggio di élite e ancor più quando si tratta di disagio mentale, i depositari del nuovo sapere tecnico-scientifico sono irraggiungibili per le masse, mentre i detentori del sapere tradizionale, prima gestito anche in Europa dai "saggi" dei villaggi rurali stanno scomparendo.
Accanto alla rarefazione delle figure di cura esistono anche specifiche problematicità dei luoghi di cura. Le grandi città devono dotarsi di grandi strutture sanitarie e così accanto agli ospedali generali si sviluppano mastodontiche istituzioni manicomiali che ospitano i pazienti affetti da disturbi gravi.
In una visione di lungo periodo l’attuale fase, definita a volte post-industriale, post moderna e così via, pone in realtà le stesse problematiche di oltre un secolo fa, almeno per quanto concerne il difficile rapporto tra uomo e metropoli, fonte a volte di ricchezza a volte di disagio psichico. La sfida rimane quella di un’urbanistica e di un’architettura che tengano conto delle acquisizioni nelle discipline mediche, psicologiche, sociali.
In questa direzione, negli ultimi anni, si è sviluppata una disciplina nota come social design che coinvolge i destinatari del progetto nella sua definizione, applicando metodologie tipiche della ricerca sociale alla progettazione, in modo da rendere il risultato finale fruibile, congruo alle aspettative e non perturbante per l'individuo.

Fotogramma di F. Capra, American madness, 1932

BIBLIOGRAFIA

Areteo di Cappadocia, De notis et causis diuturnorum affectuum.
Bonaiuto M., Che cos'è la psicologia architettonica, Carocci 2005
Coppo P., Tra psiche e culture, Bollati Boringhieri, 2003, p.153
De Quincey, T. Confessions of an English opium-eater, in “London Magazine”, IV, xxi, pp. 293-312, xxii, pp. 353-79, 1821
Eliot T.S., The Waste Land, in “The Criterion”, I, ottobre 1922
Fonagy, P., Target, M. Attaccamento e funzione riflessiva, trad.it. Raffaello Cortina,2001
Foucalt M., Folie et déraison: Histoire de la folie à l'âge classique, Plon, 1961
Lorenzini R., Coratti B., La dimensione delirante, Raffaello Cortina, 2008, p. 70
Nava F., Manuale di neurobiologia e clinica delle dipendenze, FrancoAngeli, 2004
Poe E.A., The man of the crowd, in “Tales”, Wiley & Putnam's 1845
Reed D., Merrell A., Practice Styles in Rural Psychiatry, in "Practing Psychiatry in the community", 1996, pp. 447-460
Sommer R. , Social design, Prentice-Hall 1993,
Troisi A., McGuire T., Darwinian Psichiatry, Oxford University Press, 1998, pp. 278-282