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Le teorie urbanistiche di Camillo Sitte

Claudia Lamberti

Gustav Veith, Panorama della città di Vienna, 1873 (Historisches Museum der Stadt, Wien)

Claudia Lamberti, dottore di ricerca in storia dell'architettura contemporanea, collabora con la cattedra di storia dell'architettura della Facoltà di Ingegneria dell'Università di Pisa e con il Dipartimento di urbanistica e pianificazione del territorio dell'Università degli Studi di Firenze. Ha al suo attivo molte pubblicazioni in ambito storico architettonico dall'età bizantina a quella contemporanea.

Camillo Sitte nacque a Vienna nel 1843 e fu immerso fin dalla giovinezza in un’atmosfera di arte e creatività. Alla fine del ginnasio, nel 1863, iniziò a frequentare lo studio di Heinrich von Ferstel, al Wiener Polytechnisches Institut. Negli stessi anni, oltre ad una formazione architettonica, ricevette un’istruzione storico artistica ed archeologica all’Università di Vienna. Al termine degli studi, tra il 1868 e il 1869, Sitte compì dei viaggi in Italia ed in Germania per conoscere più approfonditamente l’arte rinascimentale. Nel corso della sua vita visitò frequentemente questi paesi e si recò in Francia, Grecia, Asia Minore, Egitto, Turchia.
All’inizio degli anni ’70, in un periodo di intensa attività progettuale a Vienna nell’area della Ringstrasse, Sitte cominciò la sua carriera di architetto indipendente.
Nel 1875 si aprirono per Sitte le porte dell’insegnamento, come direttore della Staatgewerbeschule di Salisburgo, città nella quale fondò il periodico Salzburger Gewerbeblatt, rafforzando così anche il proprio impegno editoriale, iniziato fin dal 1869 sulle pagine del Neues Wiener Tagblatte e proseguito intensamente per tutta la vita su varie testate.
Nel 1883 Sitte fu nominato direttore della Staatsgewerbeschule a Vienna e prese alloggio con la famiglia in un appartamento di cui creò personalmente gli arredi.
Il ritorno a Vienna fu per Sitte l’occasione di valutare l’attività urbanistica e edilizia nella capitale e lo stimolo a comporre il testo Der Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen, scritto di getto nel 1889. Il volume ebbe un immediato successo, quattro edizioni e numerose traduzioni in altre lingue lo testimoniano. Il libro procurò nuove commissioni al suo autore, invitato in tutta Europa a progettare piani urbanistici, fino alla sua morte, avvenuta nel 1903.
Sitte fu autore di numerosi progetti per singoli edifici, sia ecclesiastici sia pubblici, ma solo alcuni di essi trovarono realizzazione. L’attività propositiva e critica dell’architetto si dispiegò anche attraverso la carta stampata. Fu tra i fondatori del periodico Der Städtebau, interamente dedicato alla pianificazione urbana. Il primo numero della rivista, “mensile per la progettazione artistica della città secondo i suoi principi economici, sanitari, sociali”, uscì postumo nel gennaio 1904, sotto la direzione di Theodor Goecke.

J. & C. Walker, Map of Vienna, 1858 (The University of Texas at Austin, Map Collection)

Indice e sintesi di
Der Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen

Prefazione
Sitte affronta fin dalle prime righe del libro alcuni problemi cruciali dell’urbanistica della sua epoca: il coniugare nuovi piani regolatori, rispondenti alle esigenze della modernità, con il tessuto urbano preesistente ed il mantenere un sapiente equilibrio tra architetture e spazi inedificati, che egli suggerirà di basare sulle proporzioni delle città antiche. Partendo da un giudizio negativo della realtà contemporanea, mancante di artisticità, si propone di studiare le sistemazioni urbane del passato, per individuare le ragioni della loro bellezza. Determinate queste ragioni, pensa di ricavare alcune regole, la cui applicazione permetta risultati soddisfacenti non lontani da quelli dell’antichità. L’autore sottolinea come la sua analisi si basi solo su luoghi visitati personalmente di cui abbia potuto apprezzare il valore artistico, per cui riporterà prevalentemente esempi austriaci, tedeschi, italiani e francesi. Le prefazioni alla seconda e alla terza edizione servono solo a ringraziare i lettori per la benevolenza mostrata nei confronti del testo e a confermare che viene ristampato senza modifiche.

Introduzione
L’autore sostiene l’influenza dell’ambiente sull’uomo e sulla sua felicità e, rievocando l’antichità, cita Aristotele secondo cui i principi dell’urbanistica consistono nel realizzare città che assicurino sicurezza e serenità. “Tale obiettivo è realizzabile solo se la costruzione della città non è considerata semplicemente una questione di tecnica, ma anche un problema d’arte nel senso più preciso e nobile del termine. Invece nel nostro secolo matematico, la costruzione e la crescita delle città sono diventate delle questioni puramente tecniche”. Senza svalutare indiscriminatamente l’epoca moderna, Sitte tenta di offrirle gli strumenti di comprensione della bellezza antica e di riproduzione, in un nuovo spazio e con nuovi linguaggi, di tale armonia. Egli propone soprattutto l’esame di città e architetture rinascimentali e barocche, ricorrendo tuttavia anche a concezioni greco-romane. Di fatto, tutta la restante parte dell’introduzione è dominata dal modello dell’agorà e del foro, quali luoghi vitali e non semplicemente spazi aperti della città.

Rapporti tra edifici, monumenti e piazze
In questo capitolo Sitte descrive la struttura comune di alcune città italiane, evidenziando in tutte la presenza di una piazza civica (eredità dell’antico foro), una piazza del mercato ed una della cattedrale. Esse svolgevano una funzione pubblica legata agli edifici che le contornavano, con un forte legame artistico e funzioanle nei confronti degli edifici intorno. Sitte confronta la disposizione di fontane e monumenti lungo il perimetro delle piazze antiche con la collocazione di un’unica statua al centro di quelle moderne, osservando come la nuova usanza di creare incroci ortogonali o concentrare numerosi sbocchi viari in un unico punto abbia tolto spazio ai monumenti.

Spazio libero al centro delle piazze
Sitte difende l’asimmetria delle sistemazioni urbane, ricordando come gli antichi abbiano ottenuto eccellenti soluzioni d’insieme anche, o soprattutto, in piazze di forma irregolare e con posizioni di fontane e statue asimmetriche rispetto al centro. Riporta esempi tedeschi e italiani e suggerisce di erigere i monumenti nei punti che si trovano al di fuori della circolazione. Passa poi ad esaminare la posizione degli edifici nelle piazze italiane (ad esempio la chiesa di S. Giustina a Padova, il Duomo a Verona, altre chiese a Palermo, Lucca, Vicenza, Brescia) medievali e rinascimentali, evidenziando come le chiese in genere fossero addossate per uno o più lati ad altri fabbricati e giudicandola una soluzione ottimale che valorizzava l’effetto di una particolare zona dell’edificio (la facciata). Polemizza quindi con Baumeister per aver suggerito di isolare gli antichi edifici demolendo le fabbriche circostanti.

La piazza chiusa
Sitte distingue la sua posizione da quella dei contemporanei che indicavano indifferentemente come piazza qualsiasi spazio inedificato e indeterminato. Citando casi italiani (ad esempio P.zza San Pietro a Mantova), ricorda come un’area chiusa offra una coerenza della veduta e un’unità piacevoli allo sguardo e come gli antichi preferissero disporre gli sbocchi delle strade all’angolo della piazza in modo da preservare la continuità dell’immagine. Difende così la disposizione delle strade “a turbina”. Tra gli artifici con cui chiudere il perimetro vengono inoltre ricordati portici e serliane come quella degli Uffizi di Firenze, archi di trionfo come nel foro di Pompei, colonnati come quello di San Pietro a Roma.

Dimensione e forma delle piazze
Questo capitolo è dedicato al rapporto fra le misure della piazza e quelle degli edifici circostanti, evidenziando come l’importanza dalle proporzioni relative. Sitte aborrisce le grandi piazze moderne, dove i fabbricati più grandi sembrano irrilevanti e non possono imporsi allo sguardo. Pur riconoscendo che in epoca contemporanea, per bilanciare la grandezza dei viali che vi sboccano, occorrono grandi piazze, Sitte consiglia di non eccedere in spazi giganteschi, ritenuti anche causa della nuova malattia, l’agorafobia. Non suggerisce un rapporto determinato tra larghezza e lunghezza di una piazza, sconsigliando comunque quelle perfettamente quadrate.

Irregolarità delle piazze antiche
Negando valore agli allineamenti rettilinei e alla rigida progettazione urbana, Sitte formula qui la sua famosa difesa della varietà pittoresca delle combinazioni irregolari di edifici e vie. Egli nota come nella realtà si idealizzino e correggano istintivamente tracciati irregolari, che non si avvertono se non sulla pianta, poiché grazie alla perizia degli architetti furono inseriti in varie epoche elementi dissimili ma in equilibrio tra loro. Sitte critica la scelta della simmetria ad ogni costo, contrapponendo al senso ristretto che la parola ha per i moderni il suo antico significato di proporzione (cita Vitruvio) e suggerendo agli urbanisti del tempo di badare soprattutto a quest’ultima.

I gruppi di piazze
In un breve capitolo Sitte loda la disposizione di due o tre piazze attorno al solito edificio, poiché esse forniscono stimoli ed impressioni diverse all’osservatore, permettendogli di apprezzarlo maggiormente. Gli esempi portati sono tutti italiani: le piazze attorno al duomo di Modena, Lucca, Perugia, le combinazioni presenti a Firenze, Vicenza, Venezia.

L’organizzazione delle piazze nell’Europa del Nord
Sitte effettua un lungo excursus tra le piazze medievali, rinascimentali e barocche dell’Europa del Nord e mostra come, anche se in alcune la chiesa è collocata al centro a causa della necessità di uno spazio libero per le sepolture attorno al suo perimetro, anche qui prevalga la soluzione dell’addossare l’edificio monumentale per uno o più lati ad altri edifici. Egli sentenzia che “non è possibile distinguere una forma di piazza “italiana” da una forma “tedesca”, perché si tratta piuttosto d’una rassomiglianza, più o meno marcata, con il foro antico.” Sitte individua nello studio rinascimentale della prospettiva un momento di svolta per la formulazione di nuove composizioni degli spazi aperti, quali i cortili dei castelli (ad esempio la residenza di Würzburg), università ed altri edifici pubblici. Essi sono tutti caratterizzati da un corpo centrale al quale si affiancano due ali a formare una piazza-scenario teatrale.

Povertà dei motivi e banalità delle costruzioni urbane moderne
Sitte rileva nella Vienna del XIX secolo una forte discordanza tra l’attenzione con cui si imitavano o la ricchezza con cui si riproducevano gli stili storici in architettura e il totale disinteresse per i modelli antichi in urbanistica. In ogni caso, molti edifici contemporanei gli appaiono delle vuote imitazioni che la mancanza di senso artistico nella collocazione urbana rende ancor meno significativi. Sitte affonda polemicamente il suo giudizio negativo nei confronti dell’urbanistica moderna, criticando la monotonia dei rettilinei da un lato e l’irregolarità delle piazze dall’altro. Egli denuncia un’inversione del rapporto forma degli spazi / forme degli edifici: “Attualmente, si dividono i lotti fabbricativi secondo figure regolari e ciò che avanza viene chiamato via o piazza”, mentre in passato si badava principalmente ad ordinare la forma dei fori e a correggere, grazie a vari accorgimenti ottici, la linea perimetrale delle piazze irregolari, progettando le facciate con “finezze incredibili, che sfuggono quasi agli strumenti di misura, ma che non sfuggono alla sensibilità dell’osservatore”.

Veduta aerea della Königsplatz di Kassel 

I sistemi moderni
Sitte introduce ai tre sistemi urbani principali (ortogonale, radiale e triangolare) sottolineando come il carattere di tali schemi sia essenzialmente tecnico, mentre “all’arte interessa solo ciò che può essere abbracciato con lo sguardo, cioè ogni piazza ed ogni via presa separatamente”. Propone quindi che si costruiscano abitazioni e si realizzino strade secondarie senza particolari ornamenti, ma che si adornino secondo criteri artistici le vie e le piazze principali “per essere motivo di gioia e di fierezza, per risvegliare il senso civico e ispirare continuamente grandi e nobili sentimenti”.
Sitte passa poi a vagliare il sistema ortogonale, criticando la pericolosità degli incroci di 4 strade che permettono troppe intersezioni e stigmatizzando i crocicchi di 5 o 6, quando gli urbanisti pensano di tutelare la sicurezza dei passanti con isole spartitraffico. Questi “mostruosi nodi” sono indegni del nome di piazze e quand’anche prendano forme regolari (ad esempio la circolare Königsplatz di Kassel), Sitte evidenzia in esse una “assenza di una direzione principale nella piazza, la mancanza di varietà nelle prospettive e la non valorizzazione degli edifici”.
La restante parte del capitolo è occupata da considerazioni sul verde urbano e sul rapporto tra alberi ed architetture. Si prende come esempio positivo il modello barocco della natura sottomessa alle leggi dell’arte, mentre si critica la piantagione dei viali o dei parchi, i cui alberi offuscano i palazzi. Sitte elogia il giardino inserito tra le case rispetto a quello pubblico, che “aperto da ogni lato sulle strade, è in balia del vento e delle intemperie, a meno che non sia molto vasto, per ridurre questi inconvenienti”.

I limiti dell’arte nei moderni piani regolatori delle città
Sitte accetta di abbandonare i piani pittoreschi non funzionali, ma mette in guardia dall’adeguarsi alle leggi economiche al punto tale da rinunciare completamente alla creatività artistica: “i prezzi elevati, d’altronde, spingono alla massima utilizzazione dei terreni, così si spiega come mai molti motivi architettonici sono andati in disuso, mentre ogni area fabbricata tende immancabilmente ad identificarsi con il cubo-tipo della costruzione moderna”. La struttura chiusa e scatolare delle case novecentesche prende forma, secondo Sitte, anche da una mutata sensibilità e da una tendenza all’isolamento.
Riconoscendo agli urbanisti contemporanei il merito di grandi conquiste nel campo dell’igiene e del benessere dei cittadini, Sitte li invita non alla creazione artificiosa di effetti pittoreschi, ma all’attenzione nel “cercare la soluzione artistica […] Infatti, anche nell’affannarsi della nostra vita quotidiana, non possiamo fare a meno degli alti sentimenti suscitati in noi dalla contemplazione delle forme d’arte. Abbiamo il diritto di pensare che l’arte deve avere un suo posto preciso nell’urbanistica, perché la città è un’opera d’arte che esercita quotidianamente e in ogni momento la sua opera educatrice sulle masse”.

Veduta della piazza dell'Hofburg, Vienna, inizi XX sec.

Come migliorare i sistemi moderni
Dopo un excursus sulle sistemazioni urbane barocche, riecheggiate dal progetto di Semper per l’Hofburg a Vienna, Sitte lamenta gli insuccessi contemporanei facendo riferimento anche alle risoluzioni dell’assemblea generale dell’Unione delle associazioni degli architetti e degli ingegneri tedeschi. Egli concorda con loro nel rifiuto della lottizzazione, delle ripartizioni anonime degli spazi urbani, delle architetture scatolari, ma si contrappone anche alla casualità dell’iniziativa privata nell’edificazione.
Sitte propone la creazione di commissioni specializzate per l’urbanistica e l’indizione di concorsi che assicurino qualità alla nuova architettura. Ai vincitori si richiederebbe non solo di tener conto dell’accrescimento della popolazione, ma anche della necessità di soluzioni artistiche. In queste pagine l’autore riepiloga temi e problemi urbanistici già esposti precedentemente: i giardini, le piazze, le prospettive, le disposizioni di edifici a ferro di cavallo, il valore delle irregolarità sapientemente combinate, l’avversione per i blocchi squadrati.
Al termine del capitolo, Sitte commenta alcuni schemi di complessi architettonici e piazze, chiedendo di dare maggior varietà al disegno delle strade e invitando a non rinunciare alle conquiste estetiche del passato, minacciate da “questo vuoto modernismo”.

Esempio di sistemazione urbana secondo i principi dell’arte
Sitte contrappone i successi dell’architettura di grandi edifici monumentali contemporanei agli errori in urbanistica: “La situazione attuale è, dunque, la seguente: gli edifici sono riusciti bene ma la divisione parcellare è un fallimento”.
Egli propone tutta una serie di interventi per migliorare il piano attuale di Vienna, dalla piazza della Votivkirche agli edifici posizionati sul Ring quali il Palazzo comunale, il Burgtheater, l’Università, il Palazzo di giustizia ed il Parlamento. Sitte espone un proprio progetto (irrealizzato) per la sistemazione di vari spazi attorno ai suddetti edifici, inserendovi logge, colonnati, aiuole che accolgano statue e monumenti e delimitino maggiormente lo spazio, inquadrando le costruzioni in visuali determinate e gradevoli. Secondo Sitte “l’insieme di queste trasformazioni presenterebbe i seguenti vantaggi: 1 - La fine dei conflitti di stile, 2 - Un sensibile aumento dell’effetto prodotto da ogni edificio, 3 - La creazione di un gruppo di piazze originali, 4 - La possibilità di erigere un gran numero di monumenti di tutte le dimensioni.”
I suggerimenti per Vienna vengono quindi proposti come “esempio del modo di organizzare esteticamente il centro d’una grande città conformemente alle lezioni della storia e all’esempio delle belle città antiche. Le soluzioni adottate possono essere molto diverse. Tuttavia esse dovranno ispirarsi agli stessi principi e allo stesso metodo se non vogliamo privarci, in anticipo, dei benefici dell’arte.”

Conclusione
Sitte non si dilunga nel riassumere temi e considerazioni esposte precedentemente, ma congeda il lettore con alcune riflessioni sul futuro urbanistico di Vienna, tra problemi estetici ed economici. L’ auspicio che formula è che si tenga di conto dell’aspetto estetico e che si richiami, tramite l’indizione di concorsi, la partecipazione degli artisti alla progettazione della città.

A sinistra: Camillo Sitte, Der Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen, I edizione, Wien, Carl Graeser Verlag, 1889. A destra: Camillo Sitte in una foto del 1880 (archivio fotografico dell’Istituto superiore di insegnamento tecnico di Salisburgo)

Tutte le citazioni sono tratte da C. Sitte, L’arte di costruire le città: l’urbanistica secondo i suoi fondamenti artistici, Milano, Jaca Book, 1981.