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Nuovi paesaggi urbani.
Un laboratorio per il progetto nella città di Catania


Mariagrazia Leonardi


Dottore di ricerca in Progetto e Recupero Architettonico Urbano ed Ambientale e assegnista di ricerca in Composizione Architettonica e Urbana presso l'Università di Catania. Docente a contratto di Teorie e tecniche della progettazione architettonica e di Architettura degli interni alla Facoltà di Architettura, Siracusa, e di Architettura del paesaggio alla Facoltà di Arti e Comunicazione, Enna, è attiva nella ricerca progettuale, ha curato mostre d’arte e d’architettura contemporanea e workshop internazionali scientifici (Università di Catania, Università Tecnica di Lisbona). Relatrice in convegni internazionali, saggista presso riviste ("L'Architettura cronache e storia", ecc.) e autrice di volumi (“Didattica come sperimentazione progettuale sui nodi dell'identità urbana. Testo e contesto nella ricerca teorica”, Gangemi, Roma, 2008).


Interprete di alcune tematiche della progettazione urbana il lavoro di ricerca su Catania coordinato da Mario Edoardo Costa (1) (1999-2006) si esprime attraverso una lettura della città fondata sull’idea di testo critico nata dalle speculazioni di J. Derrida sulla differance testuale (2).
Con l’introduzione del concetto di testo critico in architettura e con la sua successiva estensione alla dimensione del progetto urbano, si è rifiutata ogni univocità a favore di una pluralità di letture delle tracce di un dato luogo suscettibile di successive e sempre diverse condizioni di rinnovamento.
Tradizionali studi su siti e realtà urbane, rivolti all’interpretazione della città storica e dei suoi processi evolutivi, hanno evidenziato come la città costruita del passato abbia confermato nella propria crescita l’identità originaria rispettando valori genetici e fondativi. Ne è un esempio l’espansione extra moenia, dove la configurazione storica è confermata nelle modalità di orientamento dei nuovi tracciati viari e nei principi collocativi delle presenze architettoniche.
Dalla disgregazione della forma urbis introdotta dai principi teorici del Movimento Moderno, fondati sull’abbandono della memoria storica, e dall’osservazione di situazioni sempre più diffuse, spesso spontanee, quali quelle costituenti le aree della periferia (3), derivano però nuovi interessi verso i temi della città contemporanea, pensata come complessità di eventi diversi per origine e modalità espressive o culturali, e verso nuovi modi di condurre il progetto più attenti alle molteplici possibilità del paesaggio urbano.
In particolare nella città ogni trasformazione ha depositato uno strato che si è miscelato con le preesistenze, contaminandosi e rinnovando tracciati di impianto, assetti tipologici e configurazione degli spazi e la crescente omologazione ai modelli ideologici europei della contemporaneità ha generato un forte disequilibrio nei processi progettuali delle parti rimaste incompiute nella sedimentazione storica o di quelle precarie legate alle espansioni, come le periferie.
L’intento del laboratorio sperimentale è stato quindi quello di ripensare i modi dell’architettura, della città contemporanea e delle sue parti, come accostamenti di presenze diverse tuttavia accomunabili per somiglianze culturali entro lo stesso paesaggio mediterraneo. La ricerca si è tradotta nella sperimentazione progettuale su tematiche che si confrontano con parti della città di Catania rimaste incomplete o in disequilibrio nei processi di sedimentazione storica, con gli esiti della urbanità moderna o con le problematiche della periferia dell’urbano storico.

Il luogo del confine. L’area della Marina di Catania
L’area della Marina di Catania (piazza Borsellino), limite tra la città e il mare a margine del centro storico consolidato, è il risultato sia di calamità naturali - la colata lavica che colpì la città nel 1669 e il terremoto del 1693 -, che artificiali - la costruzione del porto e della ferrovia, nonché il riempimento con materiale di riporto della foce del fiume Amenano -.
Qui il confine materiale, quello tra terra e acqua, nella interpretazione di limite tra i luoghi, il confine artificiale, storicamente individuabile nell’azione di difesa delle mura, il limite urbano, nell’indeterminazione della configurazione non conclusa sotto la spinta di presenze alteranti, quale quella delle infrastrutture portuali e del quartiere di San Cristoforo, sono interpretati come episodi determinanti lo status significativo del paesaggio. Intenzione progettuale è stata la valorizzazione del tessuto urbano esistente inserendovi servizi legati ad attività ricettive, ricreative, commerciali e culturali, riqualificando i luoghi e creando nuovi spazi pubblici. Sono stati rimossi gli aspetti penalizzanti nel sito attraverso l’interramento dell’asse di collegamento Catania-Siracusa, nel tratto compreso tra il Faro Biscari e Piazza dei Martiri, la realizzazione del parcheggio ipogeo di piazza Borsellino, lo spostamento della ferrovia e il riuso del viadotto come promenade di affaccio sul mare.
L’intervento si conclude nella riqualificazione dell’edificato esistente e nella sua conversione funzionale, nella progettazione di un giardino urbano, prolungamento e rinnovo di quello storico della Villa Pacini e di un fronte mare in armonia con le qualità architettoniche e paesaggistiche dei luoghi.
Il percorso tipologico che definisce la scelta primigenia del progetto dell’edificato, ovvero l’assunzione dell’isolato a corte come riferimento tipico, rappresenta la riconduzione allo status morfologico urbano, estraendo da questo un carattere ricorrente, interpretato nella sua essenza ideologica. La soluzione connotativa del tipo dell’isolato a corte, assume una compagine spaziale che si compone di elementi lineari, che si contaminano sotto l’influenza di tracce, direzioni o assialità, desunte dallo stato presente dei luoghi.
I volumi costruiti sono derivati da operazioni successive di rotazione, traslazione, roto-traslazione di una matrice misuratrice dello spazio urbano. Si giunge così alla configurazione di un sistema di tre grandi luoghi, strutturato contemporaneamente come piazza e, da un punto di vista percettivo, nonostante un rapporto di scala dilatato, come corte interna all’isolato (4). (Figg. 1, 2, 3)




L’interpretazione assunta da Giovanni Calabrese (5) adotta come soluzione una configurazione spaziale dell’isolato orientata verso la centralità nella posizione di testata, contrapponendo un ambito rettangolare, allungato e chiuso, delimitato sui lati lunghi da edifici non molto alti ed impostato secondo un’assialità centrale desunta per continuità logica con le preesistenze ambientali, ad uno spazio indeterminato, destrutturazione dell’isolato tradizionale a corte e regolato dalla gestione di forme geometriche pure con operazioni di rotazione, traslazione e sottrazione.

Una rotazione oraria del tracciato genera una sequenza di volumi edilizi irregolari, conformanti un sistema di spazi aperti, incentrati su due piazze di forma quadrata, che riprendono in modulo la corte rettangolare iniziale. Il maggiore tra i due è fulcro dell’intera composizione planimetrica. Concorrenti alla sua configurazione sono grandi emergenze architettoniche generate da frantumazioni volumetriche con contaminazioni e commistioni tra elementi spaziali secondari, traslati, cui convergono collegamenti tra nuove entità architettoniche e preesistenze quali l’Ex-macello, nel progetto ripensato come museo.
Tagli di separazione e sedimentazioni lungo le posizioni geometriche di riferimento regolano nuovi spazi per gerarchie di appartenenza, delimitati da corpi edilizi stretti e lunghi, pareti-schermo per il blocco edilizio retrostante e, collegamento tra gli ambiti-piazza e il parco urbano.
Col fine di adottare fisionomie integrative col tessuto storico, le entità edilizie si denotano di linguaggi riferiti ad un’architettura nella quale la complessità della materia delle cortine e dell’organizzazione dei prospetti tende ad una possibile affermazione dell’espressività linguistica tradizionale pur rielaborandola e traducendola in attualità.
Elemento principale del giardino sul mare è un ampio bacino d’acqua ai piedi delle mura, memoria del margine marino storico e, citazione di un’antica soluzione progettuale pensata da S. Ittar mai realizzata. Le cadenze degli ambiti-giardino, che regolano la configurazione planimetrica del parco, sono scandite da percorsi disposti secondo una logica continuativa con l’assetto urbano preesistente.
Nella proposta progettuale di Salvatore Rao (6) l’interpretazione del tipo dell’isolato a corte assume una configurazione fondata sulla destrutturazione del modello tradizionale, sostenendone la rarefazione e la conduzione di forme plastiche libere da geometrie canoniche ma sempre regolate da elementi rigidi nel progetto di ricucitura della cortina edilizia.
Nella rielaborazione del fronte su strada si propone il recupero delle permanenze significative e la sostituzione delle parti deboli e alterate con nuovi blocchi edilizi, per i quali l’elemento conduttore è la contrapposizione tra la fisicità di una massa architettonica derivata per continuità visuale dal costruito storico e la trasparenza di involucri e pareti-schermo, identificazione della cortina, cui fanno riferimento gli spazi aperti retrostanti.
Il linguaggio espressivo, consapevole nell’interpretazione di un luogo inteso come parte di un processo di sedimentazione, si orienta verso una ricerca formale distante da canoni precostituiti e da condizionamenti di mimetizzazione. (Fig. 4).


L’idea di progetto di Salvatore Tornitore (7) è quella di sottrarsi dal ripercorrere modelli espressivi codificati dalla lettura morfologica della città presente e di affermare un’indipendenza linguistica, fondata su un dinamismo, che cerca di allontanare la forma urbis dalla fissità e dall’auto-riproduzione.
Il quadro che si configura è quello di una possibilità di insediamento del nuovo in un contesto, che sembra in prima ipotesi impedire ogni allontanamento formale, ma che alla luce del processo di confronto e di verifica degli strati della continuità essenziale, trova un nuovo e più ampio spettro di identità nella differenza. (Fig. 5).



La piazza tra centro storico e periferia
Nell’intento di ripensare i modi dell’architettura e della città, densa e diffusa, e delle sue parti come accostamenti di presenze diverse, tuttavia accomunabili nell’appartenenza ad una realtà dinamica da trasformare (8), ci si è orientati verso il recupero, nella sperimentazione progettuale, dell’archetipo naturalistico, scegliendo tra le risultanti del processo di modificazione alcune immagini che ne rappresentino il dinamismo plastico (9). (Fig. 6)


Nel caso progettuale presentato (10) per piazza Montessori si affronta, in particolare, il tema del riequilibrio degli spazi aperti di una parte del paesaggio urbano appartenente alla espansione degli anni Sessanta della città di Catania.
L’immagine del luogo viene riformulata con la citazione dell’evento lavico, disponendo un piano cristallizzato, risolto con una superficie frammentata e astratta, dove si incidono i percorsi.
Alla massa del muro del confine con la scuola G. Deledda si alterna un nastro vetrato che rende partecipi alla quinta della piazza le permanenze fisiche di un acquedotto benedettino e la vitalità dell’ambiente scolastico.
Un mercato settimanale si colloca all’interno di un’architettura metallica che gli consente la presenza al coperto su una piattaforma destinata ad ospitare anche incontri e piccole manifestazioni.
Il limite della superficie lavica a ridosso del nuovo edificio è segnato dalla installazione di una serie di tralicci in acciaio e, un sistema di piattaforme aggettano dalla fronte lavica sul tessuto storico di piazza Fucinato per interromperne l’isolamento fisico. (Figg. 7, 8)



Nell’intento di confermare le peculiarità assunte dai luoghi, sin dal 1461 – con l’edificazione del convento dei Frati Minori di Santa Maria di Gesù -, e nei primi decenni del 1900 – con le trasformazioni successive dovute all’espansione urbana in direzione est/ovest -, un primo pensiero nel progetto di piazza Santa Maria di Gesù (11) si rivolge alla storia, lasciando inalterato l’asse della prima espansione urbana – il viale Mario Rapisardi -, e assumendo la chiesa di Santa Maria di Gesù come fondale architettonico.

L’idea progettuale consiste nel rendere unitario l’ambiente, identificandolo attraverso un piano comune in pietra al quale si sovrappongono superfici che nelle loro alterazioni formali o nelle frammentazioni successive generano degli ambiti calpestabili trasparenti dai quali emergono monumentali Ficus Magnoloides. (Fig. 9)


L’elemento naturale storico è così confermato e recuperato nel progetto ma l’apparato radicale dei Ficus viene incorniciato da volumi artificiali assumendo, insieme ad oggetti d’arte, il carattere, diurno e notturno, di spazio espositivo. Illuminandosi di notte le superfici divengono vetrine del loro contenuto naturale.
Riflessioni condotte sulla viabilità veicolare hanno orientato la sperimentazione progettuale verso la riconferma della traccia della strada che allo stato attuale attraversa la piazza mantenendone la posizione attraverso l’uso di elementi di arredo.
L’intento è comunque quello di non cancellare la fisionomia unitaria della piazza. Per evitare che il luogo assuma la connotazione di una isola collocata al centro del traffico veicolare, la strada che costeggia il Sanatorio Clementi assume un carattere quasi esclusivamente pedonale.
Nella parte nord, che si conclude nella quinta storica della chiesa, il progetto gestisce la continuità del materiale naturale del piano comune calpestabile, ed interpreta il recupero della differenza di quota tra la piazza e il suo fondale introducendo piani inclinati intersecati da una vasca d’acqua lungo la via d’ingresso.
Tra gli elementi di arredo il progetto prevede anche alcuni punti di scambio come quelli della fermata dei trasporti pubblici, protetti da pensiline, una delle quali segnala e reinterpreta la posizione dell’ingresso alla corte dello storico Ospedale Garibaldi.
Nella realtà urbana di piazza Spirito Santo (12), il luogo denuncia tutte le contraddizioni che il centro storico evidenzia nel moderno sventramento di Corso Sicilia che smaterializza la struttura precedente senza recuperarne l’identità. Il vuoto urbano rimane relegato a semplice transizione spaziale nella struttura viaria.
Un’antica chiesa viene lasciata arroccata su una nuova e plastica asperità artificiale che ne evita ogni coinvolgimento con lo spazio su cui emerge.
Una nuova presenza architettonica, leggera nella plasticità della copertura in legno lamellare, è pensata in linea con la piazza e con la via Gambino e serve a saturare il vuoto urbano residuale e a completare un isolato storico, ricostruendo il sistema della cortina sulla strada e cercando una continuità visiva con la storica e importante piazza Stesicoro.(Fig.10)



(1) Mario Edoardo Costa, scomparso nell’ottobre del 2006, è stato Professore Associato presso la cattedra di Composizione Architettonica e Urbana della Facoltà di Architettura di Siracusa. Dal 1984 al 2006 ha condotto studi e ricerche sulle tematiche della progettazione della forma dell’architettura e della città presso il Dipartimento di Architettura e Urbanistica di Catania e presso il Dipartimento di Architettura, Rappresentazione e Progetto di Siracusa, partecipando alle ricerche condotte sulle problematiche che investono la città storica e quella contemporanea e pubblicandone gli esiti in saggi ed articoli. Autore di numerose opere monografiche tra le quali «La città come testo. Un laboratorio progettuale per la città del Mediterraneo» della Gangemi e curatore di riviste di Architettura («Inchiesta sull’architettura della città e del paesaggio in Italia » numero monografico su Catania, L’architettura, cronache e storia n. 581, marzo 2004).
(2) Cfr. R. Diodato, Decostruzionismo, Milano, 1996.
(3) Cfr. a tal proposito A. Terranova (a cura di), Il progetto della sottrazione, Croma quaderni 3, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, DAAC, 1997.
(4) Mariagrazia Leonardi, Il luogo del confine, tesi di laurea in Composizione Architettonica e urbana a.a 1999-2000, relatori: Ugo Cantone, Mario Edoardo Costa; Giuseppe Di Bartolo, Progetto di riqualificazione della Marina di Catania, tesi di laurea in Composizione Architettonica e urbana a.a 2001-2002, relatore Mario Edoardo Costa, correlatore Mariagrazia Leonardi.
(5) Giovanni Calabrese, Progetto per il recupero della Marina di Catania, tesi di laurea in Composizione Architettonica e urbana a.a 1998-99, relatori: Ugo Cantone, Mario Edoardo Costa.
(6) Salvatore Rao, I margini dell’acqua, tesi di laurea in Composizione Architettonica e urbana a.a 1999-2000, relatore Mario Edoardo Costa.
(7) Salvatore Tornitore, Complessità di un margine urbano. Il luogo della continuità, tesi di laurea in Composizione Architettonica e urbana a.a 1999-2000, relatore Mario Edoardo Costa.
(8) Cfr. Rosario Assunto, Il paesaggio e l’estetica, (1973), Novecento, 2006.
(9) Piazza Michelangelo. Concorso Europeo di idee e di progettazione: “Catania. Piazze botaniche – recupero di cinque piazze cittadine” bandito dal Comune di Catania nel 2005 (Servizio progettazione nuovo verde e arredo urbano, V Direzione LL. PP. e sistemi informatici). L’autrice partecipa in gruppo al concorso (gruppo di lavoro: M. E. Costa, M. Leonardi, collaboratori: B. Barbagallo, F. Carpino, C. Catalano, G. Cordischi, M. Garufi, A. J. Pistorio, M. G. Ricciardi, A. Riciputo, L. Tringali). Progetto segnalato con il motto Frammenti urbani.
(10) Conncorso Europeo di idee e di progettazione: “Catania. Piazze botaniche – recupero di cinque piazze cittadine” . Gruppo di lavoro: M. E. Costa, M. Leonardi, collaboratori: B. Barbagallo, F. Carpino, C. Catalano, G. Cordischi, M. Garufi, A. J. Pistorio, M. G. Ricciardi, A. Riciputo, L. Tringali. Il gruppo con il motto Urban Landscape, è stato selezionato tra i cinque vincitori della prima fase del concorso per Piazza Montessori.
(11) Concorso Europeo di idee e di progettazione: “Catania. Piazze botaniche – recupero di cinque piazze cittadine” . Gruppo di lavoro: M. E. Costa, M. Leonardi, collaboratori: B. Barbagallo, F. Carpino, C. Catalano, G. Cordischi, M. Garufi, A. J. Pistorio, M. G. Ricciardi, A. Riciputo, L. Tringali. Motto Border surfaces.
(12) Concorso Europeo di idee e di progettazione: “Catania. Piazze botaniche – recupero di cinque piazze cittadine” . Gruppo di lavoro: M. E. Costa, M. Leonardi, collaboratori: B. Barbagallo, F. Carpino, C. Catalano, G. Cordischi, M. Garufi, A. J. Pistorio, M. G. Ricciardi, A. Riciputo, L. Tringali. Motto Le désert de la mémoire.