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L’ornamento non è delitto.
Repertori decorativi ottocenteschi e il loro uso nell’architettura eclettica

Gabriella Cianciolo Cosentino


Gabriella Cianciolo Cosentino è architetto e dottore di ricerca in Storia dell’Architettura e Conservazione dei Beni Architettonici. Dal 2004 al 2009 ha insegnato storia dell’architettura presso l’Università di Palermo. Attualmente è borsista post-doc presso la Bibliotheca Hertziana a Roma, Max-Planck-Institut di Storia dell’Arte. Ha vinto varie borse di studio grazie alle quali ha trascorso lunghi periodi in Germania: tra queste una borsa di studio del DAAD (Servizio Tedesco per gli Scambi Accademici), e una borsa di studio post-doc della Alexander von Humboldt-Stiftung. Le sue ricerche si svolgono principalmente nell’ambito dell’Ottocento, con un’attenzione particolare rivolta ai rapporti tra la cultura architettonica tedesca e il dibattito italiano coevo.

Nel 1908 l’architetto austriaco Adolf Loos dà alle stampe il celebre saggio Ornamento e delitto, vero e proprio manifesto della nuova concezione artistica “anti-ornamentale”. Nel suo slancio verso la modernità, il testo contiene una condanna programmatica e categorica di qualsiasi forma di decorazione contemporanea, giudicata «forzata, tortuosa e malata». In realtà il bersaglio diretto di Loos, ancora più esplicito nella parabola A proposito di un povero ricco (1900), non è la decorazione tout court, ma la riflessione di Henry Van de Velde e di altri protagonisti dell’Art Nuoveau sull’idea di bellezza come Gesamtkunstwerk e sul concetto di stile come Einfühlung. La battaglia di Loos contro l’ornamento – o meglio contro l’abuso dell’ornamento – era il risultato di una crisi profonda: la crisi dello storicismo, di cui l’ornamento era una parte essenziale, nonché l’espressione più vistosa e rappresentativa.

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L’intera parabola dell’eclettismo ottocentesco è caratterizzata dalla problematica ricerca di un nuovo stile, sintetizzata dalla domanda formulata da Heinrich Hübsch nel suo famoso libro del 1828: In welchem Style sollen wir bauen? (In che stile dobbiamo costruire?)

Per molti architetti, la risposta a questa domanda è contenuta proprio nell’ornamento, come testimoniano l’abbondante produzione teorica sul tema, e l’infinità di repertori e modelli decorativi pubblicati nel corso dell’Ottocento. Si tratta di opere che richiamano in vita epoche più antiche della storia dell’arte e le loro peculiarità ornamentali, rispondendo a un ben preciso fabbisogno: fornire ad architetti e decoratori un Reservoir pressoché inesauribile di modelli e soluzioni progettuali “alla moda”. Una moda fondata sul revival del passato in tutte le sue forme ed espressioni, senza limiti cronologici o geografici, che apre la strada alle più bizzarre sperimentazioni linguistiche: dalle pitture pompeiane agli arabeschi, dai repertori classici ai motivi decorativi medievali, agli stili esotici come l’egizio, l’indiano, il cinese.


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L’aspirazione alla perfetta integrazione fra le arti e all’armonia fra architettura e ornamento, insieme alle difficoltà insite nella ricerca dello “stile ideale”, spingono gli architetti ottocenteschi a concentrarsi sul dettaglio, sul singolo motivo decorativo, che diventa spesso il principale momento creativo nella progettazione, nonché l’elemento deputato a conferire qualità e decoro ad architetture altrimenti anonime e impersonali. Da qui il concetto di ornamento come “fattore di innovazione stilistica” (cfr. G. Cianciolo Cosentino, La decorazione come fattore di innovazione stilistica. Serradifalco e il Maximilianstil, in Architettura dell’Eclettismo. Il rapporto con le arti, a cura di L. Mozzoni, S. Santini, Napoli 2007, pp. 267-274). Un contributo interessante sul rapporto tra architettura, stile e decorazione è rappresentato dal saggio introduttivo del volume Decorazioni architettoniche arabe e antico-italiane (Berlino 1842) dell’architetto tedesco Friedrich Maximilian Hessemer. Anticipando il concetto di Gesamtkunstwerk, l’autore attribuisce pari dignità all’architettura e all’ornamento, e afferma che «tra un edificio e la sua decorazione il rapporto non è come quello tra un corpo e il suo vestito, laddove quest’ultimo potrebbe assumere le forme più arbitrarie e più diverse, oppure non esserci del tutto. La nuda architettura non è arte […] né l’attenzione per la distribuzione spaziale, per la costruzione e per la decorazione possono da sole soddisfare un’idea». Hessemer aggiunge che mentre «nelle grandi imprese ci comportiamo da imitatori, rinnegando noi stessi e il nostro tempo, […] nel dettaglio siamo inventivi e nuovi, […] innalzando la decorazione al livello di uno stile, o in qualche modo, con il processo inverso, ottenendo uno stile architettonico dai dettagli». L’idea è dunque quella di “creare” uno stile a partire dal dettaglio decorativo, che è l’ambito in cui l’artista può esprimere al meglio la propria creatività.


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Come venivano utilizzati concretamente questi repertori ornamentali dagli architetti? Come serbatoi di forme “pronte per l’uso”, o come stimolo creativo da rielaborare, rivisitare e interpretare in chiave moderna? Il famoso critico d’arte tedesco Franz Kugler esprime il proprio punto di vista (e qualche perplessità) sull’uso dei modelli ornamentali in una recensione all’opera di Wilhelm Zahn Ornamenti di tutte le epoche classiche (Berlino 1843): «Piuttosto che un’imitazione, consiglieremmo agli architetti uno studio dei modelli ornamentali qui presentati: essi sono nati infatti da particolari condizioni e proporzioni architettoniche, sono venuti fuori dal gusto particolare di un’epoca, e non è detto che si adattino a qualsiasi altro contesto. Anche la stilizzazione, che è talvolta molto graziosa, mostra per certi versi un atteggiamento timoroso e servile…».

Come si evince dalle parole di Kugler, la questione è molto complessa, e al centro dell’interesse di architetti, decoratori e storici dell’arte. I modelli ornamentali esistono infatti fin dal XV secolo, ma è solo nel XIX secolo che il concetto di “ornamento” diventa una Problemwort e la riflessione sulle arti decorative «diviene magna pars del dibattito sull’architettura contemporanea» (F. Mangone, La storia, gli stili, il quotidiano, in Architettura e arti applicate fra teoria e progetto, a cura di F. Mangone, Napoli 2005, p. 9). I contributi di Carl Boetticher, Karl Friedrich Schinkel, Alois Riegl, Gottfried Semper, John Ruskin, William Morris e Camillo Boito sono fra i capisaldi europei della Ornament-Kritik. Per questi grandi architetti e teorici, la decorazione riveste un ruolo fondamentale nella caratterizzazione dell’architettura intesa come sostanza costruttiva materiale e «triviale» (Schinkel). All’ornamento spetterebbe infatti il compito di conferire qualità e significati al nucleo statico-strutturale di un edificio, che altrimenti sarebbe poco più che un mucchio di pietre senza vita.

Al tema dell’ornamento è sotteso uno dei principali nodi critici dello storicismo: il concetto di architettura imitativa. Sotto questa generica definizione, l’intero fenomeno dell’eclettismo, ancora oggi legato a poche e superficiali chiavi interpretative, è stato liquidato come semplice emulazione dell’architettura del passato (e dei suoi stilemi) nella sua espressione più riduttiva. In realtà i diversi approcci nei confronti dell’ornamento (e quindi i vari orientamenti degli architetti nei confronti degli stili storici) restituiscono una visione meno parziale del complesso e variegato panorama dei modi eclettici, che non contemplano soltanto la pura e semplice imitazione. Questa appropriazione dei modelli formali e stilistici del passato, che è anche di volta in volta sincretismo, sperimentazione, combinazione, manipolazione, ibridazione, invenzione, recupero della tradizione, dimostra come sia proprio quello dell’ornamento il terreno su cui si confrontano i vari eclettismi.