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Luci per le città: l’illuminazione urbana in Italia nel XIX secolo.

Angelo Landi


V. Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888, (Musée d'Orsay, Parigi)

Angelo Landi, dottorando di ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici e Assegnista di Ricerca presso il Politecnico di Milano, ha sviluppato la propria attività scientifica nel settore degli impianti di illuminazione negli edifici storici. Ha partecipato a convegni con temi connessi all’illuminazione artificiale in ambiti urbani ed architettonici. Collabora con il Laboratorio di Analisi e Diagnostica del Costruito per la redazione di progetti di restauro di architetture d’interesse storico, fra le quali il Palazzo del Podestà e la Basilica di Sant’Andrea a Mantova nonché il Palazzo Grasselli-Magio a Cremona.


Il tema dell’illuminazione artificiale, nei suoi aspetti sociali, economici, tecnologici e storici è stato approfondito da diversi autori, con particolare attenzione alle città europee ed americane. Anche in Italia, negli ultimi anni, il fiorire di numerose pubblicazioni sull’illuminazione artificiale nelle singole città ha dato impulso a ipotesi e considerazioni non superficiali: a fronte però di una bibliografia tanto ampia, pochi sono i testi che travalicano i confini delle singole realtà urbane per costruire un quadro più ampio. I temi trattati sino ad oggi si sviluppano con particolare attenzione sull’evoluzione delle tecnologie di illuminazione allo scopo di stabilirne i “records tecnologici” o gli stili decorativi dei corpi illuminanti. Solo recentemente gli studi e le ricerche in ambito di storia d’impresa e di storia urbana hanno in parte slegato il tema dell’illuminazione urbana dal circolo vizioso dell’aneddoto e da letture di carattere folkloristico: in questo senso gli studi di Valerio Castronovo, Andrea Giuntini e Mauro Barchielli hanno dato spunto a nuove e più interessanti riflessioni sul ruolo dell’illuminazione artificiale. Anche Wolfgang Schivelbusch ha indagato in maniera esemplare gli aspetti sociali della luce: l’autore, ripercorrendo la storia dell’illuminazione, ha analizzato e ripercorso l’evoluzione della civiltà occidentale attraverso le trasformazioni prodotte nella vita pubblica e privata della città dall’illuminazione artificiale.


William Hogarth, Night, 1736

In un’epoca relativamente recente la luce artificiale ha alterato quei ritmi della vita sociale ed economica che da secoli governavano le città. L’oscurità della strada era condizione ideale per i malaffari, le violenze e reati che i cittadini erano costretti a subire: al tramontare del sole le porte delle città erano serrate a chiunque e le famiglie rincasavano dopo una giornata di faticoso lavoro. Sino al XVII secolo la pavimentazione e l’illuminazione delle strade furono considerate alla stregua di incombenze private e pertanto furono delegate ai cittadini: in alcune capitali europee e solo in caso di disordini, ai cittadini fu imposto di posizionare un lume alla porta della propria abitazione. La disomogeneità dell’illuminazione dipendeva soprattutto dai combustibili e dal metodo di illuminazione utilizzato: la cera, i grassi animali e vegetali, gli olii più o meno raffinati erano i combustibili privilegiati nelle città italiane, seppur con notevoli varianze.
Il ruolo elitario dell’illuminazione artificiale derivava dal costo della materia prima tanto che solo i riti liturgici e i lampadari dell’élite aristocratica erano dotati della pregiata cera: la luce artificiale, per l’intensità luminosa che la caratterizzava, si adattava a rischiarare prevalentemente ambienti interni. È quindi una conseguenza logica se la luce artificiale rappresenti simbolicamente e materialmente il potere sociale di colui che la governa e l’utilizza; tale connotazione è ben evidenziato dalle cronache settecentesche delle pompose feste aristocratiche. Tale ruolo era assecondato anche dalla fattura dei corpi luminosi, ovvero i candelieri, le lanterne, le appliques e i lampadari che talvolta ancora oggi adornano gli appartamenti di rappresentanza dei palazzi nobili italiani: la luce “a profusione” era relegata ai soli appartamenti nobili nei palazzi di città, mentre una fievole luce illuminava le contrade della città, senza distinzione d’importanza.
In poche occasioni la popolazione aveva la possibilità di ammirare brani della città illuminati “a giorno”, termine che evidenzia una valutazione assai relativa se posta in confronto all’oscurità che regnava nelle contrade: nelle rare occasioni di feste pubbliche alcuni edifici, piazze o strade potevano essere illuminati da migliaia di lumini, come documentano le cronache e i disegni dell’epoca. La vittoria di una guerra, la nascita o le nozze dell’erede al trono, una ricorrenza religiosa, una festa mondana presso un palazzo nobiliare erano solo alcune delle occasioni per dare vita a complessi progetti di architetture illuminate. Non a caso l’interessante libro “Festarchitektur: Der Architekt als Inszenierungskünstler” di Anja Buschow e Werner Oechslin approfondisce l’aspetto (di per sé effimero) delle architetture da festa evidenziando come tali realizzazioni ebbero profondi risvolti sulla progettazione degli edifici e sulla percezione della città. 


“La sontuosa illuminazione di Torino”, 1737

L’illuminazione pubblica delle città venne implementata nel XVIII secolo, quando la luce flebile delle candele nelle lanterne fu sostituita dalla réverbère ideata dal chimico Antoine Lavoisier: la lanterna non brillava più sulla strada bensì la illuminava concretamente. Nel 1786 Ami Argand mise a punto un’ulteriore perfezionamento della lampada ad olio la quale, per mezzo di una doppia corrente d’aria e dell’utilizzo di uno stoppino piatto, scaturiva un’intensità luminosa sino ad allora inimmaginabile: l’illuminazione della città passava dai puntuali coni luminosi delle lanterne poste perlopiù agli incroci e nei principali nodi della città a una illuminazione più omogenea e diffusa. Le innovazioni tecnologiche, frutto del progresso dell’industria e delle scienze, diedero risposte concrete alle esigenze sociali di sicurezza, decoro e comfort delle strade cittadine, segnando il definitivo passaggio dall’illuminazione privata a servizio pubblico. I governi locali si occupavano di appaltare la pubblica illuminazione ad imprese private, stabilendo inoltre il combustibile da impiegarsi, gli orari d’accensione e le condizioni per la manutenzione. Le città italiane si dotarono molto in ritardo dei fanali Argand a causa del loro elevato costo di manutenzione e della durata degli appalti in vigore: basti pensare che a Milano si diede inizio alla sperimentazione dei nuovi fanali Argand solo nel 1818, in sostituzione delle antiquate 1105 lampane a 1,2,3 o 4 fiamme esistenti (da: “Della convenienza d'introdurre nella illuminazione di Milano i fanali all'Argan con riverberi parabolici”, in Biblioteca Italiana - vol.XII, dicembre 1818, pag.392-402).
Ad esclusione di isolate sperimentazioni, l’illuminazione ad olio con fanali Argand continuò ad essere utilizzata per buona parte del XIX secolo: le prime reti per la distribuzione del gas illuminante furono installate nelle capitali degli stati pre-unitari a partire dalla fine degli anni Trenta del secolo. Torino fu la prima città ad essere illuminata con il gas-luce nell’agosto del 1839: i condotti in ghisa o piombo conducevano il gas nelle principali vie e piazze della città, escludendo di fatto ampie porzioni del tessuto minore. L’introduzione di una rete di condotte comportava infatti una serie di disagi che in parte furono causa del ritardo nell’introduzione del gas nelle capitali italiane: la posa della rete di tubature comportava costi altissimi a fronte degli esigui ricavi previsti: le condotte in ghisa, legno e piombo, prodotte industrialmente, dovevano essere infatti importate dall’estero. Pertanto le prime reti del gas si limitarono a connettere l’officina con le vie centrali delle città, ove erano situati gli edifici pubblici –teatri, municipi, scuole serali, stazioni ferroviarie e musei –, le raffinate botteghe e le abitazioni della ricca borghesia. L’illuminazione delle vie era regolata dalle concessioni pluriennali rilasciate dalle amministrazioni comunali e le compagnie del gas accettarono di transigere a tali condizioni solamente nel caso di proficui guadagni: l’illuminazione a gas nelle città italiane si prefigura nel XIX secolo quindi come sintesi di un serrato confronto tra le esigenze pubbliche e la speculazione delle compagnie del gas.
L’illuminazione pubblica nelle prime città illuminate a gas è connotata da forti contrasti e non era infrequente, svoltato l’angolo della via principale “gasificata”, trovarsi in un oscuro vicolo illuminato da lanterne ad olio. A maggior ragione le aree periferiche della città non furono in alcun modo interessate dalla rete del gas, e talvolta nemmeno dotate di una sufficiente quantità di fanali ad olio. E si badi che tale condizione, seppur in diverse proporzioni, perdurò per tutto il XIX secolo: a Genova, ancora nell’ottobre del 1890, un gruppo di residenti nel quartiere periferico di S.Francesco d’Albaro si lamentò ironizzando sulla magnifica illuminazione a gas delle vie Soziglia e Luccoli, a discapito dell’oscurità totale del proprio quartiere, dove non erano collocati nemmeno i fanali, nemmeno ad olio o petrolio! Al contrario, le espansioni edilizie borghesi a monte della città furono subitaneamente dotate delle condotte e dei lampioni a gas: in Via Assarotti e via Caffaro furono già nel 1855, subito dopo la loro realizzazione, dotate rispettivamente di 7 e 13 lanterne a gas (in: Archivio Storico del Comune di Genova, fondi: Segreteria Amministrazione Civica e Amministrazione Comunale).. L’illuminazione delle principali arterie nei quartieri esterni alle mura urbane genovesi, quali Marassi, Foce, Staglieno e S.Martino d’Albaro, fu invece attuata gradatamente in occasione dei rinnovi delle concessioni con la società del gas, a partire dal 1877. 


Due lampioni affiancati in Piazza Carignano in Genova, fine XIX secolo

È pur vero che il’incremento nel commercio delle materie prime, la raffinazione di nuovi combustibili e la messa a punto di nuovi apparecchi per l’illuminazione comportarono la diffusione dell’illuminazione artificiale nelle abitazioni delle classi meno abbienti e nelle strade minori: le candele steariche, il petrolio, gli olii vegetali raffinati (colza e rapezzone), la “taccolina”, il canzino furono largamente utilizzati quali surrogati del gas illuminante. La diffusione dei nuovi combustibili, più economici e funzionali ad un uso domestico, in parte contrastò la diffusione del gas illuminante: le prime ricerche sembrano infatti dimostrare che il gas-luce non ebbe larga diffusione nelle abitazioni e tantomeno negli edifici religiosi, dove la luce riveste un importante ruolo simbolico nel rito liturgico. A solo titolo di esempio le Fabbricerie della Cattedrale di Cremona e del Duomo di Milano non accettarono l’installazione del gas-luce nelle proprie chiese, se non in ambienti di servizio; diverso è il caso di Mantova dove, contemporaneamente all’installazione della rete urbana, nel 1864, un impianto a gas fu installato nella basilica di S.Andrea inducendo il Primicerio ad affermare, alcuni anni più tardi, che “la basilica fu convertita in un teatro!” (Archivio Storico Diocesano di Mantova, Basilica S.Andrea, b.350).
Le strategie delle amministrazioni comunali per svincolarsi dal giogo monopolistico delle compagnie straniere del gas fallirono nella maggior parte dei casi sinora studiati. A Cremona la prima società del gas fu stabilita nel 1861 e sulla spinta dei moti risorgimentali fu fondata da cittadini cremonesi e dall’amministrazione comunale: l’ambizione di organizzare un efficiente servizio alla cittadinanza, e quindi diffusa alla gran parte dei quartieri urbani, fu in parte ridimensionata negli anni a seguire quando un manipolo di speculatori acquisì la maggioranza delle azioni e prese di fatto il controllo della società. La città di Torino, a distanza di pochi anni dalla costituzione della prima società francese, si dotò di una seconda officina su azionariato locale che di fatto sciolse il monopolio sul servizio di illuminazione: i risultati furono soddisfacenti se a Torino il prezzo del gas era tra i più bassi fra le città italiane.
Le reti del gas ebbero ampia diffusione nelle città italiane e pur con serie difficoltà si dovettero confrontare con la dinamicità delle trasformazioni edilizie, sociali ed economiche della città ottocentesca: il collocamento della pericolosa officina del gas e il rapporto tra l’officina stessa e le vie di comunicazione quali i porti, ferrovie e strade comportarono la trasformazione di interi quartieri urbani. Le officine erano perlopiù collocate all’esterno delle mura urbane – tranne casi specifici legati alla morfologia urbana, quali ad esempio Mantova dove l’officina era collocata sul lago Inferiore a diretto contatto con la città e Venezia dove l’officina era situata in fianco a S. Francesco della Vigna – e rappresentarono per molte città un primo segnale dell’avvento di manufatti specificamente industriali alle porte della città. Da una prima ricognizione negli archivi comunali appare chiaro come la costruzione di tali officine negli Stati pre-unitari fosse demandata a una ristretta cerchia di ingegneri stranieri, con ampia esperienza nella realizzazione delle officine nei propri paesi; a questo proposito sarebbe assai interessante constatare la riproposizione in differenti contesti urbani di una medesima tipologia di officina che declini in parte le sue funzioni e i suoi spazi adattandosi alle peculiarità del sito. La figura dell’ingegnere-appaltante era quindi assai diffusa in Italia, come presumibilmente lo era all’estero: a solo titolo di esempio gli ingegneri Giorgio Chevillet e Ferdinando Claudio Côte realizzarono l’officina del gas di Genova in Borgo Incrociati nel 1845 e proposero un progetto, mai realizzato, per un’altra officina a Roma (aprile 1847).


Usina a gas di Milano in porta Lodovica, c.1860

I contrasti da parte dei cittadini nei confronti delle pericolose officine non impedirono la realizzazione di tali manufatti, se non “a debita distanza dai caseggiati”. D’altronde la collocazione delle officine nel territorio urbano dipendeva da una moltitudine di fattori intrinsecamente legati alla morfologia e all’orografia della città: l’officina era generalmente situata in una zona a una quota altimetrica inferiore rispetto al tessuto urbano (per facilitare la distribuzione del gas), nelle vicinanze di un corso d’acqua e delle principali direttrici commerciali (per potersi approvvigionare delle materie prime da distillare). La riluttanza di taluni cittadini si manifestò anche su questioni apparentemente futili, fra le quali la collocazione delle lanterne a gas sui muri degli edifici privati: l’intento era ovviamente quello di evitare rotture nella propria casa adducendo alla pericolosità di esplosioni dei fanali. I cittadini, protetti all’interno delle mura urbane, percepivano l’introduzione della rete del gas al pari di una vera e propria invasione: gli elementi tangibili di tale invasione, individuati dalle condotte e dai lampioni, si legavano intrinsecamente con gli aspetti immateriali legati agli orari di attivazione dell’illuminazione, al pericolo di esplosioni e alla possibilità dell’interruzione del servizio per guasti. 


S.Margherita in Cremona (1547). Dettaglio del fanale e della condotta del gas
in rottura nel paramento murario

“Nel vecchio appartamento s’era rifiutata di fare qualsiasi innovazione. Non solo non aveva voluto l’illuminazione elettrica, ma nemmeno quella a gas. Mobili, arredamenti, abitudini erano rimasti quelli di gioventù”, scriveva a proposito dell’anziana nonna il nobiluomo cremonese Giulio Grasselli (Storia di una mente, 1932, pag.28). La repulsione nei confronti di una rivoluzione tecnologica - che aveva in parte spodestato i cittadini del controllo e gestione della propria abitazione o città - non ebbe lunga durata: l’avvento dell’illuminazione elettrica sgombrò il campo da ogni resistenza e si impose presto quale servizio pubblico imprescindibile.